ZOROASTER – Matador (E1 Entertainment)

Confesso di avere avuto il primo contatto con gli Zoroaster e con questo album solo dopo aver notato che figurava in svariate classifiche delle migliori uscite che le riviste musicali (compresa questa) sono solite pubblicare a fine anno. Con un minimo di ricerca in più ho potuto constatare che la band non era all’esordio ma può anzi vantare ben altre tre uscite (di cui una su Southern Lord). Per ovvie ragioni non sarà quindi possibile analizzare l’evoluzione del sound del gruppo o altri aspetti del genere, quello che invece si può constatare dopo pochi ascolti è che “Matador” è un album che merita i giudizi positivi che molti sembrano avergli riservato.

La prima e (secondo me) più ovvia considerazione è che il sound del trio possiede una caratteristica che oggi è piuttosto rara nel panorama metal, ossia riesce ad essere contemporaneamente heavy ed easy-listening (oddio, la title-track non è propriamente Britney Spears), questo è di per sé un aspetto  rilevante perché sempre più spesso il metal nella sua (logica e condivisibile) ricerca di spostare un gradino oltre la frontiera del ‘pesante’ sembra rinunciare ad una delle qualità che ne hanno determinato la fortuna nell’età aurea degli anni 80: l’essere una forma accessibile e (per quanto possa non piacere) popolare. Gli Zoroaster riescono nell’intento agendo principalmente su due leve: da una parte c’è una certa indulgenza nel suonare, sono svariate le parti in cui la band inserisce sezioni quasi jammate alla maniera dei classici (in “Trident” ne riesce ad inserire addirittura due in un pezzo che non arriva a quattro minuti); dall’altra parte l’effetto relax è da imputarsi alla particolarità delle linee vocali che, pur non essendo propriamente clean, possiedono una forte impronta melodica e una componente eterea / narcotica che ammorbidisce un tessuto chitarristico parecchio aggressivo (alla Mastodon, per dire). La band possiede poi un’ulteriore peculiarità che inizialmente può anche lasciare perplessi ma alla fine risulta essere positiva; durante l’ascolto emergono in maniera evidente tutte le varie radici da cui il loro suono prende forma ma allo stesso tempo non è possibile identificare una matrice esatta. In altre parole: le influenze sono tante e si sentono ma sono rielaborate con abbastanza personalità da non risultare ovvie o immediatamente riconoscibili.

Moderno nei suoni ma dall’approccio seventies nella scrittura, “Matador” è un album che vive di dicotomie. Metal retro-futurista? Boh, forse. Di sicuro meritano un ascolto. (Stefano Greco)

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