Splendidi quarantenni: MÖTLEY CRÜE: Too Fast For Love

La perseveranza e la testardaggine fanno la differenza tra il successo e l’anonimato in una carriera artistica. Posto che ci sia anche il talento, certo. Tuttavia bisogna anche sapersi promuovere e saper gestire il lato “manageriale” della propria attività, qualunque essa sia. Nikki Sixx queste cose le sapeva, seppure ancora a livello rudimentale, nel 1979, quando sgomitava con i suoi London per raggiungere il tanto agognato contratto discografico, che stentava ad arrivare. Pure essendo imparentato con quello che all’epoca era il capoccia della Capitol Records, Don Zimmermann, il quale gestiva una delle case discografiche più potenti al mondo e che passò ben due volte sulle band del nipote, dimostrando anche una certa integrità, Frank Feranna (all’epoca in cui inizia questa storia il nostro ancora si chiamava così), ha dovuto penare e sgobbare non poco, prima di arrivare al successo planetario e diventare una vera e propria rockstar, concetto che era ben diverso allora da quello di oggi.

Il talento era ovvio. La cura dell’immagine, anch’essa importante, lo avrebbe portato lontano. Eppure, quando inizia questa vicenda, Frankie vive ancora in una topaia con gli amici e sodali Lizzie Grey e Dane Rage, e in una girandola di cantanti il suo gruppo aveva visto alcuni nomi già noti, come Nigel Benjamin prima, sostituto nientemeno che di Ian Hunter nei Mott the Hoople, e Michael White poi, vero e proprio clone di Robert Plant. La svolta avviene proprio nel periodo in cui White era il cantante della band, e complici alcuni disaccordi tra Frankie e Lizzie, principalmente a causa del primo che voleva suonare qualcosa di più duro e intenso e meno “glam-influenced” nel senso settantiano del termine, l’avventura di Nikki Sixx nei London si avvia verso la fine. I London cambieranno poi line-up più volte con l’unica costante di Grey negli anni, e saranno noti come rampa di lancio appunto, per “gente che ce l’ha fatta”, avendo avuto in formazione i vari Sixx, Blackie Lawless, Izzy Stradlin, Fred Coury, etc etc. Ma questa è un’altra storia. Ai tempi facevano il tutto esaurito in posti come il Troubadour, il Whisky a Go-Go o lo Starwood, ma il successivo gradino verso la scalata era ancora ripido. Ed è proprio allo Starwood che avviene un episodio determinante per la carriera del giovane Frank Feranna.

nikki london

Nikki Sixx ai tempi dei London

Una notte, dopo l’ennesimo tutto esaurito, la band si reca nell’ufficio del gestore per incassare la propria parte, circa duemila dollari, che nel 1979 erano una cifra di tutto rispetto, ma non trovano nessuno. Luci spente e porte sbarrate.

I quattro si ritirano sconfitti e cercano di ottenere la loro parte il giorno dopo, non trovando nessuno disposto a pagare ancora una volta. Michael White scalpita, dice che le sue doti da clone di Plant sono sprecate se non riesce manco a mettere in tasca un misero incasso per tirare avanti fino alla fine del mese. La band è in crisi, perché tutti i soldi guadagnati venivano regolarmente spesi per promozione, strumentazione, equipaggiamento di scena, già pirotecnica ai tempi, e tutto l’occorrente per mantenere il carrozzone. Carrozzone al quale, in quel preciso momento ed essendo le casse in profondo rosso, i soldi della serata dello Starwood avrebbero fatto più che comodo. Ora c’era un problema abbastanza serio: lo Starwood, che da lì a due anni avrebbe chiuso i battenti, era di prioprietà di Eddie Nash. Se non sapete chi era Eddie Nash andate a cercarlo su Google. Vi dirò soltanto che era uno dei malavitosi più feroci della Costa Ovest, e fu coinvolto in fatti di sangue abbastanza grossi, gli stessi in cui fu coinvolto il pornodivo John Holmes ad un certo punto. Insomma, era notorio che Eddie Nash lasciasse scie di cadaveri e gambizzati laddove ci fossero delle contese e ovviamente, come ogni buon gangster che si rispetti, si circondava di guardie del corpo disposte a tutto.

Frankie Feranna decide quindi di tagliare la testa al toro e di andare direttamente da Eddie Nash a chiedere la somma dovuta. I nostri prendono dunque armi e bagagli e fanno il giro dello Strip e dell’altra miriade di locali posseduti da Nash in città, trovandolo finalmente in uno dei suoi bar in stile medio-orientale. Ora, immaginate quattro ragazzi di strada che non avevano altro abbigliamento nel loro guardaroba che non fosse quello di scena, composto da tubini smanicati e pieni di buchi, pantaloni sgargianti e scarpe con tacchi vertiginosi, per non parlare di capelli a forma di alveare, recarsi nel covo di un malavitoso cocainomane terminale e paranoico all’estremo, circondato da guardie armate fino ai denti e vestite con completi e camicie con colletti a punta tipici della moda dell’epoca e sicuramente non tanto propensi al dialogo, per chiedere conto di una somma di denaro non pagata.

Il dialogo, se così si può chiamare, si svolse più o meno così:

Frank Feranna: “Mr. Nash?”

Eddie Nash: “si?”

Frank Feranna: “siamo della band London, abbiamo suonato allo Starwood l’altro ieri”

Eddie Nash: “quindi?”

Frank Feranna: “ci deve duemila dollari”

<sorrisi nella stanza tra Nash e i suoi tirapiedi/tirapugni>

Eddie Nash: “Io dico che non vi devo un cazzo”

Frank Feranna: “Ok. Buonasera.”

Nikki Sixx stesso avrà a rivangare l’episodio commentando: “fu una fortuna che non insistemmo. Qualche anno dopo lessi dei fatti di Wonderland…”

Ad ogni modo, White mollò, e Frank, già noto sulle scene come Nikki Sixx al tempo, scazzò con Lizzie Grey e se ne andò, perché i tempi erano maturi per suonare più veloce e duro, e portò con sé un pezzo che i due scrissero assieme, che si intitolava Public Enemy #1.

Furono forse le giornate più buie della sua carriera, in stallo totale e apparentemente senza futuro, fino a quando non decise di andare all’anagrafe delle Stato della California e cambiare permanentemente e legalmente il proprio nome, tra gli sguardi al cielo e le scrollate di spalle degli impiegati allo sportello.

la band più figa del pianeta

La sua fama, come quella di molti altri, è dovuta anche a gesti come questo: totale dedizione alla causa senza mai guardarsi indietro. Infatti di lì a poco, Nikki reclutò da una band locale, tali Suite 19, un ragazzino iperattivo che pestava come un dannato sui tamburi e un uomo adulto di quasi dieci anni più vecchio di lui, che aveva incontrato qualche anno prima in un negozio di liquori e con cui si era sbronzato e che non aveva poi più rivisto, ma che aveva Jeff Beck come idolo e suonava la chitarra come un demonio. Indovinate dove si esibirono la prima notte? Avete indovinato: allo Starwood. Il resto è storia.

O meglio, l’inizio del resto è un album autoprodotto esattamente quaranta anni fa, a Novembre del 1981, ma che sembra non avere età, da quanto simboleggia un’attitudine e uno spirito che ben presto spazzarono via quasi totalmente dal mercato le pretenziose ed ormai insopportabili band della new wave, che allora andavano per la maggiore, dando il la, ancora più di quanto fecero i Van Halen, ormai già band planetaria che suonava negli stadi, a orde di ragazzi con un sogno: quello di imbracciare una chitarra, copulare con più donne possibili e divertirsi al suono selvaggio del rock n roll più elettrico. Dimenticavo una nota personale: questo è anche l’album che forse ha contato e conta di più nella vita del sottoscritto. Buon compleanno. (Piero Tola)

One comment

  • Bellissima recensione.
    Notare che “Nikki Sixx ai tempi dei London” ha una gamba sola, forse la foto e` stata scattata dopo lo showdown col mafioso? :D

    "Mi piace"

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