Almanacco Gotico Italiano #5: il 2023 dell’Italian Dark Sound
Bollettino di informazione sul lato più oscuro delle uscite indipendenti nazionali – Foto di gotico_italiano
Per tutti gli amanti del suono oscuro nostrano (se volete chiamarlo italian dark sound a noi va benissimo), il 2023 ha regalato sicuro almeno due grandi dischi, entrambi pubblicati dalla genovese Black Widow, cui qui a Metal Skunk abbiamo dato doveroso risalto. Ovvero Malombra e Mater a Clivis Imperat. E già due titoli del genere non sono male per ricordarci dell’annata 2023, anche se poi in maggio avevamo già recuperato, in un numero precedente di questa rubrica, le uscite di Witchfield, Where the Sun Comes Down e Fiamma Dallo Spirito (non proprio attualissima, quest’ultima). Ad anno finito, andiamo però a ripercorrere altre uscite, sempre più o meno nel filone e su cui, per un motivo o per l’altro, non ci eravamo ancora soffermati.
Partiamo da Genova e da IL SEGNO DEL COMANDO di Diego Banchero, vecchia conoscenza di Metal Skunk. I genovesi hanno pubblicato un nuovo album intitolato Il Dominicano Bianco. Album piuttosto progressive, come gli ultimi sviluppi della musica dei Nostri, meno oscura ed aspra rispetto allo storico esordio, cui contribuirono anche Renato “Mercy” Carpaneto (sodale di banchero nei mitologici Zess) e il chitarrista Matteo Ricci. Ovvero i due principali artefici dello splendido T.R.E.S. Non che sia del tutto privo di oscurità, Il Dominicano Bianco. Anzi. La traccia omonima, fra l’altro molto coinvolgente, è tesa e drammatica. La formazione, completamente cambiata rispetto alla prima fase della carriera, al netto di Banchero, suona affiatata, tecnica, ma senza troppe seghe di troppo. Il suono è pulito e definito, MA non mi dispiace affatto. Voglio dire, di solito senti i musicisti prog dei ’70, il suono che hanno sui dischi recenti, roba inascoltabile. Mi spiace, non ce l’ho ancora fatta con l’ultimo Balletto di Bronzo, ad esempio. Il Segno del Comando suona pulito, ok, ma meno asettico. Non scolastico. Fortuna che c’è pure un bell’organo funebre (Missa Nigra 2023). Mi pare pure di cogliere qualche citazione/omaggio inconscio al Banco. Al basso, Banchero dimostra tecnica E gusto (Solitudine). Magari sul suo stile potremmo andare d’accordo col Mazza, che non mi rivolge più parola da quando gli ho ricordato che il basso ha quattro corde e si suona col plettro. Nemmeno Banchero sarebbe d’accordo con me. Che volete farci, a volte devo solo spararla grossa. Comunque, bel disco davvero, Il Dominicano Bianco. Solo, forse mi sento di consigliarlo più ad un nostalgico del vecchio prog che a uno fomentato per il sound più dark. Magari sbaglio.

Restando a Genova, occupiamoci anche di Pains, ultima fatica di TONY TEARS, anche noto semplicemente come Antonio Polidori. Anch’egli faceva parte dei Zess con Banchero e Carpaneto e poi, transitando anche brevemente negli Abysmal Grief, ha avviato un progetto dark solista proprio con questo alter ego. Dopodiché, con lo stesso nome, ha accolto anche musicisti come Regen Graves (proprio degli Abysmal Grief), Sandra Silver (già voce per Paul Chain) e David Krieg (sui cui ExpiatoriA ci siamo già soffermati in precedenza). Pains però è un disco solista, stavolta. Tears/Polidori qui fa completamente da solo. Canta poco, chitarra, tastiere, elettronica. Anche la batteria credo lo sia, elettronica. Più che altro Pains sembra una raccolta di bozzetti e suggestioni. Alcune anche azzeccate, altre meno. Molto amatoriali i suoni (tipo, la chitarra). Sa di registrazione casalinga, poco editata. In sé non un male (non per me, almeno). Ma non sono troppo amante di questi svolazzi sperimentali (così li chiamano) che non si concretizzano né in una canzone, né in un’atmosfera. Manco se arcana, misteriosa. Eh, lo so, vale pure per un bel po’ delle discografie di musicisti più blasonati (sempre nel suono occulto), lo so. Comunque, per un fissato con il suono dark nostrano, quel suono malato, sbagliato, di tante uscite sotterranee degli ’80 e dei ’90, Pains ha qualcosa da offrire. Per completisti, insomma.

Visto che li abbiamo evocati, tiriamo in ballo anche gli ABYSMAL GRIEF, perché si sa, quaggiù ci piacciono parecchio, e perché è vero che l’altr’anno non hanno tirato fuori musica nuova, ma due uscite le hanno piazzate. La prima, una raccolta di rarità intitolata Despise The Living, Desecrate The Dead, che i più sfortunati si sono visti recapitare con incluso un bel certificato di sepoltura in originale. La seconda, un live uscito agli sgoccioli di dicembre, Narcissistic Necrophile, registrato in Danimarca nel 2013, copertina spettacolare. Entrambe uscite meritevoli dei vostri spicci, non da consigliare ai soli completisti. Anzi, da raccomandare anche ad un neofita. Perché entrambe ti rovesciano addosso lo stesso senso di marcio e putrescenza dei dischi ufficiali. Il live in particolare ha un suono spettacolare, un’ottima ripresa, band parecchio in forma. Le rarità sono outtakes piuttosto recenti, quindi non aspettatevi registrazioni mono o suggestioni. Tanto, tantissimo necro (italo)doom. Cover degli Zess nella raccolta, dei Death SS nel live. Bingo. Ora sono al lavoro sul materiale nuovo. Magari in questo 2024. Ne vedremo delle marce.

Spostiamoci in Toscana, dove opera il lucchese Freddy Delirio, partner di Steve Sylvester proprio nei “moderni” Death SS. Delirio (vero nome Federico Pedichini) ha anche una carriera in proprio, coi Freddy Delirio and the Phantoms, ora semplicemente DELIRIO AND THE PHANTOMS. L’album dell’altr’anno, intitolato Platinum, in realtà di dark sound vero e proprio non avrebbe moltissimo. Ho molto più dello shock/horror rock, classico e meno. Piuttosto internazionale. Di italiano ha il corollario grafico (maschere da carnevale veneziano piuttosto che da halloween) e una pronuncia inglese scolastica. C’è anche dell’elettronica, o dei synth che sanno di tecno. Pop, poi, o meglio: c’è voglia di melodia e canzoni ruffiane. La prima, The Light Scares You, riuscita, riuscita bene. La seconda, Pyramidal Lymph, parecchio anni ’80, in realtà mi ha messo un po’ alla prova. Poi nel disco ce n’è un po’ per tutti, è molto lungo. Qualche numero quasi psichedelico, alla Pink Floyd (io odio i Pink Floyd, ma non ho da ridire in casi come questo), per le ballate. Ad un numero da melodramma come On the Thresholds preferisco una mazzata industrial come No Mercy. Ruffiana, melodica, ma dura e pesante come la merda che ci piace. Il riff portante, all’attacco e ogni volta che torna, è devastante. Pezzone. Poi c’è la cover di Free Man degli Angel Witch. Bella. Oh, viene spesso da dire che un disco è troppo lungo, che se togli tre/quattro pezzi diventa un disco migliore. Come se il musicista in questione avesse bisogno del nostro parere. Se ha voluto includere 69 minuti di musica in un disco è perché ci crede, in tutti quanti. Poi vi dico, non sono pesanti ‘sti 69 minuti, scorrono fino al gran finale prog (Pipeline e Anne of Cleves). Io qualcosa avrei sacrificato, ma va benissimo così. Merita gli ascolti di chi è rimasto incuriosito.

Parliamo ora di leve nuove, anche andandosele a pescare fuori confine (ahi, questa sarebbe una rubrica autarchica), perché comunque l’impronta di certo suono e certo immaginario fanno subito casa. Casa nostra. Rito Funebre è il titolo dello split tra gli sloveni CHAINS e gli italiani BLACK SPELL. Di questi ultimi ci eravamo già occupati per il bel terzo disco di sacrosanto necrosatanismo doom devoto agli Electric Wizard. I primi invece non li conoscevo. Dal nome forse qualcosa devono al pesarese Paolo Catena. E in generale devono guardare parecchio allo stivale, se il loro album lo avevano intitolato Musica Macabra. Venendo a Rito Funebre, la facciamo breve. Due canzoni a testa. I Chains se la giocano con una Peace Love Lucifer che vi troverete a canticchiare la prossima volta che giocherete spensierati coi vostri nipotini. Fiori e caproni. Ritornello che vi si fissa in testa. Come i migliori degli Electric Wizard. In effetti pare roba loro, più che italiana. Però per il secondo pezzo, Nocturnal Children Arise si unisce a loro ancora Regen Graves degli Abysmal Grief. E infatti c’è quella lentezza asfittica, l’aria pregna di incenso e organo, quell’organo lì. Ottima. Venendo ai Black Spell, non possiamo che continuare a dirne un gran bene. Rischiano di diventare a breve dei beniamini qua, in redazione. Suono marcissimo, su per giù anni ’90. In The Fires From Hell apprezziamo che il modello principale rimane quello, ma c’è pure altro, quell’aria mefitica, forse una voglia di divagare un po’ di più, passeggiando tra le tombe e non scavare e basta. Più o meno sulle stesse coordinate anche la seconda, Demon’s Night. Oh, occhio: era uscito pure un singolo, l’anno scorso, Black Chains of Death. Copertina troppo giusta e registrato, pare, davvero in un dungeon. Che ve lo dico a fare. Bel pezzo pure questo. Nel filone, i Black Spell cominciano a mettere distanza tra loro e gli inseguitori.
Non uno split, invece, ma una vera collaborazione, forse virtuale, quella tra i messicani Violet Magick e l’italiano Violet Temple. Entrambi devoti del teatro viola del solito Catena, è evidente. Insieme, si chiamano imprevedibilmente VIOLET MAGICK TEMPLE ed il risultato, un Ep, si chiama uguale. Quattro brani anche qui, tutti ortodossissimi, appunto. Aderenti al modello originale, insomma. Senza l’originalità, chiaro. E senza quella genialità, non sempre a fuoco, del pesarese. Forse c’è pure dell’ironia (il coretto all’inizio di Theatre of Death). Pare quasi un cazzeggio, questo Ep. Tirato un po’ via. Finisce con un pezzo praticamente punk, io la appoggio una cosa così, ma in pratica resta poco. Decisamente per completisti.
Bene, signori, questo pare sia stato il 2023 del suono oscuro italiano. Considerando che si tratta di una nicchia infinitesima, di un genere per pochi, di un Paese di periferia, direi che è stata una bella annata. Vediamo ora cosa salta fuori nel 2024. Tenete pronti l’incenso, un crocefisso e una vanga. Non si sa mai. (Lorenzo Centini)


