Avere vent’anni: AUDIOSLAVE – st

Quindi vuol dire che sono passati vent’anni dal video di Cochise. Se ci pensi, tra Screaming Life e Down on the Upside ne erano passati nove. Sono cose che ti fanno pensare. Come quando contestualizzano l’esistenza dell’essere umano sulla Terra, che confrontato con l’epoca dei dinosauri è paragonabile alla vita di un insetto. Tipo questo, ma all’inverso. Non proviamo nemmeno a riflettere su cosa sia successo al rock in questi venti anni, per carità. Torniamo al video di Cochise, a quell’attimo in cui è saltato fuori dal televisore (già, il televisore). Cazzo, io ho scoperto i Soundgarden grazie alla cassettina che mi prestò Elena, fine ’98 o inizio ’99. Si erano praticamente appena sciolti, e io che potevo farci. Il gruppo che ho amato di più, in assoluto. Non scherzo. Da lì fino al 2002 la discografia l’avevo mandata a memoria, letteralmente, qualsiasi emissione dei polmoni di Cornell messa su supporto audio. Ok, non avevo approfondito troppo Euphoria Morning, per davvero. Però ecco, arriva Cochise e la speranza è trepidante e pari solo alla paura di farsi male, stavolta, non fossero stati al livello i risultati.

Bene, Audioslave fu un pareggio (bicchiere mezzo pieno). La sensazione era stranissima. Avevi di nuovo Cornell sostenuto da una band heavy, sulla carta coi controcoglioni ai posti giusti. Il pezzo, Cochise, spaccava oggettivamente (dio mio, capite cosa intendo?). Eppure qualcosa sembrava non tornare. Ora, non c’era mica la fila per scrivere di questo disco, in redazione. La mia copia ha preso un bel po’ di polvere. Riascoltato oggi non è un disco di cui parlare male per forza. Ma nemmeno si può far finta di non vederne i limiti. Quello che ancora oggi ha un senso sono i brani più hard, quelli pesanti. Non tanto perché siamo noi gente da rock duro, ma perché sono quelli che funzionano. Cornell la voce se l’era già giocata, in parte, l’espressione no, e nei pezzi migliori di questo disco qui provoca meno malinconia che in King Animal. Il problema gigantesco è Morello. Nei riff duri è praticamente inattaccabile, il re del giro sincopato di pentatonica. La specialità della casa. Sul resto, un musicista mediocre. Così quando riesce a costruire una canzone praticamente solo su un riff hard, quel pezzo funziona (perché c’è Cornell). Quando tenta di fare altro fa quasi sempre una figura ignobile, con le sue chitarrine del cazzo spacciate per assoli e ancora peggio nei brani melodici, dove viene fuori la sua totale incapacità di tocco e gusto. Così Like a Stone e I Am the Highway sono due pezzi insulsi che ti mettono davvero a dura prova. Non è che riesca a sbagliare tutto (a parte i riff). Per dire la seconda parte dell’assolo (se si può parlare di assolo) di Shadow on the Sun merita, perché restituisce un po’ di quel profumo di spezie che Kim Thayl mischiava spessissimo alle sue trame. Però è un po’ poco per difendere Morello (a parte i riff). Degli altri due non parlo, potenti ok, ma freddi e sterili come un plugin della pedaliera del chitarrista col cappellino ed il pugno alzato.Insomma, quella che sulla carta era un’accoppiata vincente valeva molto meno della somma dei due addendi. Ora, non voglio passare per il fan oltranzista di Cornell (lo sono), ma a leggere ora i testi, cosa che non mi ero preso la briga di fare all’epoca, il fatto che i tre ex RATM e l’ex Soundgarden parlassero due lingue diverse ti colpisce come un cazzotto in un occhio. Prendete proprio Like a Stone, brano in cui l’apporto di Morello è un funkettino da quinta elementare. Cornell, che non ci trova certo una linea vocale molto migliore, canta però cose tipo

In a room full of emptiness
By a freeway I confess
I was lost in the pages
Of a book full of death

O ancora

And on my deathbed I will pray
To the gods and the angels
Like a pagan to anyone
Who will take me to heaven
To a place I recall
I was there so long ago
The sky was bruised
The wine was bled
And there you led me on

Cose tipo queste, tipo “the wine was bled”, appartengono al Cornell di sempre, lo stesso che non ha mai risolto, fino all’ultimo atto, il problema di sembrare California e sentirsi Minnesota. Il disco è zeppo di testi così, spaventosamente disperati. E Morello si diverte coi suoi suonini da videogioco e non è in grado di scrivere una partitura che entri in sintonia con queste liriche. A parte i riff, ok. Infatti non è che i pezzi pesanti siano meno depressi. Prendete Gasoline, tra i pezzi nettamente migliori:

New day yawning, another day of solitaire
House is honest, clearly more than I can bear
Drag me off, before I set my world on fire
Out and gone the sun will never set tonight. Yeah

Qui il cupio dissolvi disperato si trova sostenuto da un riff maschio che gira ben pesante e forse salta meno all’occhio il divario emotivo. Perché pensi che bruciare tutto sia un gesto rivoluzionario, dinamitardo. No, Cornell qui non fa politica e parla della distruzione auspicata del suo mondo personale. Non fosse chiaro, ecco cosa tira fuori in Shadow on the Sun:

Staring at the loss
Looking for the cause
And never really sure
Nothing but a hole
To live without a soul
And nothing to be learned

Insomma, ancora una volta un sole-buco nero, ancora una volta un desiderio di farla finita. I demoni Cornell li affrontava così e sappiamo che hanno vinto loro. Era sotto i nostri occhi, per anni, mentre tornava sulle copertine, aggiustava il taglio di capelli alla moda, tornava riferimento di rocchettari giovani attirati dagli altri tre. Però intanto cantava questo:

There was a man who had a face, that looked a lot like me.
I saw him in the mirror and, I fought him in the street;
Then when he turned away, I shot him in the head.
Then I came to realize, I had killed myself

Ancora una volta il peso di quella pistola nella mano, ancora una volta una testa fatta saltare con un colpo (mi riferisco ovviamente a Burden in my Hand) Metaforicamente. Che si trattava della sua stessa testa, stavolta era fuori di dubbio.

Mi piace però pensare che gli Audioslave siano stati per lui una parentesi positiva. Non sono di quelli che devono studiare per forza le biografie dei musicisti preferiti. Anzi, a volte preferisco non sapere niente. Però mi piace credere che con gli Audioslave si sia in fondo divertito. Che la dimensione politica spinta dagli altri l’abbia distratto a sufficienza, almeno per un po’ di anni, da quello che lo uccideva. Paradossalmente, magari ne parleremo quando sarà il momento, ho forse sempre preferito il successivo Out of Exile, più leggero, ma anche più spontaneo, più rilassato. Rubin produce meglio, anche Morello e Wilk suonano meglio e sembrano musicisti diversi, con del gusto. E Cornell suona molto più in pace. E quindi è comunque un peccato, mettendo da parte il fatto che ci piacciamo o meno i dischi degli Audioslave, che alla fine non siano durati ancora, coi tre californiani tornati a mettere i pugni chiusi in copertina e Cornell sbandato, rialzatosi e poi definitivamente caduto. Ancora una volta, Chris, R.I.P. (Lorenzo Centini)

5 commenti

  • Ricordo benissimo l’uscita di questo disco, l’attesa da fan sfegatato delle due band di origine. E mi piacque moltissimo, perché secondo me avevano mescolato bene le due anime.

    Piace a 1 persona

  • a me non piaceva, la mancanza di assoli mi va bene nei RATM con quello che abbaia, ma con quella voce preferisco sentire altro sotto

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  • Però I am the Highway mi fa piangere ogni volta

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  • A me è sempre sembrata una roba improbabile unire una voce così unica con i ratm, soprattutto mischiando politica da bar dello sport e i suoni giocherelloni di Morello….infatti il risultato fu una specie di rock radiofonico con la voce di Cornell (spaesata senza la musica di Thayl e soci) con la musica innocua di tre ex (?) comunisti col Rolex. Purtroppo per un risultato interessante non basta unire gente in gamba che suona cose tra loro incompatibili, altrimenti nel mio gruppo preferito suonerebbero Robert Smith, Bent Saether, Stone Gossard, Varg Vikernes, Danny Carey e Steve Von Till… onestamente non credo proprio che farebbero faville insieme. I “supergruppi” quasi mai riescono a fare meglio dei propri gruppi di origine.

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  • Mario Argentiero

    Nel mio gruppo preferito invece suonerebbero :Phil H. Anselmo, Dimebag Darrel, Vinnie Paul, Rex Brown.. Non so se avrebbero successo, ma mi piacerebbe molto, così come gli Audioslave che tutto sommato si ascolta no bene senza grandi pretese.

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