Avere vent’anni: GREEN CARNATION – Light of Day, Day of Darkness

Avete presente quando si dice che certi dischi/film/libri riescono solo una volta nella vita? Si tratta di un’espressione che in ambito musicale, nella maggior parte dei casi, viene destinata ad artisti dalla carriera a dir poco altalenante (a voler essere generosi) che viene illuminata e nobilitata da un singolo lavoro di livello superiore, che spesso è il frutto di una sorta di congiuntura astrale di elementi artistici e personali.

Sarebbe ingiusto inserire i Green Carnation in questa categoria, perché, se si esclude il discreto ma acerbo esordio, la discografia della band di Tchort è di altissimo profilo, e pur essendosi sempre più spostata su territori prettamente progressive (vedi l’ultimo, ottimo, Leaves of Yesteryear), la qualità è rimasta talmente alta e la proposta comunque personale da aver convinto anche i fan di vecchia data.

Ciononostante Light of Day, Day of Darkness resta comunque di un altro livello e la sua realizzazione rappresenta, sotto tutti gli aspetti, l’unione irripetibile di diverse componenti umane, musicali artistiche.

Il disco, infatti, è composto da un unico brano della durata di un’ora, scritto da Tchort a cavallo di due eventi estremamente significativi per la sua vita: la morte della giovanissima figlia e la nascita del piccolo Damien. Un tumulto emotivo che è percepibile tanto nei testi, di chiaro stampo esistenzialista e di grande intensità, quanto musicalmente.

E qui le cose si complicano: come descrivere un lavoro del genere?

All’epoca il disco è stato ricondotto al filone dell’avantgarde norvegese, pur non avendo fondamentalmente nulla da spartire con quel (non) genere, ma ricordo che mi venne caldeggiato come un degno rappresentante della categoria “pazzi, geniali, folletti” (cit.) che tanto era in voga nei primi Duemila (nella quale sguazzavo allegramente, anche grazie alle dritte del mio coinquilino storico e odierno spacciatore di meme Roberto Angolo, acquistando tanta di quell’immondizia da poterci riempire intere colonne di Billy).

In realtà, volendo essere estremamente pragmatici, l’unica vera definizione che potrebbe confarsi ad un lavoro del genere è quella di progressive, non solo con riferimento al genere (assolutamente presente nel disco), ma all’approccio scelto da Tchort e soci.

La composizione, infatti, che parte da sonorità più vicine al doom dell’esordio contraddistinte da ritmiche cadenzate, vive di costanti progressioni ed evoluzioni verso generi e territori lontani anni luce dal metal (che però ritorna in diversi momenti) anche grazie all’apporto dei tantissimi musicisti che hanno collaborato alle registrazioni e che rappresentano l’esempio più tangibile della complessità del disco: due cori (uno dei quali di voci bianche), Arvid Thorsen al sassofono, Roger Rasmussen (Nattefrost) allo screaming, Endre Kirkesola agli archi, al sitar e ai synth, Synne Soprana come seconda voce femminile.

Un lavoro ambiziosissimo capace di passare da momenti di metal estremo a passaggi sinfonici, dal progressive anni ’70, all’hard rock, senza dimenticare lo splendido segmento di sax e voce femminile che fa quasi pensare ad una jam session tra Diamanda Galàs e Jan Garbarek.

Ma il vero pregio di Light of Day, Day of Darkness è che dietro a tutta questa ambizione (ben riposta) e complessità, c’è un disco incredibilmente “immediato”. E non perché sia facilmente decifrabile o assimilabile, ma in quanto riesce, sin dal primo ascolto, ad emozionare l’ascoltatore.

Senza fare troppi giri di parole, sin dal primo ascolto si comprende di avere a che fare con un disco memorabile, nel significato più letterale del termine: in quanto resta nella memoria. Perché fin da subito si comprende che il lavoro di Tchort e soci è fuori dal comune, è capace di far commuovere ed esaltare nel giro di pochi secondi e a distanza di vent’anni continua ancora a riservare sorprese.

Come capita solo ai capolavori, quelli che nonostante la straordinaria caratura di una band (e nonostante poche virtuose eccezioni) riescono solo una volta nella vita. (L’Azzeccagarbugli)

 

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