Furore ellenico e sosia di Rod Stewart: Helicon Metal Festival VI @Varsavia, 21/22.03.2026

Anche quest’anno ce l’abbiamo fatta. Ci siamo recati per voi, o ventisette lettori, a uno dei festival underground di metal classico/power/epic/speed/thrash più fichi che ci siano, ovvero l’Helicon, giunto oramai alla sesta edizione. Il sottoscritto presenzia regolarmente dalla terza edizione, di cui vi parlai qua. Da allora non riesco a farne a meno. Quando arriva marzo, per quei due giorni, non voglio rotture di coglioni e non prendo nessun impegno, perché la gente non sa cosa si perde

Il primo giorno, in verità, dati i costi ingenti delle precedenti edizioni, viene trasformato in una sorta di “pre-festival”, con tre gruppi sul palco, ma tutti e tre abbastanza pesanti. Noto quasi subito con grande piacere che le preoccupazioni degli organizzatori – la sempre eccellente Helicon Productions – riguardo alle prevendite inadeguate (che negli anni scorsi lasciavano grandi interrogativi fino a praticamente l’apertura dei cancelli), vengono subito confortate dal numero degli astanti, decisamente superiore alle precedenti edizioni.

Infatti si inizia più tardi del solito ma con il botto, ovvero con i texani MEAN MISTREATER che, a conti fatti, saranno forse tra i migliori gruppi della kermesse. Direttamente dall’immenso Texas, portano con loro un’innegabile presenza scenica e dei pezzi che, accidenti a loro, funzionano alla grande. Janiece Gonzalez trascina il pubblico e il repertorio dei due album, a questo punto consigliatissimi, pesca senza equivoci nel più classico heavy metal ottantiano. In più, i componenti hanno proprio l’immagine e l’attitudine di chi vive la vita del rock n’roll, spostandosi da un posto all’altro su un vecchio furgone e vivendo giorno per giorno, cosa che si riflette su rumorosissimi pezzi come Walk With Fire o Razor Wire.

Savaged

La prima impressione della serata è un marchio a fuoco abbastanza indelebile e l’arduo compito di seguire i texani è affidato ai franzosi ANIMALIZE, sempre – come pure i Mean Mistreater – parte della scuderia della ormai sempre più decisiva Dying Victims Productions. Qui si va meno sul metal sporco, puzzolente e stradaiolo, e più su uno speed abbastanza esuberante; l’esibizione non è affatto male, con la voce acutissima del sig. Coyote (voce/basso) a lancinare i timpani di un’altra edizione a tutto volume, come è giusto che sia. Il palco del Club Odessa, poi, è montato in lungo su un lato del locale, facendo sì che la folla si raduni quasi intorno all’esibizione, più che davanti. Anche loro hanno due begli album all’attivo e si vede che non sono gli ultimi scemi, visto che tengono il palco alla grande proprio come i loro predecessori in scaletta. Da vero gruppo navigato sanno regalare performance non solo uditive ma anche visive, con tanto di chitarrista che sotto le bretelle di cuoio sfoggia un perfetto fisico da palestrato, come se fosse egli stesso la copertina umana di un disco heavy metal degli anni ’80 a caso.

Poi giunge il momento che attendevo forse di più di questa edizione, ovvero quello di rivedere sul palco, finalmente e dopo quasi dieci anni, i tedeschi VULTURE, ormai sempre più signori e padroni della scena thrash underground odierna, secondo me. Il fatto che la loro ricetta si sia fatta più complessa di disco in disco è evidente per tutti, però oggi pescano solo una volta dal lavoro che forse preferisco, il maturo Dealin’ Death (però pescano benissimo: Star-Crossed City), e sembrano prediligere le cose un po’ più vecchie, specificatamente dalla demo Victim to The Blade, addirittura.

Ad onor del vero devo dire che forse – e non so a causa di chi o cosa, perché non voglio puntare il dito contro nessuno – i suoni erano un po’ caotici e pastosi; della prima volta che li vidi ho un ricordo più vivido della scaletta, anche perché forse avevo indugiato meno al bar tra una pils e l’altra. Sono in compagnia e questa impressione viene confermata comunque anche dal mio quasi astemio compagno di avventura. Alla fine, però, ci mettono una cover di A Lesson in Violence e sono tutti contenti, tanto che sul pavimento, quando la folla si dirada, scorgo delle macchie di sangue.

Se ne va così la prima serata. Il secondo giorno, mentre faccio una passeggiata nel centro storico di Varsavia, incontro e saluto proprio gli stessi Vulture che andavano a spasso tra Rynek e Plac Zamkowy, facendo loro i complimenti per una esibizione comunque devastante. Il pomeriggio si inizia prima perché ci sono sei gruppi in scaletta, e finirà tardi.

Gli AXETASY, teteschi di Cermania, sono proprio come il loro moniker: inequivocabili. Speed metal a rotta di collo che non varia MAI, nemmeno per sbaglio e nemmeno di una virgola. Io e l’amico accorso dall’Italia per l’occasione ci guardiamo sorridendo ogni volta che il riff iniziale di ogni pezzo si tramuta in un rullatone e un tupatupa sanguinario e senza redenzione. A dire il vero un po’ di varietà non avrebbe guastato, ma ad accompagnare un’altra Amber Pils ci stanno abbastanza bene, con copiosi rutti e sventolate di pugni in aria d’ordinanza.

Gli spagnoli SAVAGED sembrano decisamente più vari e “consci” di cosa sia una composizione, un arrangiamento o un assolo messo al punto giusto. Il cantante è un omone con la capigliatura alla Rod Stewart ed è, ad onor del vero, anche un bravo chitarrista, con buon gusto per gli assoli e la voce giusta da millemila megatoni capace di sfondarti i timpani. I pezzi sono piacevolissimi e con una sana impronta rockeggiante. I giovanissimi fanatici in prima fila, che si passano lattine di birra tracannandole tutte d’un fiato, sembrano concordare. L’atmosfera sembra quella del 1985 e noi passiamo in rassegna le varie toppe sugli smanicati che girano, trovandone di sempre più improbabili.

Dei serbi CLAYMOREAN, invece, non mi è rimasto molto. Ma non per colpa loro, anche se sembrano un onestissimo gruppo con il giusto afflato epico e una cantante che sa il fatto suo. Forse, inconsciamente, è stato quando ho voluto “staccare” un po’ e guardarmi il banchetto dei dischi, visto che la serata si preannunciava sempre più scoppiettante. Loro sono in giro da parecchio e vantano una nutrita discografia. Il banchetto della sempre solerte e ben fornita Ossuary Records dell’amico Mateusz Drzewicz, anche quest’anno a dare manforte all’organizzazione, è comunque nella stessa sala e le note di sottofondo me le becco lo stesso, volente o nolente. È un bel sottofondo: anche se al mio compare non piacciono granché, riesco ad apprezzare la professionalità e la bella voce di Dejana.

Mi pare che da qui si inizi a fare sul serio, perché, come mi aspettavo, i TRIUMPHER entrano come un ciclone e spazzano via tutto e tutti, con una sezione ritmica da spavento e, nella fattispecie, un batterista veramente bravo. Antonis, il cantante, fa venire la pelle d’oca per la convinzione e la cattiveria con cui declama i testi di una discografia che ormai contiene abbastanza repertorio da poterne fare una scaletta coi controcazzi. E devo concordare col Centini: il loro ultimo Piercing The Heart of The World aggiunge tutto quello che “mancava” ai precedenti lavori, ovvero un songwriting più ragionato e una dimensione più tematica che ben si amalgama con le caratteristiche innate di un gruppo che, alla fine, ti vuole far cantare inni di guerra o di lode agli Dei dell’Olimpo. Lo fanno con un assalto che è moderno ma non “finto”, non volutamente troppo sopra le righe, pur essendo assolutamente esplosivo. Ci mettono tutto quello che ci vuole, né più né meno. La sala, infatti, esplode e per un’oretta è davvero il caos. Per me saranno i signori e padroni della serata perché, seppure gli headliner saranno impeccabili e intoccabili, la furia genuina di questa esibizione deve assolutamente rientrare nei momenti indimenticabili vissuti in questo evento nel corso degli anni, assieme alla performance clamorosa dei Visigoth o degli Atlantean Kodex di qualche anno fa. Incredibili. Vado subito, sgomitando, a prendere il bundle “ultimo disco + maglietta”.

Claymorean

Con queste premesse, cosa faranno gli svedesi TYRANN, che hanno la “sventura” di salire sul palco subito dopo? Faranno assai bene, con il loro sapientissimo metal d’antan e la loro discografia che presenta tre copertine tutte bianche con un disegno in nero al centro. Bizzarre e minimali. Il loro stile è puro e incontaminato heavy metal nordico, ma devo confessare che sono ancora scioccato dalla scarica letale dei Triumpher, ed è difficile per me formulare un’opinione più precisa ed oggettiva. Tutti però gradiscono, e pure io. Il merch al banchetto vende bene, i riff vengono snocciolati con sapienza e le urla non sono lesinate. Non un’esibizione monotona come quella d’apertura della giornata, ma fatta da chi sa il fatto suo e che comunque funge da “buffer” per prepararmi ai leggendari LIEGE LORD.

Questi ultimi salgono sul palco puntuali con una formazione davvero notevole, che comprende una sezione ritmica con nientemeno che Frank Gilchriest alla batteria (avete presente Invictus dei Virgin Steele e i due House of Atreus?) e Joe DiBiase, che è “soltanto” quel tizio che ha suonato il basso nei primi SETTE album dei Fates Warning. Roba che, se non ne avete almeno cinque di quelli, dovete vergognarvi.

Tony Truglio (che sfoggia una bellissima maglietta nera con scritto VAFFANCULO) e il buon vecchio Joe Comeau sono la costante da Master Control in poi, disco da cui giustamente attingono a piene mani. Quindi, il più “pesto” dei loro album (ma anche forse quello leggermente più derivativo rispetto allo stile imperante dell’epoca) viene privilegiato, lasciando però ancora una volta largo spazio a quello che io preferisco, ovvero il debutto Freedom’s Rise. Suoni cristallini ed esibizione, come già accennato, a prova di bomba e di critica, che si chiude con il pubblico che acclama Master Control in un’atmosfera ormai infuocata, vuoi per la durata minore dell’intero festival che permette di risparmiare più energie, o per le “bombazze” finali che hanno rinvigorito la folla.

L’anno scorso, in chiusura, ci fu una bella esibizione dei Wytch Hazel che però, con i loro toni più pacati, fiabeschi e hardrockeggianti, rese il pubblico meno “incattivito” rispetto alla presente edizione. Gli inglesi sarebbero stati perfetti a metà scaletta, con la gente magari seduta a passarsi torce accese, se si fosse potuto fumare. Invece, come già successo con i Glacier in una precedente edizione, i soliti americani arrivano con le loro apparecchiature costose e la strumentazione perfetta, sfoderando un concerto ultra-professionale. E noi siamo tutti contenti, uscendo dal buio locale a fine serata con il sorriso sulle labbra. Long Live Helicon Fest! (Piero Tola)

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