EXODUS – Goliath
All’uscita degli ultimi due album, ho trattato gli Exodus come si tratta un gruppo del tutto bollito. Nessuna voglia di ascoltarli, nessuna intenzione di dedicare loro il mio tempo. Persona non Grata, con quel suo titolo di merda, non era nemmeno brutto, si lasciava ascoltare con piacere. Eppure, una volta chiuso nel cassetto, l’avrò rimesso su una sola volta, a dir tanto.
Riflettendoci sopra, sono sicuro che il mio malcontento nei loro riguardi nasca dagli Slayer. Non si prende Gary Holt perché ce ne è bisogno da un’altra parte, neanche se quella è la poltrona che appartenne a Jeff Hanneman. Perché se tu sposti Gary Holt uccidi gli Exodus, li comprimi. Gli Exodus non sono quello che per anni sono stati il Sassuolo o il Siena per la Juventus. Al momento sono il gruppo thrash metal più prolifico e importante assieme a Testament e Death Angel, e così è da circa vent’anni. Quindi agli Exodus deve essere lasciata piena operatività, perché altrimenti li mandiamo a puttane per sempre.
Il suono degli Exodus è rappresentato da coloro che stanno sulla nave sin dal primo album: Tom Hunting, un batterista essenziale e riconoscibilissimo dalla prima martellata che tira, e appunto, lui, Gary Holt. Poi potevi metterci Baloff – che adoro, naturalmente – Souza o questo poveraccio che prima hanno preso a calci e a cui successivamente hanno rimesso davanti la ciotola con le crocchette al pollo, e andrà bene o benino comunque. Puoi metterci Gibson al basso e ottenere una bellissima alchimia sulle ritmiche, e dire che con Holt era un’altra cosa, ma che, alla fin dei conti, Altus si è ambientato alla grande. Gli Exodus sono quei due tipi lì, e non vanno toccati. Da nessuno, neanche dagli Slayer, che tanto Repentless se lo potevano cacciare nel culo anziché rivelarcene i contenuti. E badate bene che sto parlando del mio gruppo preferito di sempre.
Oggi vivo gli Exodus come un qualcosa che sta in bilico tra l’assumere un nuovo significato – lo stesso di sempre, un pelino rafforzato – e il cadere definitivamente giù, ma acquisisco nuovamente quel filo di voglia, chiamiamolo per l’occasione hype, di mettere su Goliath e approfondire, scavare fra i suoi solchi. Per questo ho atteso un po’ prima di scrivere la recensione. Goliath è il disco da sei politico per eccellenza, ragazzi. Potrebbe finire qui. Se poi avete tempo, e fuori è aprile ma piove a oltranza, o addirittura nevica e non sapete come montare le catene, proseguite pure.
Il titolo è di quelli che mettono il buonumore, forse perché mi ricorda quel bellissimo speciale lovecraftiano di Dylan Dog partorito dalla testa di Tito Faraci e dalla matita di Luigi Piccatto. Parlando della copertina, inizio a rimpiangere loro che facevano i cazzoni in macchina su Impact is Imminent. Credo che i disegnatori di copertine metal stiano vivendo un momento di grande crisi di idee, allorché si rappresenta con insistenza un qualcosa di mostruoso che emerge dalle rovine di San Diego, Tokyo o Dicomano – non fa alcuna differenza – per fare incetta dell’umanità per le conseguenze del capitalismo o giù di lì, con tentacoli, bocche che ingurgitano corpi e quant’altro. Non so voi, ma io comincio a essermi rotto i coglioni di questa roba, per quanto visivamente bella e accattivante.
Ho parzialmente rivalutato il singolo 3111, ne ho canticchiato più volte il ritornello fra me e me, e questo è segno che in fin dei conti funziona. Pure il mosh mezzo scopiazzato dai Pantera è per certi versi ineccepibile.
Il resto del disco è un qualcosa che oscilla fra il carino e il totalmente trascurabile. I ritornelli quasi metalcore di The Changing Me con Peter Tägtgren ai cori rovinano una canzone altrimenti caruccia: sono sicuro che Gary Holt abbia chiamato la Nuclear Blast e palesato la necessità di un po’ di fica all’interno del disco, per fare spessore, per fare richiamo e per fare anche un po’ numero. Mandatemi Anya Taylor-Joy, quella con gli occhioni. Se mi fa un coro come si deve la piazzo sul singolo, altrimenti lo vedete che ci combino su quegli occhioni. Alla Nuclear Blast, una volta appreso che al chitarrista e compositore americano era salito un po’ troppo il porco addosso, hanno scelto il musicista con gli occhioni più grossi che avevano e glielo hanno spedito coi capelli tinti di biondo.
Dimenticavo: il successore di Worship del 2021 sarà registrato una volta che Peter Tägtgren avrà finito di pulirsi per bene la faccia.
Ma che stavo dicendo? Ah, sì. I pezzi veloci di Goliath sono quelli che mi comunicano meno fra tutti. È come se stessero lì per accontentare chi in un album thrash metal giustamente li pretende, e per diversificare. Ricordate che la varietà era stata una delle assolute peculiarità di Persona non Grata, e che gli Exodus, in questo momento, puntano moltissimo su di essa. Io preferisco gli album identitari. Se negli anni Novanta, per scelta artistica, per affiliazione ai Metallica o per generico paraculismo, un gruppo thrash metal sceglieva di puntare tutto sulla melodia, o sui mid-tempo, lo faceva. Punto. E usciva The Ritual. Usciva Force of Habit e le idee al suo interno erano particolarmente forti e fresche. Questa varietà su cui puntano oggi gli Exodus non abbraccia particolarmente la creatività, perché Gary Holt certe volte mi pare mescolare un po’ a casaccio per non voler rinunciare a niente che ai suoi fan sia piaciuto, dal mid-tempo alla Blacklist alla solita bordata thrash metal che tutti conosciamo. Hostis Humani Generis (no, non è dei Dimmu Borgir) non mi dice niente anche se qualche freccia al centro riesce in cuor suo a metterla, tipo alla prima vera accelerazione. Tutti i pezzi veloci di Goliath, fatta eccezione per il primo singolo, soffrono un po’ in efficacia.
Molto meglio la title-track, con la violinista fica a sciupare un po’ tutto, segno tangibile che Nuclear Blast un po’ di welfare aziendale per Gary Holt e le sue bizzarre richieste ce l’ha avuto. Il pezzo riprende bene quel mood anni Novanta che va da By Demons be Driven al cattivissimo The Great Southern Trendkill, passando per i passaggi più oscuri di Diabolus in Musica che i Nostri avevano già ampiamente approfondito su Persona non Grata. Mi piacciono gli Exodus odierni quando suonano così, e dovrebbero semplicemente tirare dritto su questa linea, se è quella che restituisce loro i risultati più assicurati.
Meglio, molto meglio il piglio rockettaro di Promise You This, che è stata pure scelta come singolo. Per cui abbiamo questo videoclip in cui ci tocca vedere in che razza di condizioni fisiche è Rob Dukes, che sessant’anni non li ha ancora compiuti ma è a tutti gli effetti quello messo peggio di tutti, una sorta di rotoballa della Val d’Orcia nell’abusato panorama fotografico del Podere Belvedere, poco fuori Pienza, che urla e sbraita attitudine hardcore senza mai sbagliare niente, come suo solito. Rob, tu quando ti hanno chiamato dovevi picchiarli tutti dal primo all’ultimo, per onore e coerenza, e rimetterti a assumere carboidrati.
L’altra canzone sensata di Goliath è quella più pertinente col titolo dell’album, Summon of the God Unknown, una bella cazzatona se si considera il fatto che, personalmente, non mi metterei mai a evocare un Dio che non conosco, e che potrebbe costringere l’umanità a guardare in loop i festeggiamenti degli scudetti dell’Inter, o cose del genere. Dura otto minuti, li regge bene tutti e a quattro di durata sprigiona un’attitudine blues che fa scapocciare quanto i Clutch.
Mi hanno particolarmente colpito nel senso strettamente panteriano del termine i titoli 2 Minutes Hate e Violence Works, tipici sbrocchi lirici alla Phil Anselmo da punk di destra che si ritrova a una manifestazione dei Cobas del latte, non capisce da che parte sono schierati e si mette a picchiare le mucche nella pancia mentre spargono latte sull’asfalto sulle strade di Chianciano. Beyond the Event Horizon non so se abbia qualcosa da spartire con Sam Neill che perde la testa nello spazio profondo.
Insomma, è un dischetto, però quelle due o tre cosette da dire le ha. Dovremmo pretendere molto più da loro. Peter, salvietta? Vedo che non ti va via. (Marco Belardi)






