THE DEATH OF ANNA KARINA – Lacrima/Pantera (Unhip Records)

Concettualmente la definizione di post-punk ha sempre generato in me sensazioni contrastanti. Da una parte il fastidio per l’ossimoro che fosse sopravvissuto qualcosa al punk, movimento che per antonomasia è stato anarchico, autodistruttivo e nichilista (il vero nichilismo, quello pericoloso per sé, non quello da bar pericoloso per gli altri). Basti pensare al “No Future” dei Sex Pistols. Da un’altra parte ha originato una certa seduzione come tutto ciò che è un po’ marcio e feticcio e che fatico a categorizzare. Ebbene per me il post punk si riassumeva nelle cinque dita di una mano e voleva dire: Siouxsie and the Banshees, Joy Division, Bauhaus, New Order, The Cure. Oggi mi accorgo che un po’ in troppi si fregiano di tale definizione. Ma la cosa strana è che vengo a sapere dell’esistenza di una cosa chiamata screamo. E che cazzo è? A volte faccio davvero fatica. Già l’hardcore è una roba che non apprezzo, ma che rispetto, figuriamoci un genere che trae origine da esso per contaminarsi con l’emo e simili menate. Non nego che possa avere un suo qualche valore, è che semplicemente non lo capisco. Come quando guardi un quadro di Kandinskij: non puoi dire banalmente che sembra una inutile accozzaglia di scatole, virgole e banane, sarebbe troppo semplice. Devi essere un minimo umile e affermare: <<No, questo davvero non lo capisco>>. Punto. Mica tutti hanno il dono dell’immediatezza. Cioè, volendo fare un altro esempio a tema, quando entri nella Cappella Sistina (che è una cosa alla Manowar) non ti puoi proprio sbagliare: di sopra c’è il bene e di sotto c’è il male, non ci stanno cazzi. Comunque, tornando alla musica, se già mi dava fastidio una roba alla Orchid figuriamoci se potevo addentrarmi nella ricerca speculativa della giusta chiave di comprensione. Rispetto alla “scena” italiana post-qualcosa, conoscevo i Massimo VolumeIl Teatro degli Orrori che, seppure interessanti (tutto ciò che si riferisca in qualche modo a Artaud o Bataille non può risultarmi indifferente), non mi avevano mai infervorato più di un tot. Tutta questa broda per farvi entrare nel climax. 

Cupido, non scagliare più frecce tra omo e omo. E tu Eolo, che casino che hai fatto in Ciappone?

Quando ho ascoltato i The Death of Anna Karina e la loro ultima produzione Lacrima/Pantera ho finalmente iniziato a capirci qualcosa. Improvvisamente le scatole, le virgole e le banane si sono messe ognuna al suo posto e sono riuscito ad avere un’idea di insieme. Sono stati per me un po’ come i Kill the Thrill con l’industrial. I TDOAK si richiamano ad un certo post-hc-punk-screamo e tutte ‘ste belle cose che non sono né carne né pesce. Né Michelangelo, né Caravaggio insomma. Del resto i canoni del bello estetico non esistono realmente e tutto è relativo (a dispetto di quanto affermi Ratzinger). Appunto, ma poi cosa ce ne frega di tutte queste limitazioni mentali? Allora facciamo pace col cervello e concludiamo dicendo che questo è il loro primo disco cantato in italiano (scelta che non può che far piacere ad ogni amante e sostenitore del rock nostrano), che l’ambaradan del nome si ispira al personaggio di Anna Karina musa e moglie di Jan-Luc Godard ed icona della nouvelle vague, che il song writing ruota intorno alla lotta politica e di classe ma che l’atteggiamento protestatario non è da perdente (cosa che potrà piacere a qualcuno cha ha determinate tendenze politiche), che questi non sono i soliti italiani dalle spallucce vittimiste che c’hanno sempre da protestà (cosa che sicuramente piacerà a Nanni Moretti) e infine che Lacrima Pantera è un gran bel pezzo di rock italiano (e non c’è bisogno di essere dei grandi esperti per capirlo). (Charles)

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