GOATS OF DOOM – Shiva

Li sapevo dediti al raw black metal, i finlandesi Goats of Doom, che di suo dovrebbe significare “i capri della sventura” o qualcosa di simile, dipende dalla sfaccettatura che vogliamo dare alla parola doom. Ogni interpretazione è valida, chi azzecca esattamente quello che intendevano vincono una patch con un capro in tutù rosa. Ho sempre avuto una certa insofferenza per i gruppi che usano Goat nel moniker, invecchiando poi li trovo sempre più infantili: Goatsperma, Goatvulva, Goatlord, Goatdemon, Goatmaccheroni cacioepepe, Goat hellokitty… e che cazzo, qualcosa di meno banale per piacere, vi prego.

Fatto sta che non ho mai dato peso più di tanto ai Goats of Doom, sinché non hanno fatto uscire questo nuovo album, Shiva, sesto capitolo della loro già corposa discografia insieme ad un EP e tre split. Il tutto in una decina d’anni, mica male. Ma dicevo di questo sesto album, che esce per la Purity Through Fire records , un’etichetta per la quale ho un considerevole rispetto. Se lo fanno uscire loro di sicuro una cagata non dev’essere, mi sono detto, ed allora mi sono procurato il disco con un codice di cui l’etichetta mi ha gentilmente omaggiato e, anche se nicchiando un po’, lo ho ascoltato una prima volta. E poi una seconda. E poi una terza… Insomma, dai, non è per niente male, anzi. Perché in realtà di raw black ha poco, anzi pochissimo, forse solo un po’ le vocals quando sono in screaming, il che non sempre accade, dal momento che il loro black metal adesso è molto contaminato con l’epic/pagan che in Finlandia ha una tradizione importante ed annovera tra le sue fila una pletora di gruppi ultrafamosi che è inutile stia a ricordarvi io, ché tanto li conoscete meglio di me.

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Shiva comprende sette pezzi per circa quarantadue minuti, tutti piuttosto “saltellanti” per quanto riguarda la ritmica. Al batterista piace moltissimo il due quarti e lo propone appena può, sia in versione lenta che mid-tempo che veloce. Il due quarti è un tempo molto dinamico, molto utilizzato dalla scuola punk per esempio, che dà a tutto quanto l’effetto saltellante di un grillo: tum-pa/tum-pa/tum-pa con l’accento sul pa, così i pezzi sono movimentati e divertenti. Ogni tanto qualche variazione c’è, come nella sezione rallentata ed assai melodica del secondo brano Uljas Uusi Maailma che passa ad un quattro quarti largo, oppure nella sezione acustica del quarto brano  Armon Varjot, il più corto dei sette pezzi e probabilmente tra tutti il più vario.

Le chitarre cercano in tutti i modi di ricamare riff che abbiano una forte impronta melodica: sono naturalmente le protagoniste evidenti di tutto il lavoro, perché, alla fine della fiera, sempre di un disco black metal si sta parlando. E non c’è nulla da appuntargli, perché la musica che esce fuori dalle casse è assai melodica, non raramente addirittura orecchiabile anche nelle sezioni più tirate, che non mancano ma non costituiscono più una priorità per i Goats of Doom anno 2021.

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Del legnoso batterista abbiamo già detto che il suo lo fa, rimane da precisare che ci sono anche una discreta quantità di arrangiamenti di synth e che una buona porzione delle parti vocali sono in cantato sciolto come epic/pagan pretende, maestose e convintissime, e sorprendentemente per un disco black metal – ma nemmeno tanto se pensiamo a come viene proposto il black in questo caso – troviamo anche assoli di chitarra scritti e suonati con gusto, che sono perfettamente integrati nel contesto anziché sembrare, come spesso accade, messi lì a casaccio per cercare di sembrare più fighi.

Dovendo per forza cercare il pelo nell’uovo potrei dire che i pezzi sono abbastanza livellati l’un l’altro e che mancano un po’ di diversificazione, il che, se da una parte è un pregio perché se l’ascoltatore ne gradisce uno li apprezzerà tutti giocoforza, dall’altra, in caso di ripetuti e ravvicinati ascolti, potrebbero portare a un calo dell’attenzione sul finire del disco. Che si chiude con la lunga title track, impreziosita da voci femminili ed arrangiamenti di archi, forse una delle migliori del disco, di sicuro la più elaborata. Il giudizio è ampiamente positivo, mi sarebbe sembrato strano che PTF avesse prodotto una band del menga ed infatti non lo hanno (mai) fatto. Prossimo ordine che gli piazzo mi prendo il CD originale. (Griffar)

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