Furino e il monastero: una fiaba symphonic black metal

Furino era un giovane ragazzo orfano di madre che viveva con suo padre in una desolata campagna circondata dai boschi. Fin da piccolo aveva sempre dimostrato una certa inclinazione alla ribellione, alla volgarità e alla violenza, e il vedovo padre, severo e rigoroso, non mancava di punirlo ogniqualvolta commetteva una delle sue bravate. Quando non portava a vendere le uova al mercato (per tirarle in testa ai passanti dal cavalcavia), Furino riceveva quattro schiaffi sul sedere; quando picchiava l’asino col bastone ne riceveva otto; e quando bestemmiava la defunta madre veniva lasciato solo per due giorni nel bosco, con i polsi legati con una corda al tronco di una quercia, così che non potesse scappar via.

Il giorno del suo sedicesimo compleanno, Furino aveva rivolto parole ingiuriose e irripetibili verso la defunta madre, e il padre, come al solito, lo aveva portato nel bosco per legarlo. “Passerai il tuo compleanno qui!” – tuonava il genitore mentre stringeva la corda al tronco dell’albero – “e non riceverai neanche un regalo!”. Ma stavolta Furino aveva un asso nella manica: aspettò che il padre si fosse allontanato, poi con un fischio chiamò uno scoiattolo (con cui aveva fatto amicizia in una precedente punizione) che rosicchiò la corda intorno ai polsi fino a romperla, così da liberarlo.

Dovendo aspettare comunque due giorni per il rientro a casa, Furino se ne andò a zonzo per i boschi; cammina e cammina scorse, in una specie di radura, un monastero abbandonato, con un’alta torre a punta che troneggiava suggestiva. Affascinato da quell’edificio lugubre e spettrale, Furino decise di avventurarsi al suo interno e, siccome era anche molto curioso, magari scoprire qualche mistero.

Dopo aver combattuto con il buio, la polvere, la cenere e le ragnatele per circa un’ora, Furino si ritrovò in cima alla torre, dove c’era una porta chiusa. Il ragazzo, curioso, sbirciò dal buco della serratura, e quale stupore nello scoprire una stanza, sontuosamente affrescata, dove giovani e bellissime donzelle, con le vergogne in bella vista, si carezzavano la schiena con coltelli lunghi e affilati, accennando qua e là dolci melodie con la voce. Furino rimase di stucco: quella visione era quanto di più bello e incredibile avesse mai visto.

Stette in libidinosa contemplazione per diversi minuti, poi la voglia di veder da vicino e toccare quelle giovani donne prese il sopravvento: cominciò a colpire la porta, sempre più forte, prima con i pugni e poi coi calci, finché non la buttò a terra. Le giovani donzelle alla vista di cotale ragazzino di campagna, trasandato, ricoperto di polvere, con la bava alla bocca dalla voglia e le mani grondanti sangue per i reiterati colpi alla porta, prima inorridirono e poi, con uno schioccar di dita, sparirono nel nulla. Furino era sconvolto: aveva visto il Paradiso, ma era bastato uno schioccar di dita a dissolverlo, come un sogno al mattino.

Il giovane gridò, bestemmiò, si colpì da solo, si imbrattò il viso di cenere e polvere. Poi scorse un pianoforte, abbandonato in un angolo della stanza. Non sapeva suonarlo, ma che importanza aveva in fondo? Con il viso imbrattato di cenere (che lo rendeva simile ad un demonio) si mise a batterne furiosamente i tasti, fuori di sé. Quando ebbe finito si gettò a terra, e col dito cominciò a scrivere nella polvere che ricopriva il pavimento degli strani versi, parole sconnesse e apparentemente senza senso: “Erotica mystica, judgment of flesh, kiss my coffin, bloody amplexus” e altre pazzie del genere.

Furino non tornò mai più a casa: rimase lì, nella torre, a gridare, scrivere, suonare il piano, finché morte non sopraggiunse. Il padre lo andò a cercare nel bosco allo scadere dei due giorni di punizione; non trovandolo legato all’albero fece spallucce e scese in paese a farsi una bevuta con gli amici come ai vecchi tempi. Ma il padre di Furino non seppe mai che suo figlio, senza volerlo, aveva fondato il genere del symphonic black metal. (Gabriele Traversa)

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