L’umanità propone: il Mago di Tobruk, tra occultismo e mafia

L’Italia è da sempre un Paese dedito alla magia, all’occultismo e, in generale, a tutto ciò che è superstizione. Tra le tante sfaccettature di questo vastissimo argomento, forse una delle più folkloristiche e popolari è quella che riguarda i guaritori. Per decenni, dall’estremo Nord al profondo Sud, soprattutto nei piccoli Comuni, queste figure sono state ben radicate nella nostra gloriosa nazione di poeti, santi e navigatori. Sostanzialmente si trattava di personaggi che, millantando capacità eccezionali a metà strada tra la stregoneria ed una sorta di fisioterapia rudimentale, “guarivano” i malanni dei compaesani. Di solito non si trattava di malattie gravi, ma di slogature, contratture, dolori di pancia o mal di testa. Questi ultimi, secondo la tradizione, talvolta erano il frutto di una sorta di malocchio (ogni zona ha il suo termine dialettale per definirlo), cioè un rituale eseguito nei confronti di un soggetto solo ed esclusivamente per invidia. In parole povere: se ti andava tutto bene, a qualcuno rodeva il culo e ti faceva scagliare addosso un maleficio.

Questi soggetti solitamente non chiedevano ai “clienti” delle cifre prestabilite, bensì delle offerte libere, quasi sempre non pecuniarie: in pieno spirito contadino, infatti, il compenso per questi preziosi servigi veniva corrisposto in natura (uova, polli, vino, olio, eccetera). Le “cure” venivano eseguite sia tramite massaggi/imposizione delle mani, sia attraverso la declamazione di preghiere rituali. Sembrano faccende risalenti all’età della pietra, ma fino agli anni Settanta nei paesini nostrani ci credevano davvero quasi tutti. Possiamo trovare degli strascichi anche in epoca molto recente. Nel piccolo Comune in cui sono cresciuto, ad esempio, c’era ancora uno di questi personaggi nei primi anni Novanta, tale Michelina. Si diceva che questa donna fosse stata una crocerossina durante la Seconda Guerra Mondiale, ma probabilmente era solo una leggenda metropolitana. Ancora oggi, ad oltre vent’anni dalla sua morte, decine di persone affermano con certezza che le “cure” di Michelina, un’anziana semianalfabeta senza alcun titolo, fossero più efficaci di quelle dei medici.

Inutile dire che queste credenze siano fondamentalmente basate sulla “predisposizione”: chi vuole credere in qualcosa, qualunque essa sia, lo farà sempre e comunque, interpretando fatti ed eventi come delle prove a sostegno delle proprie convinzioni, anche se irrazionali e totalmente prive di fondamento.

Le figure di cui sopra ad un tratto cominciarono gradualmente a sparire, lasciando il posto a dei veri e propri imprenditori dell’occulto, cioè dei personaggi che si autodefinivano capaci di risolvere ogni problema (“amore, salute, lavoro”), di vedere passato, presente e futuro, di parlare con i morti e così via, il tutto ovviamente dietro lauti compensi in denaro. Quest’ultima tipologia di “maghi” esiste da tempo immemore, ma è solo da una quarantina d’anni che si è in qualche modo autoregolamentata (tariffe, studi, pubblicità e via discorrendo, proprio come una normale azienda), con la legge che molto spesso chiude un occhio ed a volte anche due. Questa breve digressione storica  può aiutare a comprendere il contesto in cui operò il protagonista principale dell’incredibile storia di cui voglio parlare oggi.

Vittorio Scifo nasce a Niscemi (provincia di Caltanissetta, Sicilia) nel 1937, in una famiglia numerosa e poverissima. Molto probabilmente la miseria nera della sua infanzia funge da stimolo per Vittorio, il quale da ragazzo decide di inventarsi un mestiere dal nulla partendo dalle credenze popolari di quegli anni. Si improvvisa cartomante, veggente, guaritore e chiromante. Un mago, in una sola parola. Ben presto si fa conoscere dall’intera popolazione di Niscemi come il Mago di Tobruk, il suo nome d’arte. Successo e fama sono tali che Vittorio, intorno alla prima metà degli anni Sessanta, decide di investire parte delle ingenti somme guadagnate operando nella cittadina natia aprendo uno studio a Roma.

Sembra una follia, ma non lo è affatto: in pochissimo tempo il Mago di Tobruk diventa un simbolo della dolce vita romana e soprattutto fa ancora più soldi. Viene consultato regolarmente da tutti i personaggi noti del tempo e diventa a sua volta una celebrità. Finisce su tutti i quotidiani nazionali, le paparazzate in compagnia di belle donne e protagonisti del mondo dello spettacolo non si contano, riviste, giornali e televisioni fanno a botte per intervistarlo. Incredibile ma vero: Vittorio Scifo da Niscemi, alias il Mago di Tobruk, diventa un vero e proprio vip da rotocalco.

Lo status raggiunto dall’occultista siciliano non è casuale. Vittorio non è un uomo istruito, ma è molto scaltro: sfrutta l’imperante superstizione italiana e poi si inserisce negli ambienti che contano sfruttando la noia che spesso attanaglia i ricchi. Crea un personaggio volutamente naif ed a tratti anche guascone: indossa non di rado abiti orientaleggianti e accompagna il look esotico con parole magniloquenti e toni quasi “aulici”, muovendo spesso le mani come se stesse perennemente eseguendo qualche bislacco rituale esoterico. Il suo modo di essere strambo rompe la monotonia dei tranquilli e composti primi anni Sessanta ed attrae l’annoiato ceto alto, da sempre desideroso di fare nuove esperienze al di fuori dell’ordinario per cercare di combattere l’asfissiante routine quotidiana.

Per anni il Mago di Tobruk fa la spola tra Roma e Niscemi, dove ha moglie e figlie, a cui cerca di dare la sua presenza compatibilmente con i suoi innumerevoli appuntamenti, senza però far mancare loro niente in termini economici.

L’enorme fama di Vittorio Scifo nel 1969 raggiunge anche le forze dell’ordine. La sua attività di imbonitore viene considerata illegale, quindi viene allontanato coattamente dal luogo in cui ha la residenza, Niscemi, e mandato in soggiorno obbligato per due anni in un piccolo paese della provincia di Savona. Il Mago di Tobruk non ci sta e viola la misura restrittiva per fuggire a Parigi, dove apre un altro studio. Arrestato nella capitale francese,  viene mandato nuovamente in soggiorno obbligato, questa volta nei pressi di Ravenna: scappa anche da lì e si rifugia a Berlino, dove continua ad esercitare il suo ormai decennale mestiere. Tempo dopo rientra in Italia, tornando dalla sua famiglia a Niscemi, ma ormai è segnalato: le forze dell’ordine non lo mollano un attimo, lui si sente un perseguitato dalla giustizia e con un brillante colpo di teatro organizza una pittoresca protesta: agghindato da Gesù Cristo, inscena una crocifissione nella piazza principale della sua città natale. Accorre l’intera comunità: i suoi compaesani sono praticamente tutti dalla sua parte.

Anni dopo, stanco delle beghe con la legge ed avendo a disposizione un’ingente liquidità, il mago apre un bar proprio nella piazza in cui ha messo su qualche tempo prima la pantomimica protesta e lo gestisce insieme a sua moglie Angela Rosa, continuando comunque a recarsi spesso sia a Roma che  a Parigi. Tutto scorre bene sino al 1981, anno in cui un ordigno fa saltare in aria la porta d’ingresso dell’abitazione della famiglia Scifo. Non si scoprirà mai il perché di questo atto criminoso.

L’episodio che sconvolge la vita del Mago di Tobruk avviene circa un anno dopo: la più grande delle sue due figlie, Patrizia, porta a casa un ragazzo. Lo frequenta da un po’ e vuole ufficializzare la relazione sentimentale. Vittorio ed Angela Rosa si oppongono a quell’unione. Il fidanzato della loro primogenita è impegnato ed ha già una famiglia, ma paradossalmente non è questo il problema principale: quell’uomo si chiama Giuseppe Spatola ed è un mafioso.

Patrizia ha soltanto 19 anni ed è innamorata, così decide di ignorare il divieto genitoriale andando a convivere con il suo amato, a cui dà anche una figlia, Monica. Il rapporto passionale degli inizi ben presto lascia il posto ad un vero e proprio incubo: Giuseppe tradisce regolarmente Patrizia e la sottopone ad innumerevoli abusi, sia fisici che psicologici, fino a quando la giovane, su consiglio della madre con cui nel frattempo ha riallacciato i rapporti, va a sporgere denuncia.

Patrizia

Il 18 giugno del 1983 Patrizia affida la piccola Monica ad Angela Rosa, dicendo che sarebbe tornata a prenderla il giorno successivo, poi sparisce nel nulla. Di lei improvvisamente si perdono completamente le tracce. Le forze dell’ordine interrogano praticamente subito Giuseppe Spatola, che però sembra avere un alibi. Ben presto le indagini finiscono in un punto morto. Il Mago di Tobruk in quel momento è a Parigi, ma si precipita a Niscemi non appena apprende la terribile notizia e comincia disperatamente a cercare sua figlia. Le prova tutte: chiede a chiunque, setaccia ogni ambiente, si inginocchia, supplica, minaccia. Va comprensibilmente fuori di testa. Ad un tratto spunta una pista dal nulla: qualcuno gli dice che una signora di Vittoria, una cittadina in provincia di Ragusa, sa che Patrizia è finita in un bordello del suo paese e si prostituisce. Vittorio non se lo lascia ripetere due volte, rintraccia la donna e va a chiederle informazioni. È un depistaggio: la persona in questione è stata pagata per mettere in giro una voce completamente inventata.

Le spasmodiche ricerche del Mago di Tobruk attirano giornalisti e forze dell’ordine, creando ingenti malumori nelle cosche mafiose locali, da sempre nemiche della visibilità, soprattutto se le questioni “rumorose” coinvolgono i loro affiliati. Più di qualcuno mette in allerta Vittorio Scifo: le sue insistenti domande danno fastidio a gente pericolosa. Gli avvertimenti sortiscono qualche effetto: il noto veggente limita moltissimo le sue uscite e pensa seriamente di lasciare Niscemi per qualche tempo.

Il 19 luglio del 1983 il mago è seduto di fronte al suo bar con la testa tra le mani. È sfiancato dal dramma che lo ha colpito e rimugina continuamente sul da farsi. Una voce interrompe improvvisamente i suoi pensieri: “Vittorio!” , lui si gira ma molto probabilmente non fa in tempo a realizzare cosa stia accadendo o chi sia la persona che ha urlato il suo nome, perché l’uomo che lo ha chiamato a gran voce gli scarica immediatamente addosso un intero caricatore calibro 9, tra torace e volto, uccidendolo sul colpo. Il killer ha il viso scoperto e siamo in pieno giorno, ma nessuno vede niente. La piazza si svuota completamente in pochi secondi. Anche in questo caso le indagini non conducono a nulla: la sparizione di Patrizia e l’omicidio del Mago di Tobruk restano avvolti nel mistero.

Circa un anno dopo, nell’Ottobre del 1984, un sicario fredda Spatola. Due cosche si contendono una serie di appalti pubblici ed entrano in guerra tra loro, insanguinando il Nisseno per anni. Giuseppe ha la sfortuna di essere un affiliato del clan perdente e finisce a far parte della lunga lista di morti ammazzati brutalmente in quell’assurdo decennio.

Nel 2003 il Tribunale di Caltagirone, non avendo nuovi elementi, dichiara la morte presunta di Patrizia Scifo. Sono passati vent’anni e non si sa che fine abbia fatto la ragazza. Non si sa nemmeno il nome dell’assassino di suo padre, né il movente preciso che lo abbia eventualmente spinto a premere il grilletto. Buio totale.

Giuseppe Spatola

La svolta importante avviene nel 2009, ben 26 anni dopo i fatti: un collaboratore di giustizia, uno dei cosiddetti pentiti, rivela ciò che sa sulla sparizione di Patrizia Scifo. Nei primi anni Ottanta è tra gli invitati ad un matrimonio mafioso, seduto al tavolo vicino a quello di Spatola. Grazie alla sua posizione, sente chiaramente un dialogo tra quest’ultimo e Giuseppe Piddu Madonia, un pezzo da novanta di Cosa Nostra in quegli anni. Secondo la deposizione dell’anonimo collaboratore, Spatola in quella circostanza racconta al boss dei problemi che ha con Patrizia. Il Padrino gli suggerisce di strangolarla per poi far sparire il cadavere. Giuseppe Spatola – prosegue la narrazione del pentito – poco dopo avrebbe messo in pratica il consiglio ricevuto. Sono passati oltre due decenni dallo svolgersi dei fatti e non ci sono le prove atte a dimostrare la veridicità di questa versione, anche perché il collaboratore non sa dove siano i resti di Patrizia, né conosce il nome del killer del Mago di Tobruk. Del resto, ammesso e non concesso che lo scambio di battute descritto sia realmente avvenuto, è impossibile dimostrare che la ragazza sia stata poi effettivamente eliminata da Giuseppe Spatola. Si rimane, insomma, nel campo delle ipotesi. Sembra un altro buco nell’acqua, ma probabilmente gli inquirenti partono da questo racconto per cercare di scoprire altri particolari.

Nel 2011, due anni dopo, viene arrestato Giovanni Passaro, un braccio armato dei Madonia. È la persona incaricata da Spatola, ben ventotto anni prima, di uccidere il mago Vittorio Scifo, che con le sue ricerche incessanti si stava pericolosamente avvicinando alla quasi scontata soluzione: Patrizia era stata strangolata e poi fatta sparire proprio dal suo convivente, esattamente come aveva ipotizzato il collaboratore di giustizia nelle sue dichiarazioni di due anni prima.

I resti di Patrizia Scifo non sono mai stati ritrovati, ma oggi l’ipotesi più concreta fatta nel 1983 è una certezza: il suo fu un delitto, esattamente come quello di suo padre Vittorio, il famosissimo Mago di Tobruk. Giovanni Passaro è stato condannato a trent’anni di carcere.

Monica, figlia di Patrizia e nipote di Vittorio, da anni ha cambiato cognome: non si chiama più Spatola come suo padre, ma Scifo, come i due suoi congiunti che proprio il sangue del suo sangue le ha strappato via quando aveva pochi mesi di vita. Il valore è altamente simbolico: serve in primis a prendere le distanze dal suo padre biologico e poi, molto probabilmente, in un certo senso anche ad avvicinarsi ancora di più ai suoi parenti uccisi.

Vittorio Scifo sapeva fin dall’inizio che fine avesse fatto sua figlia. E non grazie ai suoi presunti poteri, ma semplicemente perché conosceva la cruda realtà di certi ambienti della sua regione di quegli anni. Avrebbe potuto rassegnarsi, come spesso accade, e soffrire in silenzio, magari attendendo eventuali notizie dalle forze dell’ordine, ma non lo ha fatto. Dopo aver combattuto la miseria, quella vera, inventandosi dal niente un lavoro redditizio ed arrampicandosi con le sue sole forze sugli scivolosissimi pioli della scala sociale, di certo non avrebbe potuto accettare passivamente la nebulosa sparizione di sua figlia, per giunta senza avere nemmeno una tomba su cui piangere. Dall’essere un personaggio macchiettistico per necessità, all’occorrenza Vittorio Scifo cambiò nuovamente pelle e divenne una sorta di Don Chisciotte. Molto probabilmente sapeva che non avrebbe ottenuto ciò che desiderava e che le possibilità di finire sotto terra fossero tante, ma avrà pensato che fosse giusto provarci ancora una volta, esattamente come aveva sempre fatto durante tutta la sua esistenza. Fu questa la vera magia del Mago di Tobruk, vittima di mafia insieme a sua figlia Patrizia. (Il Messicano)

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