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Qualcuno adotti Chris Barnes: SIX FEET UNDER – Unburied

18 luglio 2018

Unburied è l’album di b-side di un gruppo che solitamente pubblica dischi piuttosto brutti.

A dire il vero anche loro, i Six Feet Under di Chris Barnes, hanno completato una qualche parvenza di “percorso”: in partenza erano una sorta di succursale degli Obituary con al seguito un batterista molto scarso, per intenderci un po’ come il Sassuolo o l’Empoli con la Juventus. Ma da Undead, e per circa tre album, hanno ricominciato – rivoluzionando specialmente la sezione ritmica – a creare cose decenti che suonavano anche relativamente fresche. L’ultimo, Torment, era nuovamente brutto come da tradizione della casa, ed è dalla sua tracklist che sono state scartate alcune delle canzoni che compongono questo Unburied. In sostanza qua dentro si sente, oltre all’influenza del loro sound più classico, anche quella di Crypt Of The Devil che era sì caruccio, ma i cui scarti lo erano decisamente meno: e sono questi ultimi che ci toccherà sentire una volta per tutte. 

Ci sono comunque due cose di numero che salvano dall’oblio totale i Six Feet Under odierni a prescindere dell’esistenza di questo album di b-side: il riffing, non più totalmente incollato agli Obituary e finalmente supportato da ritmiche di buona fattura, e il fatto che si riesca a intravedere un’attitudine ai limiti del thrash, emergente in pezzi comunque elementari come Re-Animated, e che dovrebbe immediatamente suggerire agli altri componenti del gruppo – fra i quali non spicca già più il non-più-paziente Steve Swanson – di continuare a scrivere in quella direzione, dato che è facilmente supponibile che l’ex cantante dei Cannibal Corpse non abbia mai fatto salti mortali in quel senso. Fatelo growlare, grugnire, cacciare lo strillo finale o rotolarsi nel fango: ma buttategli via lo spartito. Ed è un bene che quelli dei Cannabis Corpse l’abbiano adottato per salvare un po’ la faccia a questo monicker.

Non c’è molto altro da dire: Midnight In Hell è piuttosto carina e “classica” – vale a dire che richiama certe cose di Warpath o comunque del periodo con Allen West e Terry Butler – e pure The Perverse fa abbastanza scapocciare e cita certi cliché del thrash metal quando decide di rallentare o di ripartire ragionando prima di piazzare a sorpresa l’azzeccatissimo assolo dissonante in chiusura. Per il resto è pur sempre il disco di b-side di un gruppo che non ha mai fatto cose straordinarie, e che è capitanato da un tipo che a decenni di distanza da The Bleeding non fa più molta notizia. Crypt Of The Devil suonava più strutturato e continuo del più recente Torment: il mio augurio è che i Six Feet Under si limitino d’ora in poi alla pubblicazione dello stretto necessario (o del salvabile, per essere più cinico e diretto), ma il mio maggior timore è un Graveyard Classics V o la possibilità che si concretizzino altre trovate come questa. (Marco Belardi)

2 commenti leave one →
  1. Ride the sky permalink
    18 luglio 2018 12:55

    Non ho mai capito cosa sia accaduto a Barnes, che per me, rimane la voce del Brutal!
    Non sento nulla di decente da Maximum Violence, e dico decente, perchè di capolavori a mio avviso, i Six Feet Under non ne hanno mai scritti.

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  2. 18 luglio 2018 19:38

    Io attendo il prossimo disco, con l’entrata di Jack Owen penso che un qualche cosa di decente si riuscirà a sentire. Forse il sig Barnes non si è mai circondato di musicisti “capaci” di creare un qualche cosa di possete come la sua precedente band o di nuovo e interessante.

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