Scavare nella vibrazione pura: ZU – Ferrum Sidereum

Spesso la critica musicale estrema di casa nostra soffre di un provincialismo benevolo, una sorta di patriottismo da cameretta che tende a proteggere i dischi locali. Anche i tentativi più modesti vengono salutati con quell’indulgenza che si riserva ai bambini quando ti tengono il portone socchiuso in condominio: un “bravo” di incoraggiamento che nasconde una pacca sulla testa. Questo accentuare i pregi per spirito di bandiera ha i suoi effetti collaterali: discografie a volte gonfiate rispetto alla reale caratura internazionale, alcuni dischi di culto che tali sono rimasti solo nei nostri orticelli e il sospetto che certe carriere si siano arenate proprio a causa di questi riscontri dopati che hanno fatto montare la testa a più di qualche artista. Ecco, tutto questo con gli Zu non c’entra un cazzo.

La formazione di Ostia è una certezza oramai quasi trentennale che non necessita di alcuna generosità campanilista: la sua fama è stata conquistata sul campo, sui palchi di ogni continente, ottenendo il sigillo di garanzia da colleghi che tutto sono fuorché ruffiani (da Mike Patton a Buzz Osborne, passando per Mats Gustafsson e Nobukazu Takemura). E non potrebbe essere altrimenti, considerando che, prima dell’avvento degli Zu, questa specifica amalgama sonora semplicemente non esisteva. Certo, le materie prime erano già sul tavolo – la furia jazzcore di John Zorn e dei Naked City, le nevrosi matematiche dei King Crimson di Red, le atmosfere malsane dei Ruins – ma nessuno le aveva mai forgiate con la medesima, brutale eleganza di Luca T. Mai e Massimo Pupillo. Poco importa chi occupi il vertice ritmico del loro triangolo (ieri la furia di Gabe Serbian, la tecnica di Tomas Järmyr o l’eclettismo di Jacopo Battaglia, oggi il rigore di Paolo Mongardi): il marchio di fabbrica resta indelebile, mutano solo le sfumature della punizione sonora.

In Ferrum Sidereum la band sembra aver accantonato la pura violenza cinetica e il volume d’urto per scavare nella vibrazione pura. La carne non è più solo sconquassata dai nervi, ma si fa veicolo di spirito e materia. Mai e Pupillo fanno collidere le loro onde telluriche come placche tettoniche, mentre tra loro si erge un Paolo Mongardi chirurgico, quasi ritualistico. Marc Urselli (già al servizio di Lou Reed) assolve con intelligenza al ruolo di domatore, gestendo il suono senza comprimerlo: la produzione esalta queste sonorità opulente, simili al risveglio di un golem da due tonnellate che inizia a marciare inarrestabile. Ad eccezione del frammento Perseidi, i brani vantano un minutaggio importante e si snodano come mini-suite: si passa dagli echi orientali di A.I. Have Mind alle scudisciate degne dei NoMeansNo della traccia omonima, toccando vertici di misticismo cerebrale che ricordano quei Tool capaci di non impiegare vent’anni per scrivere un disco, fino all’alienazione monolitica dei Sunn O))).

Negli anni Sessanta la critica iniziò a usare il termine “felliniano” non più per descrivere un regista, ma per evocare uno stato d’animo, un’atmosfera sospesa tra il grottesco e il sacro. Forse agli Zu spetta un destino analogo. Non siamo più di fronte a una semplice band, ma a un immaginario sonoro autonomo, un aggettivo vivente. Ogni loro disco non è che un nuovo paragrafo aggiunto alla definizione di questo clima: un luogo dell’anima dove la pesantezza si fa estasi e dove l’ascoltatore non entra semplicemente per ascoltare, ma per essere abitato. (Federico Francesco Falco)

Un commento

  • Avatar di nxero

    Assolutamente un’eccellenza italiana di altissimo livello. Non sono d’accordo sui batteristi: Jacopo Battaglia rimane IL batterista degli Zu a mio parere, senza nulla togliere al povero Serbian (che perdita la sua) a Mongardi e Järmyr, tutti molto bravi però con Battaglia l’alchimia era compiuta e completa… almeno a livello sonoro e lo dico avendoli visti dal vivo un numero consistente di volte.

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