Vitaly Kaloyev, il lungo cammino della vendetta

Il 1º luglio del 2002 il volo numero 2937, un charter della Bashkirian Airlines, parte da Mosca alla volta di Barcellona. A bordo ci sono nove membri dell’equipaggio e sessanta passeggeri, quarantacinque dei quali sono bambini russi che, per meriti artistici, hanno vinto un viaggio in Costa Durada, una rinomata località turistica spagnola. Quasi nello stesso momento si innalza da Bergamo, direzione Bruxelles, un aereo cargo della DHL, sul quale viaggiano soltanto il pilota, l’inglese Paul Phillips, ed il primo ufficiale, il canadese Brant Campioni. I due voli non hanno niente in comune: partono da due località distanti tra loro, hanno scopi diversi e mete differenti.

Alle 21.35 un controllore di volo della Skyguide (una società privata svizzera, con sede a Zurigo, che si occupa del monitoraggio dei cieli elvetici e di quelli di alcuni Paesi confinanti), il danese Peter Nielsen, si accorge che i due velivoli viaggiano quasi l’uno contro l’altro, rischiando l’impatto imminente.

Il controllore di volo ordina immediatamente al pilota del charter di scendere di mille piedi per cercare di evitare il peggio. Il sistema anticollisione dell’aereo, però, suggerisce di fare l’esatto opposto, cioè di salire, perché ha registrato che la stessa manovra d’emergenza imposta da Peter è già stata effettuata dal cargo DHL. Il pilota russo decide di dare comunque ascolto a Nielsen ed abbassa la quota, praticamente riallineandosi nuovamente con l’altro aereo. L’epilogo è scontato: all’altezza di Überlingen, una città della Germania meridionale, avviene l’inevitabile collisione. Non sopravvive nessuno.

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Peter Nielsen ha delle attenuanti. I radar, in quel periodo in manutenzione, non hanno segnalato la posizione dei velivoli in tempo reale, ma con uno scarto di diversi secondi. Non basta: il suo collega ha sonno e gli chiede di “coprirlo” mentre lui va a riposare in un’altra stanza. Nielsen, in parole povere, quel fatidico giorno si ritrova a dover lavorare per due, per giunta su un sistema notoriamente difettoso.

Le vite spezzate ovviamente generano dei drammi. Il più brutale è senza dubbio quello subito da un architetto, Vitaly Kaloyev, al quale il disastro di Überlingen strappa via l’intera famiglia: la moglie Svetlana ed i suoi due figli, Konstantin (10 anni) e Diana (4 anni). Com’è intuibile, quell’immane tragedia annichilisce totalmente il pover’uomo. Il professionista russo lascia il lavoro e trascorre la sua misera esistenza a distruggersi dal dolore. Erige degli altarini nella stanza di Konstantin e Diana, utilizzando diversi oggetti personali dei suoi tre congiunti defunti, e passa diverse ore lì davanti a piangere e a rimuginare. Interrompe quella struggente attività per andare al cimitero, dove però fa esattamente la stessa cosa, ma davanti alle lapidi. Per circa un anno la routine di Vitaly Kaloyev è solo ed esclusivamente questa.

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La giustizia nel frattempo cerca il responsabile del disastro aereo. Parte il solito scaricabarile, ma alla fine, come spesso accade, a pagare è il capro espiatorio: Peter Nielsen. Il controllore di volo viene licenziato. La Skyguide fa una proposta a Vitaly: offre un risarcimento economico, ma vuole che in cambio lui rinunci a qualunque azione legale. Kaloyev rifiuta e chiede insistentemente alla società svizzera di poter incontrare Peter Nielsen, ma non riceve alcuna risposta in merito, né tantomeno delle scuse formali. Poter guardare in faccia la persona che, a quanto dicono, è  responsabile dello sgretolamento della sua famiglia diventa la sua unica ragione di vita e l’indifferenza della controparte fa crescere in lui una rabbia enorme. Vitaly vuole delle spiegazioni, delle risposte, delle scuse. Forse vuole soltanto delle parole di conforto. Qualunque cosa, insomma, pur di tentare di lenire anche solo un minimo il dolore che gli divora le viscere.

Alle fine del 2003 Vitaly ingaggia un investigatore privato e lo incarica di scoprire l’indirizzo di Peter Nielsen. Il risultato non tarda ad arrivare: l’ex controllore di volo della Skyguide vive con la sua famiglia in una piccola cittadina della Svizzera tedesca. Agli inizi del 2004 l’architetto russo parte alla volta della Confederazione Elvetica: finalmente potrà guardare in faccia l’uomo che gli ha distrutto la vita.

Il 24 Febbraio Vitaly Kaloyev è davanti alla villetta di Peter Nielsen. Osserva l’abitazione e poi si siede sul prato. Dopo qualche minuto viene notato dai padroni di casa, che probabilmente pensano che quello strambo soggetto sia semplicemente un senzatetto psicolabile. L’ex controllore di volo ad un certo punto si fa coraggio ed esce per chiedere all’uomo che ha invaso la sua proprietà chi sia e cosa voglia. Vista la situazione, Peter viene prontamente seguito dai suoi figli, subito richiamati in casa dalla signora Nielsen.

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Il momento, dopo quasi due anni, è finalmente arrivato: Vitaly Kaloyev è davanti all’autore materiale del terribile misfatto che, come una bomba atomica, ha eliminato dalla faccia della Terra i suoi affetti più cari. La tensione è altissima. Peter inizialmente non sa chi sia quell’uomo, ma lo capisce praticamente subito: gli vengono letteralmente sbattute in faccia le foto di Svetlana, Konstantin e Diana, accompagnate da urla ed imprecazioni sconnesse. L’ex controllore di volo della Skyguide ha un parente delle vittime del disastro aereo che ha contribuito a provocare esattamente nel vialetto di casa sua. È difficile anche soltanto immaginare le emozioni o i pensieri di Peter Nielsen in quell’istante. Non sa cosa dire e – non sapremo mai perché – commette un gravissimo errore. Non si scusa con Vitaly e non tenta di giustificarsi. Non gli dice assolutamente niente, ma con un gesto di stizza colpisce con la mano le foto sventolate rabbiosamente dal suo interlocutore e le fa cadere sull’erba. Dopo quasi due anni di calvario è questa la risposta che l’ex controllore di volo danese dà all’inconsolabile Kaloyev. Una tragedia evitabile che ha polverizzato per sempre la stabilità mentale di un essere umano non può avere una replica di quel genere: probabilmente è questo il pensiero di Vitaly, che per reazione scatta come una molla, estrae un coltello e pugnala più volte Peter Nielsen, il quale si accascia e muore dissanguato sotto gli occhi della sua famiglia.

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Arrestato immediatamente, Vitaly Kaloyev, anche grazie alle attenuanti del caso, riceve una condanna molto blanda: otto anni. Ne sconta meno di cinque. Quando ritorna nella sua città natale, Vladikavkaz (capitale dell’Ossezia Settentrionale-Alania, uno Stato della Federazione Russa ai confini con la Georgia), viene accolto come un eroe da un’enorme folla festante, tra canti e fiori. I suoi conterranei lo vedono come un giustiziere che ha agito laddove i governi hanno fallito. La Svizzera gli chiede formalmente di pagare le spese della sua detenzione, richiesta ovviamente rispedita al mittente. Gli viene offerta un’importante carica politica, dalla quale però si dimette qualche tempo dopo, ricevendo la medaglia alla gloria dell’Ossezia, un’onorificenza assegnata a chi si impegna per migliorare la regione in uno o più settori.

A distanza di dieci anni dalla tragedia, Vitaly Kaloyev si risposa e – ironia della sorte –  da quell’unione nascono due gemelli, un maschio ed una femmina, Maxim e Sofia.

Ad oggi, dopo quasi vent’anni, nessuno è finito in galera per il disastro aereo di Überlingen. (Il Messicano)

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