I cinquant’anni di Rising, l’album che ha forgiato il Metallo – Parte prima

Introduzione

Maggio 1976. Sono passati solo due mesi dall’ultimo concerto dei Deep Purple Mark IV, quello alla fine del quale David Coverdale decide di abbandonare il gruppo per sentirsi dire che il gruppo non esiste in realtà più, avendo già deciso Ian Pace e John Lord di scioglierlo. Solo un anno prima avevano ottenuto il titolo di band più rumorosa del pianeta, secondo il Guinness dei Primati, ed era uscito l’ultimo album prima dello scioglimento, Come Taste the Band. Sono passati solo due mesi anche dall’uscita di Presence, l’ultimo album dei Led Zeppelin, il primo forse in cui si intravede il declino commerciale a venire, dopo il botto gigantesco di Physical Graffiti, uscito solo l’anno prima. Presence è un grande album, comunque, ma la band è allo sbando, Plant sta recuperando dal brutto incidente stradale nel quale stava per morire assieme a sua moglie e Page fa uso di eroina. La band così quell’anno non riesce ad imbarcarsi in alcun tour. Anche per i Black Sabbath le vendite sono cominciate a scendere: l’anno prima Sabotage non ha raggiunto i risultati dei precedenti e cominciava a soffrire di qualche numero in scaletta di tono minore. Ancora era niente, però. Nel maggio ’76 la band sta per entrare in studio per registrare il successivo Technical Ecstasy. Sarà comunque un discreto successo di vendite, in assoluto, ma dal punto di vista musicale quei Black Sabbath non sarebbero più stati gli stessi.

Maggio 1976. I Judas Priest sono nel pieno del tour inglese a seguito dell’uscita, nel marzo precedente, di Sad Wings of Destiny, decisa virata del loro suono verso un hard rock ancora più duro e drammatico, non ancora propriamente heavy metal (forse). Nel maggio 1976 esordiscono dal vivo i giovani Iron Maiden come resident band in un pub di Londra, il Cart & Horses. Il ’76 è anche l’anno in cui la nuova formazione del bassista transfugo degli Hawkwind, Lemmy Kilmister, si consolida con l’ingresso di “Fast” Eddie Clark. La strada è spianata per l’esordio dell’anno successivo, l’omonimo Motorhead. Nello stesso anno finisce la corsa di una band hard rock danese chiamata Brainstorm. Il loro cantante Kim Bendix Petersen entrerà nei Black Rose. I Mercyful Fate non sono nemmeno all’orizzonte. Dall’altra parte dell’oceano, forse Joey DeMaio si sta già dando da fare come roadie.

Maggio 1976. È passato solo un mese dall’esordio dei Ramones...

Entri l’artista…

Maggio 1976. Il chitarrista inglese Ritchie Blackmore ha trentun anni ed è decisamente un tipo particolare. Sempre vestito di nero, spesso con un abbigliamento che ricorda quello di un alchimista, o di un quacchero del XVII secolo. Direbbe di sé che è un uomo del XVI secolo capitato per sbaglio nel XX. Ha una vera passione per il Medioevo, per il Rinascimento inglese, per la musica di quei periodi. Non ascolta praticamente altro, a parte qualche compositore classico di epoca successiva, i Jethro Tull ed il suo gruppo preferito, gli ABBA. Vive ormai in California, come altri musicisti hard rock inglesi di incredibile successo, dopo una carriera iniziata giovanissimo che l’ha già portato a girare parecchio.

Ha cominciato, ancora minorenne, a prendere parte assieme al complesso strumentale The Outlaws a diverse registrazioni prodotte dall’inglese Joe Meek. All’età di diciassette anni sarebbe stato molestato sessualmente dal comico Freddie Starr proprio in quegli studi, secondo una biografia del chitarrista pubblicata poi nel 2006. Sempre in quegli anni, i primi ’60, l’esperienza di suonare dal vivo coi Savages, il complesso del folle Screaming Lord Sutch, una delle “creature” transitate per gli studi di Meek. Coltelli sul palco, lo stesso Lord Sutch che esce da una cassa mortuaria vestito da Jack lo Squartatore, trucchi di scena e musicisti vestiti da antichi romani. Lo shock rock, insomma. Anzitempo. In buona compagnia, Blackmore: alla corte del folle cantante (e futuro uomo politico) inglese si sono avvicendati vari altri musicisti destinati a radiosi futuri, come Keith Moon, Jeff Beck, Jimmy Page, Charlie Watts, John Bonham, Noel Redding, Mitch Mitchell.

La prima volta in Germania fu nel 1965, quando ebbe un ingaggio di quattro settimane nella band di supporto di Jerry Lee Lewis allo Star-Club di Amburgo. Da quel momento si intensificarono le esperienze nel Paese di Wagner e Bach. A parte una breve esperienza in Italia, quando partecipò, coinvolto da un ex sodale inglese, alla nascita del complesso The Trip, all’epoca impegnato nell’accompagnare l’inizio della carriera solista di Riki Maiocchi dei Camaleonti. Tornò poi comunque in Germania, ad Amburgo, dove permase tra vari complessi fino al 1967, quando rientrò finalmente a Londra, per formare l’anno successivo i Deep Purple, all’età di ventitré anni. Il resto è storia nota.

L’uomo (torvo) dietro la chitarra

Nel 1976 a Ritchie Blackmore, pur di stanza oltreoceano, resta comunque una vera passione per la Germania, dove aveva sposato le sue due prime mogli, entrambe tedesche, una delle quali spogliarellista in uno dei locali dove anche Blackmore aveva prestato i suoi servigi. Matrimoni che durarono comunque molto poco. Non solo le donne lo appassionano del Paese europeo, ma anche la birra, la nazionale di calcio e, soprattutto, i suoi castelli. Beve molto, la sua passione è il Jack Daniels Black Label. Ha anche la nomea di essere un tipo torvo. Sempre sulle sue, parla poco. Ha una vera fissazione per le sedute spiritiche, pratica alla quale pare sia stato introdotto da Nick Simper, il primo bassista dei Deep Purple, e nella quale crede ora con convinzione. Ha anche altre due fissazioni, oltre alle esperienze occulte (e ovviamente alla musica), ovvero il calcio e gli scherzi. Scherzi cattivi, a volte esagerati. Per dire, a detta sua, pare che i problemi con il cantante Ian Gillian fossero cominciati quando gli aveva sfilato la sedia mentre, ubriaco, si stava sedendo sul palco, causandogli una rovinosa caduta di alcuni metri. Non che avesse voluto farlo cadere da così in alto di proposito, pare non si fosse reso conto del dislivello però…

Ha la nomea di essere un tipo con cui è particolarmente difficile avere a che fare, Ritchie Blackmore. Dopo una sequela incredibile di successi, ha posto fine alla sua esperienza coi Deep Purple poco più di un anno prima. Il motivo pare fosse stato la sua insoddisfazione per la svolta soul-r’n’b determinata dai nuovi ingressi, Glenn Hughes e David Coverdale. Pare che la goccia che avesse fatto traboccare il vaso fosse stato il rifiuto degli altri di registrare una cover degli oscuri Quatermass, Black Sheep of the Family. Ma c’entravano probabilmente anche i soldi, visto che successivamente Blackmore si sarebbe spesso lamentato del fatto che nei Deep Purple i crediti della scrittura (e quindi i ricavi) fossero divisi equamente tra i cinque membri quando, specie nella formazione Mark II, Blackmore si facesse interamente carico della scrittura delle musiche, mentre alcuni membri (specie gli storici John Lord e Ian Paice) non contribuissero affatto. A detta di Blackmore, per lo meno. Qualsiasi fossero le ragioni, comunque, Blackmore ormai ne era fuori e dal 1975 la sua band erano i Rainbow o, come erano pubblicizzati agli inizi, Ritchie Blackmore’s Rainbow. Il fatto che lui, sempre o quasi vestito di nero, avesse dato alla sua band il nome di arcobaleno dà la misura di quanto quella che ci aspetta non sarà una storia semplice e lineare.

Il sorgere dell’arcobaleno

Il 17 maggio 1976 esce il secondo album dei Rainbow (qui chiamati semplicemente così), intitolato Rising. La tesi di chi scrive (e di questo pezzo nello specifico) è che si tratti dell’album che ha forgiato l’heavy metal per come lo conosciamo noi. Nientemeno. Chiaro, quella meravigliosa locuzione esisteva già da anni, pare fosse stata utilizzata in principio per i biker Steppenwolf. Spesso usata, anche giustamente, per i pezzi più pesanti dell’hard rock di quegli anni. Ma per come lo conosciamo noi, separato nettamente dal suo genitore hard, l’heavy metal nasce con Rising. O almeno così la penso io. Nasce con Rising grazie al suo principale artefice, il trentunenne chitarrista inglese Ritchie Blackmore. Oppure anche nonostante lui, come andremo a vedere. Ma facciamo prima un altro passo indietro.

Solo l’anno prima, dicevamo, era uscito l’album precedente, l’omonimo Ritchie Blackmore’s Rainbow, registrato col supporto di una band boogie e honky-tonk rock dello stato di New York, gli Elf, gruppo spalla nei tour dei Deep Purple, ai tempi. In particolare, la molla era stato il nascente sodalizio con Ronald James Padavona, il loro cantante, già noto (per chi lo conosceva) come Ronnie James Dio. I due avevano inciso la famosa cover dei Quatermass, Black Sheep of the Family, visto che i Purple non glielo consentivano, poi da lì la voglia di registrare un disco intero. Per cui era necessaria una band intera. Appunto, gli Elf.

L’album non ebbe forse il successo sperato. C’entrava sicuro la volontà di Blackmore e Dio di suonare musica diversa. Rock, anche duro, ma dal sapore epico, fiabesco, quasi medievaleggiante. Non si trattò comunque di una sterzata così decisa, rispetto alla band precedente, a causa forse anche della personalità carente degli altri musicisti. L’album si reggeva su due ottimi pezzi hard, Man on the Silver Mountain, che parte quasi come una variazione maggiormente complessa sul tema di Smoke on the Water, e la Sixteenth Century Greensleeves ispirata all’originale Greensleves, che la leggenda vuole composta nientemeno che da Enrico VIII, quello delle mogli. In realtà poi si trattava di un album ben eterogeneo, tra numeri leggeri e ballate molto profonde, lente e drammatiche. Soprattutto Catch the Rainbow, una sorta di omaggio epico al Jimi Hendrix di Little Wing. Né il successo vero e proprio aveva arriso alla nuova formazione, né i risultati artistici potevano soddisfare il vulcanico chitarrista inglese e il suo fedele sodale dalla voce incredibile. I due componevano in perfetta sintonia, allineati nella musica come nell’immaginario, arcano, fiabesco ed oscuro. Solo, avevano forse bisogno di nuovi compagni di avventura.

La selezione

Il primo degli Elf che fu rimpiazzato fu il bassista. Un roadie aveva parlato a Blackmore di un suo ex coinquilino, uno scozzese pazzo, tale Jimmy Bain, che non aveva ancora mai registrato nulla e che in quel momento suonava a Londra, sotto contratto come resident in un pub con la sua band dei tempi (ovvio, non gli Iron Maiden). Difficile crederlo, ma Blackmore, Dio, il roadie ed il manager presero un aereo dalla lontanissima Los Angeles per assistere a uno show della scalcinata band, che avrebbe concluso la serata tra i conati di vomito del batterista che si era fatto troppe Guinness per reggere la pressione, pensando fosse lui ad essere sotto esame. Comunque fosse andata quella sera, alla fine Jimmy Bain era arruolato.

Tornati in America, dopo poco si passò ad i provini per un nuovo batterista. I provini si svolgevano in una maniera piuttosto peculiare: il candidato veniva “accolto” senza parole e lasciato a montarsi la batteria mentre Bain e Blackmore giocavano a biliardo, facendolo attendere. A un certo punto i due, posate le stecche, impugnavano gli strumenti partendo con un riff serratissimo e senza fine. Ogni candidato, dopo qualche minuto, cominciava a cedere, perdere il tempo o proprio le bacchette. Così i due riponevano gli strumenti e ricominciavano col biliardo, senza avere degnato di una parola il candidato. Questo fino a che non si presentò l’inglese Cozy Powell, che Blackmore aveva apprezzato già su Rough and Ready, un album tutt’altro che hard, anzi quasi jazz, del grande chitarrista Jeff Beck, stimatissimo dal collega. Con Powell le cose andarono differentemente perché anziché cedere, Powell continuò imperterrito per decine di minuti, anzi incalzando con ritmi ancora più serrati e finendo per “sconfiggere” Blackmore, che lo assunse subito. A detta di Powell, furono determinanti i suoi trascorsi negli anni ’60 in un complesso, i The Sorceress, impegnato anche lui ad accompagnare per ore spettacoli di spogliarello nei club in Germania. Da lì sarebbe derivato il suo eccezionale vigore.

Infine, mancava un tastierista. Impegnati a provare presso i S.I.R. Rehearsal Studios di Hollywood (tra una visita amichevole e l’altra di gente del calibro di John “Bonzo” Bonham), venne adocchiato un ragazzo di quasi dieci anni più giovane, il belloccio californiano Tony Carey. Blackmore non ce l’aveva affatto in simpatia, ma provandolo si convinse che fosse il tassello mancante, almeno musicalmente, riuscendo il giovane tastierista a tenergli testa nelle improvvisazioni classicheggianti. Assurdo, se ci pensate, visto che Carey era poco più di un ragazzino. Pare non avesse mai preso una lezione di piano e si reputava principalmente un chitarrista. Comunque, la formazione era ormai completa e Ritchie Blackmore aveva ora la band con cui poteva definitivamente trasformare la materia della musica pesante. (Lorenzo Centini)

[continua…]

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