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Avere vent’anni: SOILWORK – The Chainheart Machine

26 febbraio 2020

Cesare Carrozzi: Il problema più evidente di The Chainheart Machine è il tastierista (che poi ha un nome che mi ha sempre fatto ghignare, Carlos Del Holmo Holmberg, uno che secondo me smollati i Soilwork o si è messo a girare film porno o ingoia ovuli e li ricaca in Svezia. O entrambe). Messa così sembrerebbe un’ovvietà ma vent’anni fa, amici cari, non era poi così scontato. Voglio dire, adesso viviamo un momento storico in cui è stato fatto tutto, provato di tutto, miscelato qualsiasi strumento con qualsiasi altro in qualsiasi stile o quasi (certo, magari mancano le fisarmoniche death metal, ma scommetto che qualcuno ci sta già pensando, ammesso che non esistano già. E se ho dato spunto a qualcuno almeno citatemi nei crediti), ma all’alba dei Duemila inserire in pianta stabile un tastierista in un gruppo tupa tupa death metal poteva essere alternativamente o una genialata o una coglionata, senza nessun grado intermedio, uno di quei rari casi in cui una situazione o è bianca o nera. E purtroppo, col senno di poi appunto, un tastierista in uno gruppo death metal è a tutti gli effetti una coglionata macroscopica, enorme.

Perché? Ma perché non è che aggiunge nulla, anzi toglie una componente di aggressività che, se fosse rimasta, avrebbe reso The Chainheart Machine un vero capolavoro invece di un gran disco e basta, che per carità è bello e tutto, ma tra il tastierista alla cazzo di cane e la produzione un po’ asfittica (specialmente sulle chitarre) finisce per non rendere quanto avrebbe potuto. Che minchia, o un tastierista lo prendi e gli fai fare cose oppure lascia perdere che nove volte su dieci i tappetoni di tastiere non servono, dieci volte su dieci se, cazzo, fai death metal e pure tirato. Peccato però, The Chainheart Machine diversamente sarebbe stato un discone, i pezzi funzionano, Björn Speed ancora non si dedicava a cantare pulito e strillava tutto il tempo, le chitarre macinavano (grazie soprattutto a Peter Wichers) e insomma erano ancora i Soilwork e non quella sorta di gruppo di cartone che sarebbero diventati poi, tra tastiere protagoniste e ritornelli puliti degni del Sanremo più becero. Ma ne riparleremo.

Marco Belardi: Qualcosa che ti fa schifo può essere allo stesso tempo bellissimo, anzi, in un certo senso prenderà il sopravvento proprio grazie all’arcano trucco del bastone e della carota. La carota però deve arrivare per prima, e mai per seconda. La globalizzazione per mezzo del mercato libero importa ed esporta prodotti con velocità ed efficienza e lo fa a prezzi contenuti. Con ciò si favorisce il consumismo, ma ne rimani contento lo stesso e lo prendi nel culo con il sorriso. Nel caso del death metal melodico fu un po’ la stessa cosa: che male poteva mai recarci? Lo accogliemmo nell’Eurozona battendo insieme le mani.

Ricordo alcuni gruppi in grado d’interpretarlo davvero bene, leggasi Soilwork, anche se gli At The Gates ebbero addosso quella malinconia e quello scazzo irripetibili. E non c’erano più, non nel Duemila. Fu così che acquistai The Chainheart Machine, lo feci perché mi garbava. Nella sala di controllo piena di bottoni di un giovane discografico svedese si illuminò un led, e questi gridò: Hey ne hanno preso un altro, in Italia! Sono proprio svegli questi mangiaspaghetti!” – La cosa crebbe a dismisura e nel giro di un anno, o forse due, tutti suonavano lo stesso genere musicale prima appiattito, poi iperprodotto, infine intriso di ritornelli degni della peggiore situazione cantautoriale italiana da karaoke in pizzeria. Cocciante, Leali, Soilwork. Fu la fine, la mia, quella di tutto e tutti.

Il metal estremo era temporaneamente imbalsamato, proprio come un gufo nell’angolo di un ristorante. Ci ritrovammo i blast beat e la velocità in canzoni che non ne richiedevano affatto, ma che grazie alla loro presenza avrebbero giustificato, ancora per un po’ e per la precisione fino all’outing penoso e deleterio degli In Flames, quell’etichetta contrastante e quasi buffa che campeggiava nei flyer e perfino nelle recensioni d’ognuno. Death metal melodico. Peperoncino non piccante. Birra analcolica. Gesù Cristo che alza lo sguardo verso il cielo e ne spara una fortissima. Germano Mosconi che lo redarguisce. La terra iniziò a tremare d’innanzi a cotante contraddizioni che il mercato aveva elevato a punti fermi: cadaveri sufficientemente freddi come gli Obituary si stavano rivoltando nelle loro tombe, i chiodi vibrarono, lentamente si sfilarono dai rispettivi alloggi e liberarono il contenuto delle rancide casse. Valli a prendere, John Tardy, fa’ irruzione in quella sala di controllo e divora tutto e tutti, inclusi quei maledetti bottoni che s’illuminano! (Marco Belardi)

4 commenti leave one →
  1. Bacc0 permalink
    26 febbraio 2020 10:16

    Per me la cosa più terrificante rimangono i Terror 2000,ovviamente usciti per quella generatrice seriale di pattumiera fatta in musica che è la scarlet records

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    • Marco Belardi permalink
      26 febbraio 2020 10:23

      A me il primo dei terror 2000 piacque un sacco, il problema è cosa hanno generato pure loro. Nel 2000 la reggevo ancora bene quella roba

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  2. Alberto Massidda permalink
    26 febbraio 2020 13:51

    >magari mancano le fisarmoniche death metal
    E i Finntroll?

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  3. El Baluba permalink
    26 febbraio 2020 15:06

    dai su i primi Soilwork non erano male, pur non avendo mai fatto un capolavoro pieno, fino a “Natural Born Chaos” hanno fatto delle ottime cose. Questo ed il successivo mi ricordano quando suonavo con un batterista a cui facevano cagare gli In Flames e At The Gates, ma piacevano un casino i Soilwork…i misteri della vita…

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