La lista della spesa di Griffar: YITH e HERE AND BEYOND

Eccoci di nuovo ad esaminare quanto di buono od interessante ha proposto il mese scorso (sconfinando anche negli ultimi giorni di febbraio, per avere un minimo di tempo del livello della musica). Va detto che di dischi ne sono usciti una vagonata, molti dei quali piuttosto anonimi e sui quali quindi soprassiedo; ma se siete curiosi, se non vi manca il tempo e se avete voglia di perlustrare i meandri dell’underground non è detto che non troviate altra roba che vi fa saltare sulla sedia, perché no?

Intanto io vi consiglio il quarto full lenght degli americani YITH intitolato Passage. Il ragazzo sta migliorando man mano che passa il tempo, visto che, ogni volta che fa uscire qualcosa, puntualmente questa si rivela essere il suo lavoro migliore.

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Suona da sé tutti gli strumenti come sempre e, dopo i primi tre demo usciti nell’arco di un paio d’annetti, è dal debutto omonimo del 2014 che ogni due anni pubblica un full lenght contenente sei pezzi, per lui una costante (solo il secondo Dread ha sette brani, ma l’ultimo è un’outro breve e come sempre praticamente inutile). Questa volta ci ha messo un po’ di tempo in più, saranno i tempi Covid, va’ a sapere, ma possiamo bearci finalmente con altri sei pezzi di altissimo livello sempre nel suo stile piuttosto personale che ibrida il black metal di matrice norvegese, che io accosto parecchio ai primi due lavori dei Dødheimsgard, con fraseggi molto melodici e d’atmosfera più caratteristici dei WITTR e del cascadian black metal statunitense più in generale e, dulcis in fundo, col doom metal di stampo inglese, nel nostro caso i primi due dischi dei Cathedral con quel suono lento, cadenzato e costellato di riff di chitarra psichedelici sulle note alte ed imparentati a tratti con il progressive. I sei brani, tutti dal titolo breve e conciso (per la precisione: End; Arisen; Watcher; Wrath; Void e Gate), tranne l’iniziale End che è un po’ più lunga, sono tutti sui sei minuti ed è molto, ma molto difficile che finiscano come sono iniziati. Il suo schema compositivo è molto più contorto e, se è vero che non esce quasi mai dal seminato, con pochissime parti acustiche inserite nell’intero disco che passano quasi inosservate, ciò che prevale sono ritmiche velocissime nei paraggi del fast black metal puro equilibrate da passaggi in zone doom sofferenti che impreziosiscono ogni pezzo e lo rendono vario ed a suo modo particolare. Il risultato è un disco omogeneo e poderoso, sempre ben piantato nel territorio black metal, trascinante, coinvolgente e molto piacevole da ascoltare quando si vuole avere nelle orecchie qualcosa di oscuro e violento. Disco eccellente, consigliatissimo, un bravo a mr. Yith che anche questa volta ha fatto centro. Se siete tra quelli che apprezzano ancora l’edizione fisica, il secondo ed il terzo disco li ha ristampati Vendetta records e si dovrebbero trovare facilmente, gli altri (questo compreso) esistono solo in cassetta e metterci le mani sopra è molto, molto più complicato.

Rimanendo sempre negli Stati Uniti direi che possiamo maciullarci le orecchie con gli HERE AND BEYOND che arrivano dal Nevada e sono al secondo lavoro, dopo il debutto di due anni fa, buono ma non eccezionale, che era in pratica la ristampa delle due demo di inizio carriera; tuttavia il tempo che passa a volte cambia completamente le cose, e nei primi di marzo i Nostri hanno pubblicato questo Souls of the Suffering che, oltre ad avere una copertina spettacolare, è una vera bomba.

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Non si sa chi siano né quanti siano, ma devono avere delle gran palle, perché questo è atmospheric fast black metal da manuale, caratterizzato da un’elevatissima tragicità, che si distingue per l’altissima tensione che comunica e che sembra la colonna sonora più plausibile per i finali dei libri più riusciti di Stephen King. Parecchio del merito è dovuto alla batteria elettronica programmata in modo schizofrenico, spezzato, a velocità sconsiderate e talvolta perfino caotiche; dove però si raggiungono livelli di perizia sublimi sono gli arrangiamenti delle parti vocali, impostate tra il growling death e lo screaming più straziato e sconvolto immaginabile, che riesce alla perfezione a comunicare l’autentico Terrore con la T maiuscola con il quale puntualmente si vuole maltrattare l’ascoltatore. Un viaggio nelle zone più maligne e spaventose dell’Oltre che conviene affrontare tutto in una volta e tutto d’un fiato, perché momenti di rilassatezza o cedimento sono molto rari e, quando ci sono, come nel caso della breve intro del terzo pezzo Echoes of Torment, vengono quasi immediatamente spazzati via da un uragano di furia parossistica. Il bello è che quando ci si mettono sanno essere anche melodici, scrivendo riff molto interessanti con atmosfere in grado di catturare l’attenzione rimanendo comunque in situazioni molto oscure cupe e maligne. Ci si aggiunga anche un pizzico di death metal a cui i gruppi estremi americani raramente rinunciano e vi troverete di fronte a un prodotto più che notevole, che rappresenta un enorme passo avanti rispetto al debutto e mi farà seguire il gruppo con un occhio completamente diverso. Gran disco, wow. (Griffar)

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