Nuovo singolo dei Fear Factory, la tensione si taglia con un grissino

Dino Cazares insieme all'unica persona che lo sopporta

Sui Fear Factory avevo già messo una pietra sopra ai tempi di Obsolete. Certo, riascoltato oggi, alla luce del pattume propinatoci dal marchio negli anni a venire, sembra quasi un capolavoro ma uscii talmente pazzo per Demanufacture (formidabili quegli anni) che attesi il suo successore con delle aspettative troppo elevate perché non restassi deluso. Digimortal lo ascoltai solo perché costretto dagli amici, che mi giuravano non fosse così male, ma mi lasciò del tutto indifferente. Poi la surreale telenovela sulla loro formazione finì per risultare molto più interessante della musica che veniva rilasciata a nome Fear Factory.

Prima se ne va Dino Cazares perché aveva scazzato con Burton C. Bell. O forse se ne va Bell perché aveva scazzato con Cazares, non ricordo bene. A mettere zizzania tra i due ci si era messa pure Tairrie B dei Manhole, all’epoca fidanzata con il cantante, giusto perché in questo genere di storiacce una donna di mezzo ci sta sempre bene. La band resta in animazione sospesa per un po’ e si riforma senza il panzone messicano, che si rivela però tutt’altro che facile da sostituire. Christian Olde Wolbers, in mancanza di idee migliori, si mette alle sei corde e si compra il bassista degli Strapping Young Lad, Byron Stroud, con i soldi risparmiati nel frattempo grazie al radicale abbattimento delle spese legate al catering. Fanno altri due dischi: Archetype e Transgression, uno più inutile dell’altro. Li vidi dal vivo con quella formazione e mi divertii. Solo quando suonavano Replica e Self Bias Resistor ma mi divertii.

Nel 2009 Cazares e Bell si riconciliano e annunciano di aver dato vita a un nuovo gruppo con Gene Hoglan e lo stesso Byron Stroud, che deve essere il classico tizio che va con chi lo paga meglio. Un nuovo gruppo chiamato Fear Factory. Il tutto alle spalle dei poveri Wolbers e Herrera, che non ne sapevano niente e ci rimangono comprensibilmente di merda. La questione legale si rivela un discreto bordello perché i diritti del moniker appartenevano a tutti ma alla fine i due sono costretti a farsi una ragione di un furto con destrezza degno di un Arsenio Lupin in salsa guacamole e a perseverare con il loro mirabolante side-project Arkea. Il disco che ne viene fuori, Mechanize, pur ascoltabile, conferma che i Fear Factory, a prescindere da chi ci suoni, non potranno mai più essere qualcosa di diverso da una cover band di loro stessi.

A giugno esce The Industrialist e, se le premesse sono queste, non credo proprio avrò tutta ‘sta voglia di ascoltarlo:

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