FNLMNT: SVNTH – Spring in Blue

Ricordo che sentii per la prima volta i Seventh Genocide ad un Romaobscura, quel fantastico festival che si teneva al Traffic e che spero di poter tornare a rivedere presto. Non ricordo bene quale anno fosse, ma molto probabilmente era una delle prime edizioni, quando il gruppo romano, abbastanza fresco di debutto del 2012, era costretto ad accontentarsi di quei primi posti in scaletta, necessari a scaldare il pubblico che comincia ad affluire per i grossi nomi che suoneranno a fine serata. Nella mia mente sembra l’altroieri ma con ogni probabilità sono già passati almeno cinque o sei anni, e i nostri hanno fatto in tempo a cambiare nome in SVNTH e a pubblicare altri tre LP e un EP.

Se devo essere totalmente sincero, all’epoca non mi fecero una grandissima impressione. Era già sicuramente un buon gruppo con delle basi solide. Tuttavia, mi dava la sensazione che non riuscisse ancora a dare qualcosa di veramente e totalmente suo al genere e si fosse un po’ adagiato sull’onda lunga di gruppi blackgaze che hanno seguito le orme di Alcest e compagnia bella. Ma, d’altronde, il genere in sé è sempre stato, fondamentalmente, un vivido e lucentissimo fuoco di paglia estintosi velocemente ed autonomamente. Per quanto mi riguarda, ho sempre trovato che Les voyages de l’âme fosse già un mezzo passo falso del gruppo di Neige, concretizzatosi poi definitivamente con Shelter. E allora come si può chiedere conto ai SVNTH di un genere che dopo solo un lustro cominciava già a perdere la sua spinta creativa e che era stato abbandonato dai suoi stessi creatori? E, giusto per fare un altro esempio abbastanza vicino, queste sono più o meno le stesse cose che, mutatis mutandis, penso degli Arctic Plateau.

Seventh Genocide - Spring in Blue

Infatti bisogna comunque riconoscere ai Seventh Genocide che con i successivi album hanno sempre cercato di trovare una quadra. Lo si percepiva, anche se molte volte non era sufficiente e le composizioni si perdevano in lunghissimi minuti di passaggi arpeggiati fin troppo progressive per i miei gusti. Questo almeno fino all’uscita dell’ormai omonimo EP SVNTH, risalente al 2018, che mi ha fatto finalmente pensare di essere davanti ad un disco col quid che mancava alle altre loro uscite. Forse è inutile dirlo e ci eravate già arrivati, ma per fortuna la buona strada intrapresa è stata seguita anche da questo nuovo Spring in Blue. Alcune velleità sono state abbandonate e alcune influenze ingombranti sono state ridimensionate, portando ad una proposta più equilibrata, che lega molto meglio tra di loro le sue componenti. Se dovessi dare un nome alle correnti, per esempio, direi che questo nuovo album è più vicino all’atmospheric black metal. Ogni tanto ritorna qualche sentore di blackgaze, come succedeva in alcuni album dei nostrani Enisum, che mi vengono ricordati da quei soavi cori di voci femminili che spuntano nella traccia Erasing Gods’ Towers, sopra a quei tappeti di chitarre distorte molto migliorati e decisamente più corposi rispetto al passato. Anche la produzione è essenziale ma efficace e fa suonare il tutto molto più organico. Infine, con Spring in Blue non mi sono mai sorpreso (nonostante l’ora di durata) a voler cambiare album per stanchezza, o a chiedermi da quanti minuti stesse andando avanti l’arpeggio che stavo ascoltando, come invece mi accadeva in passato.

I SVNTH riescono finalmente a rientrare nel novero delle ottime realtà black metal che il nostro Paese ha sfornato di recente (penso a Progenie terrestre pura, Earth and Pillars e Selvans, senza contare i già citati Enisum) e con il loro ultimo album danno anche il loro contributo a quella che finora si è già dimostrata una fantastica annata per il metal italiano. Mai cambiamento di nome (o quasi) fu così azzeccato. (Edoardo Giardina)

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