Avere vent’anni: PAIN OF SALVATION – Remedy Lane

Se The Perfect Element Part. I è stato il primo autentico capolavoro dei Pain of Salvation dopo due ottime “prove generali”, Remedy Lane è il disco con il quale la band, partendo dalle basi del precedente, ha smussato gli angoli delle proprie composizioni, aggiustato il tiro e realizzato il suo miglior album in assoluto. Pur essendo un lavoro molto vicino al precedente sia concettualmente – un altro concept diviso in tre parti – e nella struttura – un disco dalla durata importante, interamente costruito su registri diversi – Remedy Lane riesce a eliminare alcune sparute prolissità e soprattutto ad essere un disco più diretto, sentito e istintivo. Una sensazione che si percepisce sin dai testi e dal concept che, per quanto articolato, è ben lontano dall’intricatissima storia dei due protagonisti di The Perfect Element ed è ben sintetizzabile in un diario delle esperienze sentimentali e sessuali del protagonista che ripercorre la sua memory lane in forma circolare, partendo dalla stanza di albergo a Budapest dell’iniziale Of Two Beginnings che ritroverà alla fine della storia nella finale Beyond the Pale che, come da tradizione, tira le fila dell’intero album.

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Per trovare una foto dell’epoca dei PoS di qualità accettabile ho dovuto fotografare il booklet.

Una storia sì più diretta, ma anche più sentita, pure in considerazione del fatto che Gildenlöw ha messo in scena tanto ricordi personali (l’aborto spontaneo della moglie in A Trace of Blood), quanto rielaborazioni di fantasia (il sogno di un suicidio di Rope Ends) che rendono il viaggio nella memoria del protagonista del suo album, anche il viaggio dello stesso compositore. Il risultato è un disco molto più drammatico, sia  nell’impostazione che nel tono generale dei brani e dell’interpretazione vocale dello stesso Gildenlöw, molto meno aggressivo rispetto ai lavori precedenti, con una maggiore attenzione alle melodie che vanno a snellire e semplificare le strutture dei brani (a parte le già citate Rope Ends e Beyond the Pale) che risultano essere più diretti rispetto al passato.

Una semplicità – ovviamente relativa – attraverso la quale nascono brani più lineari ma non meno incisivi, come le splendide Ending Theme, This Heart of Mine, Second Love e la strumentale Dryad of The Woods, che riescono a donare un minimo di luce alle composizioni sempre più cupe della band e che lasciano respirare l’ascoltatore in un contesto sempre più drammatico. In tal senso, il contraltare di questi brani è ben rappresentato da Undertow, tra le migliori canzoni degli svedesi e tra le migliori break-up songs in assoluto, capace di farti sentire sulla pelle quel turbine di sensazioni contrapposte che si annidano in quei momenti nella mente delle persone (“Let me drain! Let me die! Let me break the things I love, I need to cry! Let me burn it all! Let me take my fall! Through the cleansing fire!”).

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Un disco per sua stessa natura incredibilmente intenso e meno freddo dei suoi predecessori, che giunge al suo termine sempre attraverso un’oltremodo riuscita alternanza di atmosfere (la doppietta Rope Ends/Chain Sling in questo è da manuale) che lascia senza parole l’ascoltatore per tutti i 70 minuti di durata. Remedy Lane fu subito accolto come un altro capolavoro che portò la stampa specializzata a definire i Pain of Salvation come il futuro di un certo tipo di metal – anche attraverso accostamenti sinceramente forzati con il coevo Six Degrees of Inner Turbulence –  e che rappresentò la consacrazione della band, arrivata anche grazie ad un tour con gli stessi Dream Theater in occasione del quale – lo ricordo come se fosse ieri – per la prima volta il pubblico attendeva tanto il gruppo spalla quanto gli stessi headliner, che in quell’occasione uscirono con le ossa rotte.

Remedy Lane resta l’ultimo capolavoro della band che, al di là della qualità altalenante dei successivi album (di grande rilievo il folle progetto Be, il difficile Scarsick e lo straordinario In the Passing of Day), non è mai riuscita a esplodere definitivamente. Quando sembrava che gli svedesi potessero fare l’ultimo passo verso un pubblico maggiore, anche attraverso un suono più immediato, qualcosa si è rotto e non solo i nostri non hanno fatto “il botto”, ma le proprie ambizioni ne sono uscite decisamente ridimensionate. Il lascito di quel periodo resta però indimenticabile e Remedy Lane, oltre ad essere il lavoro più significativo del gruppo – insieme a The Perfect Element Pt I – rimane uno dei più grandi dischi progressive metal che siano mai stati realizzati. (L’Azzeccagarbugli)

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