Come la Scandinavia ha rovinato il metal: YMYRGAR – Where the Oak Drowns its Roots

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Ovviamente non è vero, la Scandinavia è la fucina da cui sono uscite alcune delle migliori opere del metal, se non addirittura le migliori in assoluto. Per dimostrarlo non ci vuole una tesi di dottorato. Però il mio non vuole neanche essere un banale titolo acchiappaclick; sottende anzi un discorso più ampio sull’influenza che i gruppi del Nord Europa hanno avuto e continuano ad avere sull’intera subcultura metal in tutto il mondo – quanti metallari avete conosciuto che si sono tatuati il Mjöllnir sulla spalla? Inoltre, come ormai avrete capito mi piace ascoltarmi la musica dei beduini, dei maghrebini e dei cammellari. Ho anche decisamente apprezzato qualcosa dei tunisini Myrath, quando sono riusciti a dare sfogo alla loro creatività in maniera originale. Ed è “grazie” a loro che scoprii un altro gruppo tunisino, gli Ymyrgar, dai quali è scaturita tutta questa riflessione.

Sì, gli Ymyrgar sono tunisini, anche se non si direbbe. La formazione è composta da Hakim Fezzani, Mohamed Slema, Rami Khezami, Belhassen Dahmen, Habib Rekik, Ahmed Zaier e Nader Ben Hadj Salem e, dopo il debutto The Tale as Far, è giunta alla pubblicazione del secondo LP Where the Oak Drowns Its Roots. Il loro genere è riconducibile ad un folk metal di matrice europea, che vede l’utilizzo di flauti e violino e che si rifà alla mitologia norrena per quanto riguarda i riferimenti culturali di copertine e testi e gli argomenti trattati. Il primo album, oltre ad essere abbastanza derivativo, mancava anche una certa coesione che lo rendesse apprezzabile. Con gli anni e l’esperienza sono invece riusciti ad imbastire una seconda opera che si presenta molto meglio composta e suonata, e che, arrivando a toccare quasi le due ore di durata, pecca forse soltanto di eccessiva ambizione e lunghezza. Ma non è questo il punto.

La (brutta) copertina del debutto

Perché fino a qua potrebbe semplicemente trattarsi di uno di quei tanti gruppi underground dal valore quantomeno discutibile che ogni giorno scopriamo su piattaforme quali Bandcamp, Rateyourmusic o Spotify. Quello che sono arrivato a chiedermi è: se siete tunisini, perché diavolo dovete parlare di Thor, Odino, Ymir, l’Yggdrasil e via dicendo? Se proprio non volevate (giustamente) diventare una macchietta come gli ultimi Myrath e siete estremamente affascinati dal paganesimo, accanto a Tunisi dove vivete giacciono i resti di Cartagine, capitale di una delle civiltà più grandi della storia del Mediterraneo con un pantheon e una mitologia complessa, affascinante e oscura. Non potevate parlare di loro? Ba’al Hammon non è ganzo quanto Odino? O avevate paura che gli Ade facessero una retata a casa vostra? E la cosa che mi infastidisce è che questo non è un problema che si riscontra solo negli Ymyrgar. Lo stesso discorso si potrebbe estendere, giusto per citare qualche gruppo a mo’ di esempio, agli argentini Skiltron, che invece di trarre ispirazione dalle gesta di Lautaro (non Martínez, ma il leader dei Mapuche) parlano di celti e battaglie tra clan sassoni. Così come d’altronde ai pugliesi Vinterblot e ai bergamaschi Ulvedharr, per i quali non c’è bisogno che suggerisca papabili argomenti.

Non fraintendete, qui non si vuole mettere in discussione la qualità o la dignità della musica suonata da questi gruppi, che in quasi tutti i casi è sopra la media e di cui su Metal Skunk ci è anche capitato di parlare in maniera positiva ed entusiasta. E ognuno è libero di fare e suonare sostanzialmente quello che gli pare. Ci sono anche gruppi come i Nile che hanno costruito un’intera carriera prolifica e di successo su tematiche legate ad una regione distante da loro un oceano e un continente – anche se in questo caso la situazione cambia: mi sembra una fascinazione di tipo diverso, più accostabile a quella delle formazioni che fanno interi concept sul Signore degli anelli. E non voglio neanche tacciare queste band di appropriazione culturale o cose simili, poiché è un concetto molto più serio che non merita questa banalizzazione. Però ammetterete che un gruppo folk metal, sia esso tunisino, argentino, italiano, greco o svizzero, che suona viking metal (chiamiamolo così per praticità senza intavolare disquisizioni al momento superflue su cosa si debba intendere con il termine), lascia quantomeno basiti. Forse questo è semplicemente il paradosso insito in un genere globale e globalizzato come il metal, che ha dato vita a sottogeneri tanto diffusi e apprezzati quanto identitari e in certo qual modo locali, come il black metal, primo export culturale norvegese, e il folk metal. Questo nodo è stato tranquillamente sciolto in regioni con una scena più consolidata (come la scena black metal greca); ma, per rimanere nel Mondo arabo, mi sembra che gli al-Namrood siano gli unici che sono riusciti a superare l’ostacolo. O forse devo solamente cominciare ad ascoltare gruppi migliori. (Edoardo Giardina)

4 commenti

  • Ho compreso il discorso, ma se voi veramente ridere devi buttare un orecchio ai ghetto bad boys dei parioli o rione Monti di Roma che cantano Gangsta trap come se fossero di Compton o di Detroit 😁

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  • Sottoscrivo ogni parola dell’articolo. Anzi, rincaro la dose dicendo che se fai folk metal, oltre che a parlare della tua gente, della tua storia, dei tuoi miti e leggende, e non quelli di altri popoli, sarebbe preferibile farlo nella tua lingua natale. Non pretendo che si usi addirittura il dialetto, basterebbe anche la lingua nazionale. Io l’ho sempre vista così in ambito folk (e in parte anche black) perchè per me si tratta di qualcosa di identitario volto a far conoscere la propria storia e tradizioni al di fuori dei propri confini o a far riscoprire le proprie radici a molti connazionali troppo spesso ammalati di esterofilia.

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    • Concordo pienamente.
      Aggiungo che, per gli stessi motivi, faccio molta fatica ad ascoltare dischi “Folk Metal” di provenienza estera: non li sento miei. Ma forse sono un po’ estremista da questo punto di vista.
      Fortunatamente in Italia abbiamo qualche esempio virtuoso.

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  • Ridicoliiiiiii! Immagino la frustrazione di sta gente, abituata da sempre a frutta fresca, sole, mare, pesce fresco, turiste in bikini…. Stare alla finestra con 40 gradi a bere the verde e pensare “che figata i vichinghi, gente che viveva nell’indigenza fino a che non trovava villaggi da depredare, e allora giù mazzate e torture mentre piove o nevica o si muore nel mare in tempesta o sotto una valanga….quella si che è vita…Altro che mio cugino che vende la gamba al parco Sempione e guadagna 4000 euro al mese da spendere in birra e puttane… “

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