Avere vent’anni: IMMOLATION – Failures For Gods

Failures For Gods rappresenta l’inizio del secondo corso degli Immolation. Non Here In After, ma questo disco qua. Il problema del gruppo di Dolan e Vigna a metà anni Novanta era il dover dare un seguito dignitoso a Dawn of Possession, ovvero un’inculata in tutti i sensi: il debutto del 1991 è uno dei motivi per cui, ogni volta che pubblicherai un album, tutti ti diranno che è bello, ma mai quanto Dawn Of Possession. Non è uno scoglio che si supera, e in situazioni del genere dovrai semplicemente accettare come stanno le cose, o piuttosto prenderne rapidamente le distanze.

Al primo tentativo gli era andata male, Here In After me lo ricordo molto pesante ma anche una delle cose più noiose che mi è capitato di mettere nel lettore cd. Credo di averlo ascoltato una volta e mezzo in vita mia, mentre Failures For Gods mi lasciò più dubbioso. Per metà abbondante mi piaceva, e anche molto. Avevano trovato Alex Hernandez, ovvero il batterista perfetto per suonare quella tipologia di death metal consistente in Morbid Angel, di nuovo Morbid Angel, ma con una forte personalità che li rese tutto fuorché degli effettivi cloni dei Morbid Angel. Essendo consuetudine accogliere malissimo il nuovo arrivato, riservarono all’incauto Alex un suono di cassa del quale suppongo si vergogni ancora oggi, fuggendo sul marciapiede quando i passanti lo riconoscono come l’autore delle linee di batteria di Failures For Gods.

Però lui era davvero bravo, donava al lavoro un certo dinamismo e in contemporanea martellava a dovere; mentre l’attuale membro di lungo corso – Steve Shalaty – è uno che pensa troppo a passare dalle parti dei tom, mettere un paio di filler, i benedetti accenti sui piatti, e la guarnizione finale con topping al caramello. No Steve, t’ho inquadrato subito su Harnessing Ruin e certe cose non si fanno anche se tecnicamente sei un fenomeno. In compenso c’era ancora Tom Wilkinson alla chitarra, e ci volle del tempo perché venisse sostituito a dovere, ritrovando con Alex Bouks degli Incantation quella quadra che ha reso Atonement una cosa bellissima.

Failures For Gods era soprattutto No Jesus, No Beast, una delle loro migliori canzoni in assoluto al pari di Despondent SoulsHigher Coward. Se penso all’intero lavoro del 1999, penso che Once Ordained era feroce e che più in là campeggiavano altri brani di livello assoluto come God Made Filth: ma No Jesus, No Beast creò una sorta di barriera con le altre, fatta di innata superiorità e concretezza. Non esente da qualche pezzo un po’ ordinario, per non dire sottotono, ritengo che il gruppo di New York si sarebbe del tutto superato col successivo Close To A World Below per poi innestare definitivamente la terza. O meglio, il mio è un discorso che può avere una valenza fino all’uscita di Atonement: passi il buon Majesty And Decay, ma Kingdom Of Conspiracy l’ho trovato talmente iperprodotto da non riuscire proprio ad ascoltarlo. (Marco Belardi)

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