BLUR – The Ballad of Darren

Che cosa è nata prima, la musica o la sofferenza? La gente teme che i propri figli giochino con le armi, o che guardino video violenti e che una certa cultura della violenza li possa sopraffare. Nessuno, però, si preoccupa del fatto che i propri figli ascoltino migliaia, letteralmente migliaia, di canzoni su cuori spezzati, rifiuti, sofferenza, miseria e perdita. Ascoltavo musica pop perché soffrivo? Oppure soffrivo perché ascoltavo musica pop?”

Ricordate questo splendido quesito musical-esistenziale presente in Alta Fedeltà di Nick Hornby? Ho sempre trovato che in queste poche righe fosse racchiusa una delle più grandi verità su una certa pop music, e che al loro interno venisse svelato qualcosa di “nascosto in pieno giorno”: dietro determinate melodie armoniose, arrangiamenti distensivi e voci sempre composte si celano fragilità, malesseri e sofferenze capaci, anche solo inconsciamente, di lasciare il segno.

In tal senso il nuovo album dei Blur – arrivato quasi a sorpresa dopo otto anni di silenzio e vari progetti paralleli perseguiti da tutti i membri della band – è una perfetta esemplificazione di questo concetto.

Ascoltato distrattamente, di primo acchito, può sembrare un disco piacevole ma “inconsistente”, quasi interamente votato alle ballate e, pur percependo una certa profondità e un’indubbia eleganza negli arrangiamenti, non sembra lasciare il segno. Ma questo accade soltanto perché, come molti altri grandi album pop, The Ballad of Darren vive di più letture, richiede una certa attenzione e rappresenta un nuovo punto di partenza per i Blur.

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Se il precedente The Magic Whip, nato quasi per caso e influenzato da un viaggio in Oriente, può essere considerato un episodio a sé stante e, d’altra parte, l’eclettico Think Tank era un esperimento di una band che si stava sfasciando, The Ballad of Darren, come espressamente dichiarato da Damon Albarn, è il primo vero disco dei Blur dal 1999. Ed è un lavoro in cui riaffiora un certo gusto pop del passato (anche remoto), anche se il mood, i suoni e gli arrangiamenti sono quelli di una band che è consapevole di non avere più vent’anni, che non vuole suonare ridicola e che si presenta al suo pubblico con maturità, malinconia e onestà. Di quell’onestà brutale che solo un certo pop sa avere.

Perché, dietro quell’armonia perfetta e quelle ballate (almeno otto su dieci) che compongono l’album, c’è quella sofferenza di cui parlava Nick Hornby. Infatti The Ballad of Darren è prima di tutto un breakup album, concepito interamente da Damon Albarn e registrato in uno studio portatile.

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Posto che, giustamente, il frontman non ha voluto confermare pettegolezzi attinenti alla sua vita privata, già l’iniziale The Ballad non lascia molti dubbi (I just looked into my life and all I saw was that you’re not coming back). La sensazione continua col successivo singolo St. Charles Square, uno dei pochi brani “elettrici” dell’album, che sembra quasi un apocrifo di Modern Life is Rubbish e che, comunque, non si discosta da questa atmosfera, partendo da un magnifico I fucked up e proseguendo con un flusso di coscienza decisamente sentito (Ooh, don’t leave me here, baby / Don’t leave me completely / ‘Cause I might not get back to myself at all).

Se anche musicalmente sono tanti i riferimenti ai due splendidi solisti di Albarn, si tratta di brani che, come dichiarato dai diretti interessati, sono stati concepiti da un solista e sono diventati il frutto di un lavoro collettivo nell’esecuzione, negli arrangiamenti e nello spirito, diventando a tutti gli effetti un “disco dei Blur” molto più di quanto lo fossero i due precedenti.

Ciò che rende diverso e riuscito The Ballad of Darren da altri analoghi album permeati da un certo spleen e da pulsioni adolescenziali è la compostezza, la malinconia e la quieta rassegnazione (It’s the english way, dicevano i Pink Floyd) legate a una visione più matura dei rapporti umani.

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In tal senso emblematica è la doppietta Barbaric (per chi scrive, tra i migliori brani mai composti dai Blur) e Russian StringsMusicalmente due brani pop perfetti e classicissimi, il primo su tonalità più lievi, la seconda da ballad dolente, in cui la tematica del disco viene affrontata con schiettezza, in modo concreto e intriso di contemporaneità. Così in Barbaric Albarn non ha paura di confessare, in uno dei brani più orecchiabili dell’album, cosa ha provato dopo essere stato lasciato (And I’d like, if you’ve got the time, to talk to you about what this breakup has done to me / I have lost the feeling that I thought I’d never lose / Now where am I going? At what cost, the feeling that I thought I’d never lose / It is barbaric); poi, in Russian Strings, si chiede dove è lei, perché non è online e quando potrà ricontattarla.

Tutta questa sofferenza – e sta qui la bravura – non è traslata in stanche nenie ma in brani immediatamente decifrabili e orecchiabili che si susseguono per trentasei minuti (che è quanto dovrebbero durare molti album pop). Nella seconda parte, dopo un brano dedicato a Leonard Cohen, si inizia a tracciare un percorso di ricostruzione interiore inaugurato dal singolo The Narcisist (But I won’t fall this time, with gospeed I’ll heed the signs)  che si conclude con gli archi di The Heights (I’ll see you in the heights one day, I’ll get there too, I’ll be standing in the front row. Next to you).

Un disco inaspettato, compatto e sentito. Il primo album di un gruppo di persone che ha superato i cinquanta e non vuole suonare come faceva a venti e che, ancora una volta, in mezzo a tanti ritornelli perfetti e arrangiamenti elegantissimi, ci fa mettere davanti allo specchio e fa tornare in mente l’eterno quesito hornbiano. (L’Azzeccagarbugli)

 

3 commenti

  • Lucio Brambilla
    Avatar di Lucio Brambilla

    L’album più “Tranquillo” dei Blur, preferivo i due precedenti ma anche stavolta non hanno sbagliato

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  • Avatar di Carolina84

    Damon Albarn artista totale. Tra questi, suo gruppo originale, i Gorillaz, the Good the Bad and the Queen e la sua carriera solista tanta musica straordinaria.

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  • Avatar di Gianni

    Che dire: complimenti al bravissimo Azzeccagarbugli, che ha colto e descritto con maestria la grande ed inaspettata qualità di un album sorprendente e commovente!

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