Sidera: i MISERERE LUMINIS centrano ancora il bersaglio

In un 2026 che nei suoi primi mesi ha già iniziato a fare sul serio – vedi i nuovi album degli ZU o dei Triumpher o l’inaspettato ritorno dei Neurosis – un disco che sin dai primi ascolti ha meritato tutta la mia attenzione e che attendevo spasmodicamente è il terzo lavoro, sulla lunga distanza, dei canadesi Miserere Luminis, pubblicati da quella Debemur Morti che è ormai diventa garanzia di qualità. Attese coltivate dopo aver scoperto, in ritardo e quasi per caso, l’ottimo precedente Ordalie, che arrivava a quasi quindici anni dall’esordio del gruppo, nato come progetto parallelo di Icare e Neptune dei Gris e Annatar dei Sombre Forêts, due ottime band della scena “black metal” del Quebec. Un progetto che con questo Sidera giunge al suo apice, riuscendo a creare un magma sonoro unitario, solo all’apparenza monocorde, ma in realtà straordinariamente ricco, vario e tremendamente serio e drammatico. Un percorso, purtroppo, fino ad oggi rimasto quasi completamente oscuro ai più, dato che si è parlato pochissimo dei Miserere Luminis, anche in occasione del precedente album del 2023, e che solo grazie al passaggio alla già menzionata Debemur Morti ha iniziato a trovare spazio sulla stampa specializzata.

Uno spazio che i canadesi hanno meritato ampiamente, perché Sidera è un lavoro straordinario, uno degli album “estremi” migliori usciti in ambito metal negli ultimi anni, pur essendo difficilmente incasellabile. Perché se la definizione che viene maggiormente accreditata è quella di “post-black metal”, che significa tutto e niente, in realtà siamo davanti ad un DSBM che fa da ossatura alle cinque, lunghe, composizioni del gruppo, che si apre alle più svariate contaminazioni, che vanno da post-rock di scuola Constellation, e quindi canadese, ad intermezzi atmosferici, a frammenti che inglobano in sé la classica contemporanea e il jazz minimalista di scuola ECM. Il tutto creando un flusso unitario, contraddistinto dallo screaming teatrale e disperato di Icare che si staglia su partiture che vedono, quasi sempre, la presenza di archi – suonati dallo stesso cantante – che diventano parte integrante del sound della band. In tal senso, si mettono subito le carte in tavola con l’iniziale Les Fleurs de L’Exil, uno dei brani più diretti dell’album, che parte con un attacco violentissimo e che poi si spezza a metà in un abisso di dolore, per poi riprendere rabbiosamente e sfumare nel pezzo successivo.

Perché, pur non essendo tematicamente un concept album, le diverse composizioni si intrecciano l’una nell’altra come parte di un’unica sinfonia con dei temi – anche musicali – comuni, che possono, inizialmente, confondersi con una certa monotonia, ma che, invece, è il fil rouge che lega e tiene insieme l’intero progetto. Perfettamente esemplificativo di questo discorso è il passaggio tra De Cris & De Cendres, brano migliore del lotto, capolavoro di impareggiabile intensità, e la successiva, straordinaria, Aux Bras Des Vagues & Des Vomissures: un confluire organico da un brano all’altro attraverso soluzioni atmosferiche che, ben lungi dall’essere meri momenti di passaggio, sono componenti portanti del progetto e tra archi, contrabbasso e pianoforte dipingono in modo vivido immagini di straordinaria potenza.

Immagini dolorose, poetiche e romantiche – in senso letterario – che emergono tanto dal cupo e opprimente artwork quanto dai testi estremamente lirici, di natura platealmente nichilista, che tracciano una disillusa catabasi dei sentimenti, senza mai giungere ad una catarsi, o a qualcosa cui aggrapparsi. Un lavoro di certo non semplice, nonostante si fondi sulla melodia e su soluzioni armoniche, che trova la sua perfetta chiusura in Dans La Voie De Nos Lumières, una summa di tutte le diverse componenti di questa sinfonia chiamata Sidera, capace di rapire l’ascoltatore per i suoi cinquanta minuti abbondanti di durata, chiudendo circolarmente il discorso, con un brano senz’altro più diretto e – nei limiti della proposta – lineare. Un lavoro che merita tutta l’attenzione possibile, di essere ascoltato, riascoltato, lasciato decantare e poi rimesso su, senza fretta. Perché solo in questo modo è possibile cogliere appieno il valore di questo grandissimo album e di questa band straordinaria che, spero vivamente, d’ora in avanti cominci ad ottenere la considerazione che gli spetta di diritto. (L’Azzeccagarbugli)

Et aux creux du hasard de tes catastrophes

Dans les lumières volatiles d’un amour sans mots

Et sans nom

Je tisserai à partir des morceaux du ciel des arbres invisibles

En tordant le langage de la nuit

Et le sens de tes étoiles

Tapissant le néant de filets de rayons

Je ferai du poids du sang des sanctuaires

Bien plus vastes que ton impuissance

2 commenti

  • Raffaele Salomoni
    Avatar di Raffaele Salomoni

    Wow, grazie ancora per un’altra scoperta emozionante

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  • Avatar di Fanta

    https://youtu.be/0UH1NTS6vio?is=JVe-_rbeQedDITAy

    E grazie Mario! Certo, mica cazzi, oh. Qua non si scherza con i radar e le reti a strascico. Grazie Mario! Fanta chi cazzo è?! Chi lo conosce?! Grazie Mario Azzeccagarbugli per i Miserere Luminis! Eh, oh!! E gazie Mario Bargone che ci fai scoprire i The Spirit!! Grazie Mario. E Saverio? Niente dai, passava di qua per caso. Anche quando cita le band di cui parlate anni e anni prima degli altri.

    Si scherza, eh. In realtà c’è una questione cui tengo particolarmente. Mi sta a cuore. Provo a condividerla. Fanta(man) è uno stato della mente, è colui che si muove nelle intercapedini di quel che sta per accadere. È colui che procede col favore delle ombre. Fanta è lo scarto e il residuo, non assorbibile, tra l’uomo e la sua opera. Tra il personaggio e la persona che non conta. Tra il creatore e il creato.

    Qui, tra l’altro, si gioca uno dei più grandi errori del cristianesimo tradizionale. De-sidera. Guarda innanzi a te, togli lo sguardo dalle stelle e stai nella misura dell’Altro. Non as-siderarti. Non guardare in alto per rimandare la soddisfazione a quel che non è qui e ora. Il regno non è lassù. È tra noi. Non a caso nel disco in oggetto c’è un corpo morto che ascende alle stelle. Morto.

    Le idee devono poter circolare senza rimando egoico. La catena dei significanti sta a monte. A valle il significato va colto soggettivamente. Come un’eredità di cui evaporano le origini. Questo è. Si risorge ogni giorno tra la vita e la morte e non c’è nessun destino e nessuna presenza di Dio a orientare le scelte di chiunque. Nessun master of puppets.

    Magari potrete incontrare l’uomo dietro Fanta per caso; colui che muove le fila del personaggio. È accaduto talvolta. Ma le due cose non potranno mai coincidere; soprattutto se l’uomo ha la consapevolezza di poter giocare col personaggio facendolo, per paradosso, coincidere volontariamente con il modo di essere dell’uomo. A volte e non sempre. Sempre e non solo a volte.

    Il perturbante Fanta sta tutto qui. È il metal che conta. Non il dito ma la luna. L’uomo dietro alla maschera ha un solo, singolo tatuaggio marchiato a fuoco non sulla pelle; ma nella mente: non serviam, sotto una mezza testa di lupo che fa il paio con un cuore a metà che pulsa. Come nel booklet della prima stampa di Wolfheart.

    Nessuna appartenenza irreversibile, nessuna subordinazione al potere. Nessuna acquiescenza o docilità. L’uomo che sta dietro Fanta non ha mai chinato la testa di fronte a nessuno. Non si è mai fatto comprare. La propria declinazione del potere l’ha incarnata con la ricerca incessante della competenza. Perché il potere non si azzera. Si interpreta e lo si mette al servizio di qualcosa di produttivo. Qualunque cosa tu faccia, falla al meglio delle tue possibilità. La strada in tal senso ha già un lungo percorso. E prosegue verso l’ignoto.

    Non serviam.

    Fanta(man) non appartiene a un singolo. È la posizione epistemofilica di chi continua incessantemente a cercare rinunciando a chiudersi su un oggetto. Fanta esiste nella misura in cui esiste Metalskunk nella sequela di un vettore incessante che aggancia orizzonti di sviluppo per la musica estrema.

    Fanta e Metalskunk sono in fondo la stessa cosa. Ogni volta diversamente e ogni volta nello stesso modo. Fanta ha enorme rispetto per Metalskunk perché si rispecchia nella sua libertà. Ma il “giallo teschio dalla risata sardonica” osserva e interviene sempre dal vertice più basso. Da dentro la vicenda, certamente, ma preferendo una quota significativa di nascondimento. Al netto di chi conosce il mio nome per errore. E qua sopra qualcuno conosce il mio vero nome. Per un mio antico errore e me ne assumo la responsabilità. Ma questo nome non è comunque possibile afferrarlo. Mai. Non si possiede chi (non) esiste. “La più grande beffa che il Diavolo abbia mai fatto al mondo è stata quella di convincere tutti che (non) esiste”.

    Non serviam.

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