(HED)P.E. – Truth Rising (Suburban Noize)

Se c’è un genere che non ha saputo superare la prova del tempo questo è senza dubbio il nu-metal. Una parabola brevissima e intensa, la cui eredità oggi è però davvero irrisoria (quando non propriamente dannosa); saccheggiando le idee di alcune delle uscite cardine del crossover dei primi anni ‘90 (Rage Against The Machine, Red Hot Chili Peppers, Faith No More) una serie di band ha riutilizzato intuizioni artistiche e commerciali notevoli finendo per incastrarle in uno stereotipo che una volta raggiunto il suo zenit (circa ‘99) ha da lì in poi creato quasi esclusivamente musica mediocre. In quel periodo però sembrava davvero che quella fosse la strada maestra da seguire per la musica pesante, tanto che anche metallari old school quali Max Cavalera e Rob Flynn finirono per mettersi i pantaloni oversize e le canotte da basket cominciando a gesticolare come fossero dei qualsiasi cafonazzi del ghetto.

Col senno di poi viene da domandarsi se l’entusiasmo che si provava all’epoca per certe band fosse tutto sommato giustificato: i Korn sono con ogni probabilità il gruppo più sopravvalutato della storia, i Limp Bizkit sono stati fagocitati dal business che li ha velocemente trasformati in un circo vanesio, solo i Deftones sono riusciti a scampare al tritacarne grazie a scelte più coraggiose e ad ambizioni che non si riducevano a puttane, cocaina ed un posto in prima fila agli MTV Awards. Al seguito di queste band (comunque meritevoli) si è sviluppata una schiera di band che copriva uno spazio che andava dai “Take That con le chitarre” (definizione che Henry Rollins affibbiò ai Linkin Park) all’insulsa miscela di Papa Roach e Coal Chamber per arrivare infine ad abomini quali i Crazy Town o i Methods Of Mayhem di Tommy Lee (il punto più basso in assoluto).

Nelle retrovie, tra i migliori, si trovavano gli (hed)P.E. formazione che, accentuando alcune caratteristiche mutuate dall’hip hop più ortodosso e meno pappone, riusciva ad essere credibile, pesante ed innovativa. Il loro primo album lo inserirei in una ipotetica top ten del genere, da lì in poi è stato però un lento ed inesorabile declino. Unico merito che gli può venire oggi riconosciuto è quello di non aver mollato quando il vento è cambiato e l’attenzione dei media si è spostata da altre parti. I meriti però restano circoscritti a questa sfera ‘morale’perché per quello che riguarda lo specifico artistico si sarebbero potuti tranquillamente fermare al secondo album.

Veniamo a “Truth Rising”, un album che definire semplicemente come brutto non sarebbe preciso, è un album irritante: un ammasso deforme di idee scontate assemblate in modo confuso tramite dosi di testosterone esagerato, roba che sembra fatta per impressionare i ragazzini. Il riffone circolare, la citazione reggae, il refrain punk melodico, la sfuriata hardcore e il grugnito metal: tutto viene miscelato insieme senza soluzione di continuità.

Alcune scelte poi sono del tutto incomprensibili, viene lasciato da parte quasi del tutto il rap e si va alla ricerca dell’effetto sdoppiamento alla Jonathan Davies (l’originale che si auto-plagia però basta e avanza), si tenta pure la contraffazione dei System Of A Down (vedi la tragica Sad News – nomen omen); un album in cui l’hc sembra essere l’influenza principale, peccato solo che sia interpretato in maniera bambinesca fatta di slogan facilotti e linguaggio eccessivo.

Bastano quindici minuti e si ha la sensazione di gonfiore e fiato corto, come una di quelle abbuffate isteriche ad un buffet in cui ci si affretta ad ingozzarsi di tutto quello che è a portata di mano, peccato che in tali situazioni l’unica via d’uscita equivalga a due dita in gola davanti al gabinetto. Per liberarsi e non pensarci più. (Stefano Greco)

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