La finestra sul porcile: OCCHIALI NERI, il miglior film di Dario Argento dell’ultimo ventennio

Negli ultimi vent’anni abbondanti il pubblico di Dario Argento si è sempre diviso tra ultras sfegatati, pronti a salvare ed esaltare qualsiasi progetto del Maestro con modalità decisamente creative, e persone pronte ad accogliere ogni suo nuovo fotogramma col fucile puntato e un’insopportabile spocchia. Due atteggiamenti estremamente sbagliati perché, da un lato, negare che la produzione argentiana contemporanea sia quasi – e ribadisco il quasi – totalmente insalvabile significa fare un torto allo stesso autore, dall’altro determinate critiche – tutte uguali, in copia carbone – sulla scrittura, sugli attori, sulle interpretazioni, mostrano una profonda e palese incomprensione del Cinema di Dario Argento. Critiche mai costruttive che diventano sberleffi irriverenti e insensati nei confronti di un autore che ha fatto la storia del cinema e che, anche nei suoi episodi più deprecabili, meriterebbe rispetto.

Tanto premesso, OCCHIALI NERI (tutto maiuscolo, come INLAND EMPIRE) è obiettivamente il miglior film di Dario Argento quantomeno nel nuovo millennio.

Il che non significa che si tratti di un gran film, o anche solo di un’opera del tutto riuscita, ma senza dubbio alcuno è il primo progetto da tanto, troppo, tempo che sembra essere davvero sentito da Argento e in cui si avverte, finalmente, la sua mano.

Pur essendo in territori da thriller, siamo lontani dai virtuosismi della trilogia degli animali e anche dalla velocità di Nonhosonno, ma per fortuna siamo distanti anche dalla piattezza di molte delle sue ultime prove.

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Un Argento sicuramente più misurato, classico, come dimostrato dall’uso importante della dissolvenza, che gira con molto sentimento ogni singola inquadratura di un film che ha avuto una lunga gestazione e che è, nel bene e nel male, fuori dal tempo, fuori dai canoni del cinema e soprattutto della narrazione contemporanea amata dal pubblico, in cui tutto deve avere un suo “perché. Un cinema agli antipodi di quello di Dario Argento che è invece fatto di sensazioni primordiali e in cui la scrittura, la fabula, la recitazione e la direzione degli attori subiscono, con convinzione, la forza dello sguardo e dell’immagine. Un cinema in cui trova poco spazio la razionalità e la verosimiglianza: in questo senso OCCHIALI NERI non fa eccezione.

È il sentimento che costituisce il filo conduttore di un plot quasi impalpabile, incentrato un serial killer di prostitute – la cui identità è svelata quasi immediatamente – e della fuga dalla sua furia omicida di una prostituta – Ilenia Pastorelli –  e di un bambino cinese legati da un tragico destino. Uno sguardo estremamente tenero su due personaggi appartenenti agli “ultimi”, guardati con disprezzo da tutti i personaggi più “nobili” e che trovano vero affetto solo nell’amore incondizionato di un cane e nelle cure di una volontaria, interpretata da Asia Argento, che mai come in questo film incarna volto e ruolo della compianta Daria Nicolodi.

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Argento si distanzia quasi immediatamente dai dettami del giallo, tanto è vero che la fase più poliziesca è decisamente sgangherata e poco riuscita, per cercare un approccio più primordiale e sensoriale. Una scelta che si percepisce a partire dalla confusione dell’eclisse solare filmata in mezzo all’EUR che apre la splendida prima sequenza del film, per giungere al “non luogo” della foresta di Formello in cui è ambientata la lunga e riuscita sequenza finale che alterna una dimensione favolistica (i serpenti, i riflessi e i rumori del bosco), a quella del gotico rurale (richiamato esplicitamente da un omaggio a The Night of the Hunter).

Un lavoro a suo modo coeso, nonostante alcuni passaggi a vuoto nella parte centrale e nonostante molti personaggi – il killer in primis – troppo deboli, che riesce a coinvolgere lo spettatore come non accadeva da tempo, anche grazie ad un sapiente uso delle musiche e a un finale estremamente malinconico, netto e per niente consolatorio che mette la parola fine al viaggio di questo improbabile duo, che ricorda quasi una versione metropolitana de Il Grinta.

Un film assolutamente imperfetto che farà storcere il naso ai soliti detrattori e che potrebbe scontentare anche i fan di vecchia data che si aspettavano un film più canonico in stile Nonhosonno, ma che ritengo essere pienamente sufficiente e, cosa ancor più importante, estremamente coerente e integrato nella visione di Dario Argento. (L’Azzeccagarbugli)

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