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An evening with DREAM THEATER @Assago (MI) 13.02.2020

13 febbraio 2020

Ho visto i Dream Theater due volte: la prima durante il tour di Six Degrees of Inner Turbulence, con i Pain of Salvation di spalla, al PalaMarino; la seconda al Forum di Assago, quattro anni fa, nel tour in cui rifacevano tutto Images & Words. Oggi siamo di nuovo ad Assago, perché risuonano tutto Scenes From a Memory, il loro capolavoro. Io arrivo a casa trafelatissimo alle otto passate dopo una riunione che si è protratta oltre l’umana sopportazione, e ci ricatapultiamo fuori da casa in cinque minuti. Che poi in realtà non ci sarebbe neanche tutta ‘sta fretta, dato che la scaletta del tour è la seguente:

  • Un’ora di pezzi tratti dagli ultimi album
  • Venti minuti (abbondanti) di intervallo
  • Tutto Scenes From a Memory
  • Un pezzo dall’ultimo album

Considerato che abbiamo perso di vista le varie uscite dei Dream Theater un po’ troppo tempo fa, saremmo felici di perderci qualche pezzo iniziale per non arrivare poi a Finally Free spompati come Brock Lesnar dopo il quindicesimo german suplex. Anche se poi l’ultimo album l’ho sentito un paio di volte ed è sinceramente carino, ma non è comunque questa la sede per riascoltarlo, dato che in testa adesso abbiamo solo Nicholas sul lettino del suo ipnoterapista.

Arriviamo incredibilmente in orario e ci sorbiamo l’oretta scarsa di pezzi nuovi, sui quali non ho niente da dire perché praticamente non li conosco. Del resto questo non vuol essere un report vero e proprio ma solo un’esaltazione di quel capolavoro di Scenes From a Memory e dei suoi autori, incrollabili professionisti che ogni volta tirano su quasi tre ore di concerto col sorriso sulle labbra. Un disco ispiratissimo, raffinato, complesso ma con melodie da canticchiare a vita, bello dall’inizio alla fine, con suoni perfetti e, al netto di alcuni sbrodolamenti (fisiologici, visto di chi stiamo parlando), con tutto al proprio posto, esattamente dove e come dovrebbe essere.

L’esecuzione della band è impeccabile, e questo immagino sia scontato per tutti. È la prima volta che faccio davvero attenzione a come si comporta Mangini dal vivo e, a parte le considerazioni tecniche che lascio per ovvi motivi al Belardi che sarebbe felicissimo di scrivere uno speciale di dieci pezzi su di lui, trovo che il suo modo di suonare sia molto scenografico e parecchio heavy metal; diciamo che Mangini è la cosa più simile a Tommy Lee che un gruppo come i Dream Theater possa proporre: ed è encomiabile, perché di solito i gruppi prog a un certo punto prendono ad atteggiarsi a paludati ed impomatati esegeti dello strumento con conseguenze disastrose per chi va a vederseli. Invece un concerto di Petrucci e soci è sempre bello anche per chi non ha la monomania per uno strumento: penso sia questo uno dei maggiori segreti del loro successo. Un capitolo a parte andrebbe fatto per James LaBrie, che proprio non ce la fa più; ma questa è la vita, purtroppo, e la vita è una puttana, caro James.

C’è tanta gente, tutta felice, e tutta estremamente partecipe. Quando arriva The Spirit Carries On LaBrie ci urla di accendere le torce ai cellulari, e il palazzetto si illumina a giorno. È impressionante. La chiusura con Finally Free è commovente, nel senso letterale del termine, e non possiamo fare a meno di cantare tutti quanti, fino all’apoteosi finale:

This feeling
Inside me
Finally found my life
I`ve finally free
No longer
Torn in two
Living my own life by learning from you
We`ll meet again my friend
Someday soon

Ci perdiamo l’ultimo pezzo (che è At Wit’s End, dall’ultimo Distance Over Time) perché è tardi e domani dobbiamo alzarci presto eccetera. Permettetemi di dedicare questo articolo all’amico Fabbio, grande fan dei Dream Theater e attualmente rinchiuso in una struttura di isolamento di Wuhan in preda agli spasmi del Coronavirus. Che tu possa sconfiggere il chiuso morbo con la stessa facilità con cui Petrucci affronta i powerlifting su panca piana, amico calabro. (barg)

6 commenti leave one →
  1. blackinmind permalink
    13 febbraio 2020 15:39

    Ormai non li seguo più da anni, ma per me sono comunque uno dei gruppi della vita. Nel 1994 mi tatuai pure il loro simbolo ed ero iscritto al fans club. Li ho visti più volte in vari tour, da “Awake” fino a “Octavarium”, passando alla prima assoluta di “A change of seasons” a Varese per omaggiare gli Italian Dreamers.
    Tutto questo per dire che dal vivo non mi hanno mai deluso, e leggere che ancora riescono ad offrire uno spettacolo di tre ore non può che farmi piacere. Certo, LaBrie dal vivo è sempre stato una roulette russa, ma i soldi del biglietto non li hanno mai fatti sprecare.

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  2. andrea-metal permalink
    13 febbraio 2020 18:36

    “È la prima volta che vedo Mangini dal vivo”. Scusami ma 4 anni fa per images and words c’era Mangini alla batteria. Comunque ieri sera c’ero anch’io, speso 60 euro per 3 ore di spettacolo con pausa. Una cosa molto rara di questi tempi

    Piace a 1 persona

  3. 13 febbraio 2020 22:16

    Uno dei gruppi più belli da vedere dal vivo, che riesce a rendere veramente quello che registra in studio.
    Il concerto per il tour di Awake a Milano nel 94 fu una cosa perfetta (nonostante fosse appena uscito Kevin Moore), uno dei momenti da ricordare nella nostra misera vita, ma ce ne sono stati tanti altri.

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  4. Arkady permalink
    14 febbraio 2020 08:54

    Sto rosicando tantissimo, nello stesso momento ero a vedere gli Editors per fare il galantuomo e controbilanciare questo periodo colmo di violenza sulle donne. Ma dentro piangevo tantissimo e con il cuore ero ad Assago mentre veniva eseguito uno degli album della mia vita.

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