Förmörkelse, il ritorno inaspettato dei LEVIATHAN svedesi

Se scartabellaste in giro per i forum o i social sticazzi-network in cerca dei top album 2020 nell’inner-circle black metal, è tutt’altro che improbabile che ci troviate Förmörkelse. Il motivo è semplicissimo: è un ottimo disco che cresce col tempo, ed è anche uno dei pochissimi che rientra nei canoni del black più tradizionale, canonico se vogliamo. A me ha fatto quest’effetto: dopo averlo ascoltato un paio di volte mi sono trovato a rimuginare: “Beh, è tutto qui?”; poi, col tempo, mi ha convinto sempre un po’ di più ad ogni ascolto, ed adesso sono d’accordo anch’io con la maggior parte della gente che ne parla bene.

In rete intanto se ne dicevano meraviglie fin dalla prima ora; chiunque avesse anche solo provato a dissentire dall’acclamante venerazione veniva minacciato di morte tra atroci tormenti, a suon di ripetuti ascolti dell’ultima vaccata di Sfera&Basta o come cazzo si scrive.

Un motivo c’è, per questa idolatria senza se e senza ma: gli svedesi Leviathan (o meglio lo svedese, è una one-man band) uscirono la bellezza di diciotto anni fa con un disco intitolato Far Beyond the Light che è un autentico mito nell’underground black metal. Vuoi perché in effetti è un signor disco, vuoi perché fino ad oggi non ebbe mai un seguito, ma soprattutto vuoi perché Roger “Phycon” Markstrom ne fu il factotum, come lo è di questo. Nel precedente l’unica cosa che non fece fu cantare, in questo invece canta lui.

Ora, mr. Markstrom è stato il batterista degli Armagedda per dieci lunghi anni, e sappiamo tutti quanto essere strumentista in una band ai limiti dello stardom sia garanzia di fama e fortuna. Il nostro ora suona nei Feral, gruppino clone dello swedish death metal dei bei tempi che furono (Entombed, Dismember, Unleashed, ci siamo capiti), ma l’insignificanza totale di questi ultimi lo deve aver convinto a riesumare il suo side-project dimenticato dai tempi di quando probabilmente alcuni di voi guardavano ancora i cartoni di Peppa Pig (mi solleverebbe sapere che invece preferivate Cartman e compagnia, anche se per questo avreste dovuto prima segregare in cantina i vostri genitori).

Così, quello che dobbiamo aspettarci ascoltando il suo secondo disco (e, se continua con questa cadenza, probabilmente anche ultimo) è una bella bordata di tradizionale swedish black metal che ha come termine di paragone assoluto gli Ofermod vecchi, quelli di Mysterion Tes Anomias, i Setherial di Nord prodotti meglio e, nelle numerose parti di chitarra non distorta che alleggeriscono la struttura di brani (mediamente lunghetti: cinque su sette pezzi effettivi durano dai 6 ai 6 minuti e mezzo), i Dødheimsgard di quel capolavoro che fu Kronet til Konge, se vi ritornano in mente Midnattskogens sorte kjerne o Mournful, Yet and Forever. I brani del ragazzo pagano spesso pegno allo schema compositivo dei leggendari norvegesi, come ad esempio in Verklighetens Vav, con questa chitarra liquida arpeggiata nelle retrovie di riff belli tesi e veloci, alternati a blast beat che hanno l’unico scopo di spaccare tutto e stop. Ovvio che trarre ispirazione dal modo di comporre ed arrangiare i brani da cotanti maestri non può che far del bene, pertanto brani brutti non ce ne sono; amalgamare le due scuole più importanti mai esistite nel black metal così bene non è per niente facile, e buon per lui che c’è riuscito alla grande. Diciamo pure che il nostro è andato a riempire un buco che si era formato nel corso dell’anno, perché i grandi nomi storici non hanno fatto uscire niente e si sentiva la mancanza di qualcuno che suonasse un po’ di sano black metal vecchio stile senza troppe pozioni magiche, solo quel sano feeling notturno, freddo e malevolo che tanto piace a noi consumatori di note nere come l’ossidiana.

Detto che nominalmente il disco comprende dieci brani, dei quali la intro di 45 secondi non è di grande utilità, l’intermezzo di tastiere ambient potrebbe anche non esserci (vabbè, gliela ha scritta un suo amico, non ne ha colpa… avrà dovuto ricambiare un favore) e la outro di sola chitarra arpeggiata e basso non sarebbe cambiato nulla se fosse rimasta nel cassetto, i brani seri, quelli che contano davvero, sono quanto di meglio si può chiedere attualmente alla scena black metal “nostalgica” di un passato ormai sempre più lontano. Sparàti a mille quando c’è bisogno di velocità, melodici quando c’è bisogno di meditazione, ben costruiti, ben suonati, ben fatti. Per me vale la pena di spenderci sopra del tempo per apprezzarlo a dovere. Nel giro classic black di quest’anno i Leviathan sono giustamente tra i protagonisti.

Ci rivedremo tra altri vent’anni? Magari con un po’ di culo si sciolgono i Feral e Roger Markstrom avrà più tempo da dedicare a questo progetto, non si sa mai. (Griffar)

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