SATURNUS – Saturn in Ascension (Cyclone Empire)

Saturnus Saturn in Ascension1I Saturnus sono la messa in musica dello stare male. Forse è per questo che fanno un disco ogni cinque anni: devono stare davvero male per comporre. Sono più disperanti dei My Dying Bride, più rassegnati dei Paradise Lost, più pessimisti dei Katatonia, e di tanta altra gente nota per soffrire parecchio. I tempi sono sempre lentissimi, il riffing è talmente sofferto e tirato che le note lunghe arrivano come coltellate. Thomas Jensen ha due registri vocali: un growl a sturalavandini che incupisce tutto ancora di più, senza possibilità di redenzione; e un sussurrare parlato stile neofolk, con cui ha cantato alcune delle cose più belle e laceranti che abbia mai sentito. Quest’ultimo registro non solo è protagonista nei momenti più strettamente neofolk (e ce n’è un paio per album: qui Call of the Ravenmoon e la stupenda A Lonely Passage), ma è usato sempre, alternato al growling. Il che è poi il loro principale elemento di distinzione rispetto ai gruppi di questo genere.

La scarsa fama raggiunta dai Saturnus è uno dei grandi misteri del mondo. Hanno tutto per essere considerati dei capiscuola: esistono da vent’anni, sono immediatamente collegabili ad un genere ben delineato nello spazio e nel tempo (il doom-death europeo di metà anni novanta), ma mantengono sempre una propria impronta peculiare; interpretando il genere più come un comune sentire che si traduce in un approccio tipico anche da un punto di vista lirico. Il disco è uscito tre mesi fa, ma era impossibile non parlarne: sia perché l’ho messo nella playlist di fine anno, sia perché i Saturnus fanno uscire un disco ogni cinque anni, sia perché Saturn in Ascension è meraviglioso, come pressoché qualsiasi cosa pubblicata in precedenza dal quintetto danese. 

Il disco si apre con quattro tracce micidiali, di quelle da ammazzare un rinoceronte. Le prime due, Litany of Rain e Wind Torn, sono due classici pezzi in stile Saturnus, con i ritmi rallentatissimi e un’atmosfera da fucilata in bocca. Poi c’è la suddetta A Lonely Passage, e poi A Fathers Providence, che è molto atipica per essere una loro canzone: i ritmi sono più sostenuti, incalzanti, il giro di tastiera è una cosa quasi alla Draconian Times, e il cantato devia da quei due registri per seguire meglio la melodia. Sui testi ci sarebbe da aprire un capitolo a parte, perché i testi dei Saturnus dovrebbero essere vietati per non favorire un suicidio di massa. Quindi state attenti anche voi. (barg)

 

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