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La mensa di Odino #5

29 settembre 2011

salsiccia e friarielli, un piatto molto gradito al dio Odino

Parliamo di gruppi che esistono, suonano, fanno concerti ma di cui per qualche motivo eravamo all’oscuro; un po’ perché ce li eravamo dimenticati, un po’ perché eravamo convinti si fossero sciolti. Per esempio i MORIFADE, che l’ultima volta che li avevo sentiti nominare forse c’era ancora Trapattoni ad allenare la nazionale. Pensavo si fossero sciolti, e difatti non facevano uscire un disco dal 2004. Ti fai due calcoli e consideri che questi in quindici anni di carriera hanno fatto uscire 4 dischi, e tra l’altro avendone io sentito addirittura la metà posso affermare con sufficiente fermezza che non c’è alcun motivo al mondo che giustifichi l’esistenza dei Morifade. I Morifade in questo senso sono un elemento che turba la connessione causa-effetto storicista. Loro sono parte del CAOS scatenato dal Demonio per squarciare l’armonia del creato.

Empire Of Souls (scontato e inutile già dal nome) è il tipico disco svedese powerprog sanza ‘nfamia e sanza lodo con chitarre innocue e linee vocali inoffensive, produzione leccatissima, inappuntabile perizia tecnica, senza un riff memorabile che sia uno e anzi ammorbato da continui riffoni stoppati che manco i primi Papa Roach. Uno quei dischi tutti uguali che tu ti chiedi a chi possano mai piacere, e soprattutto perché cazzo continuino a uscire. Si salva qualche assolo qua e là, ma a fare da contraltare c’è la fastidiosissima voce del cantante che tiene sempre ste note altissime però senza averne le capacità, sforzandosi talmente che da un momento all’altro sembra che debba accasciarsi al suolo per la fatica e lasciarsi morire.

Ritornano dall’oscurità dei Natali passati anche le KITTIE, di cui non sentivo parlare dai tempi del debutto circa dieci anni or sono. Ricordo che lo consideravo un bel disco, però adesso non ne ricordo una nota. Non ricordo neanche come si chiama. All’epoca trattavasi di nu metal come andava di moda, adesso le tre tipe (sono sempre tre tipe?) si sono adeguate ai tempi e suonano una cosa più aliceinchainsiana (ai limiti dell’aperto tributo in What Have I Done) e comunque più grassa, con le chitarre più cariche, qualche scaletta blues mutuata dallo sludge e un po’ di quel deathrash svedese che ormai sta un po’ dappertutto e che per un’americana white trash come Morgan Lander si sublima specialmente in Arch Enemy ed In Flames.

i vicini di casa delle Kittie

Non è male nel complesso, ma è meglio quando decelera, perché le parti estreme sono i momenti meno riusciti del disco e lo screaming dopo un po’ è fastidioso. Ad esempio: carina Never Come Home, uno di quei pezzi nu metal sofferti e oscuri tipo Unreal dei Soil; pessima la successiva Ugly, insensata cavalcata stile Arch Enemy di cui il titolo rappresenta l’essenza alla perfezione. Ascoltare con lo skip.

Non avevo mai sentito nominare invece gli HB, nonostante siano finlandesi e già al settimo album. In realtà The Battle Of God è una riedizione del debutto (Uskon Puolesta, 2000) in lingua inglese; una scelta forse legata al proselitismo, dato che trattasi di christian metal band riuscita anche a intitolare un album Jesus Metal Explosion. Stilisticamente siamo sulla strada già battuta dai Lullacry: riff vagamente stradaioli con fischioni di chitarra qua e là, strofe con accordi chiusi e ritornelli con accordi aperti, voce femminile non troppo sostenuta e la sensazione che dal vivo rendano molto di più che su disco. In altri punti si avverte un po’ più la grandeur e quindi passiamo dalle parti dei Nightwish, quelli più pomposi e insensati di Once, ma mai a quei livelli di prosopopea. Il tutto sembra fatto con pochi mezzi, e non rende giustizia a quei pochi buoni spunti qui e lì. Non ho fatto molto caso alle liriche perché mi sembra una cosa da oratorio e non mi pare proprio il caso. Trascurabili, ma date le premesse sarebbero potuti essere molto peggio.

Molta gioia e felicità invece per i MAJESTY, che se ne sono tornati con un doppio cd: il primo è un greatest hits; il secondo contiene rarità, pezzi nuovi e pezzi vecchi risuonati per l’occasione. Sono molto legato ai Majesty perché recensii per MS il loro secondo Sword & Sorcery nel 2002, ma a parte tutto rappresentano una splendida realtà nascosta nel panorama di heavy metal tedesco degli ultimi vent’anni. Quattro dischi, di cui il primo (Keep It True, 2000) autoprodotto e l’ultimo (Hellforces) risalente ad ormai cinque anni fa, i Majesty hanno sempre cercato di trovare la quadra tra le pesanti influenze manowariane e l’ariosità del power nordeuropeo di fine anni novanta. Il primo cd potrà servire, a chi non li conosce, per scoprire gioiellini di puro midtempo vintage come Sword & Sorcery, Metal To The Metalheads e Keep It True, o le bordate in doppia cassa di Guardians Of The Dragon Grail (power metal tedesco puro) e Fields Of War (perfetto incrocio tra Manowar, Virgin Steele e Nocturnal Rites) o la splendida Aria Of Bravery, la Heart Of Steel coi crauti. Per quanto riguarda il secondo disco i pezzi nuovi sono carini ma non all’altezza dei vecchi; ottime le riregistrazioni, specie perché le versioni originali sono ormai introvabili; chiude il cerchio il primo demo, registrato probabilmente dentro una cella frigorifera piena di tubi di ferro e qui riproposto senza alcuna modifica. Sempre viva i Majesty, l’ideale sottofondo a una cena a base di salsicce coi friarielli. (barg)

 

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