La finestra sul porcile: La Cosa (2011)

La cosa di John Carpenter è senza alcun dubbio il miglior remake di un film tratto da un libro uscito negli anni ottanta. A margine è anche il miglior film di Carpenter (più o meno alla pari con Il seme della follia) nonché uno di quei dieci film da salvare in caso di naufragio su un’isola deserta dotata di corrente elettrica e lettori dvd. Per questa, e per mille altre ragioni, la sola idea che a qualcuno potesse venire in mente di rimettere le mani su quel capolavoro ha suscitato in me le stesse reazioni della popolazione iraniana dopo l’uscita di Fitna.

Anche qui c’entrano gli olandesi, visto che la nuova Cosa è opera di tale Matthijs van Heijningen junior, uno che non solo ha a malapena due righe di pagina su Wikipedia e un impietoso curriculum su imdb, ma ha addirittura un padre col suo stesso nome. Senza addentrarci in giudizi di merito sullo stato dell’arte del cinema horror olandese (praticamente iniziato e finito con Amsterdamned, e ho detto tutto), la sola idea che un tizio, semisconosciuto anche in un paese dove i registi di genere si contano sulle dita di una mano dei Simpson, possa mettersi a dirigere un remake di quel film mi fa rabbrividire, davvero. Ma ormai la frittata è fatta, anche se in Italia non è ancora ben chiaro se uscirà al cinema, direttamente in dvd oppure non uscirà proprio, e siccome dalle uova si capisce molto della personalità di una persona, come ci insegna In The Market, sarà il caso di capire come tutto ciò sia stato possibile.

Intanto iniziamo col dire che non è un remake ma un prequel, in sostanza è la storia della spedizione norvegese in Antartide, quella dei due tizi che all’inizio del film di Carpenter inseguono il cane dall’elicottero. Siccome un film di norvegesi in camicioni a quadri, diretti da un olandese figlio di papà mal si sposava con le logiche del mercato, ecco che arrivano gli americani. Proprio loro, gli americani, qui rappresentati da Mary Elizabeth Winstead, giovane paleontologa neolaureata che viene immediatamente reclutata per partire e studiare la più grande scoperta della storia dell’umanità, mentre noi sciocchi ci interroghiamo sulla carriera lavorativa della figlia della Fornero.

spessori psicologici

Partendo da questi presupposti tutt’altro che rassicuranti, Van Heijningen, spalleggiato dallo sceneggiatore Eric Heisserer, compie uno di quegli atti terribilmente paraculi che lo declassano immediatamente al ruolo di inetto. Sì perché la sua idea di narrare gli eventi precedenti alla Cosa carpenteriana cozza con la pedissequa scopiazzatura di situazioni e azioni riprese in toto dall’opera originale. Insomma, nella visione dell’olandese tutto ciò che è avvenuto a Kurt Russell e compagni è avvenuto, in maniera identica sia nei modi che nella scansione temporale, anche ai norvegesi di cui sopra, con qualche lievissima correzione in corsa. Certo, c’è l’ambientazione antartica che ha sempre il suo fascino (a meno che non la usi come cornice per una storia di vampirifashionvictim), c’è la tensione all’interno del gruppo, il sospetto che cresce e la paura del contagio. Però Carpenter giocava per sottrazione, portava al parossismo la sua visione ultranichilista dell’uomo e delle dinamiche interpersonali, trasformando i suoi personaggi da animali sociali ad animali desocializzati il cui unico fine è, per farla breve, salvare il proprio culo. L’olandese, invece, fa un abuso scellerato della cgi e tratteggia un gruppo di assediati dallo spessore psicologico cartavelinico, riuscendo nella memorabile impresa di rendere vano il comodo assist che l’opera di Carpenter forniva. Senza contare il finale — o per meglio dire, il prefinale — più sciocco che la storia dei prequel/remake possa ricordare e che per pietà eviterò di anticipare. Un’operazione commercialmente poco produttiva (già sonoramente bocciata al box office) e senza il benché minimo briciolo di coraggio, il cui unico appeal consiste nello sfruttare un titolo di capitale importanza. Maluccio anche lo score di Beltrami, fin troppo ossequioso nel suo omaggio alla colonna sonora di Morricone di trent’anni fa. E ora, se tre indizi fanno una prova, qualcuno impedisca a Carpenter di autorizzare ulteriori remake dei suoi film. (Matteo Ferri)

8 commenti

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  • ma non ho capito, la base è quella norvegese ma arrivano gli americani? e quindi è come l’originale? cioè, se è un prequel, gli americani che arrivano dopo gli americani avrebbero dovuto sapere che c’erano già stati gli americani…

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  • Già la frase di lancio ‘In a place when there is nothing they found something’…. bah!

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  • per me non fa così schifo. è solo un po’ troppo rapido nello sviluppo delle situazioni. certo l’originale è un altra Cosa (battuta involontaria, giuro)

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  • Si ma la passerotta chi è? Quella tipa antipatica di Scott Pilgrim Vs the World cioè una mangiatopa n.1
    Cmq K. Russel barbuto col J&B in mano mi mancherà
    Spero in una figata perché sennó siam messi male.

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  • Per ora sono riuscito a vederlo solo a spezzoni largamente incompleti su youtube.
    In lingua originale, che è meglio, ma a spezzoni incompleti, nemmeno coordinati cronologicamente.
    E, devo dire, da grandissimo ammiratore del Cult carpenteriano, bisogna distinguere.
    Il fatto che un prequel non sia all’altezza dell’originale non implica che sia per forza un film di merda.
    C’è una certa gamma di possibilità comprese tra l’Oscar ed il Rasperry Award, tra il capolavoro e il bidone.
    Per cui dico: nemmeno a parlare di paragone con l’originale, ma, come film in sè non è affatto male, un buon film di fantascienza-horror senza pretese di capolavoro ma assolutamente più che decente.
    Specie paragonato al desolante panorama odierno, dove science-fiction e horror producono cazzate come Armageddon e Twighlight, senza contare il mare di animazioni da cerebrolesi.
    L’idea è interessante: già, cosa era successo nella famosa base norvegese? Se lo chiedeva anche il Dr. Copper insieme a Mac Ready “What the hell happened here?” di fronte al norvegese sucida a rasoiate e congelato, per il quale il film del 2011 trova una plausibile gisutificazione.
    Dinamiche e personaggi coindidono, si spiega abbastanza bene gran parte delle questioni lasciate “open” nel primo.
    Quanto all’accusa di replicare esattamente le vicende dell’originale… ok, ma cos’altro volevate che fosse successo?
    La Cosa inizia ad infettare le persone, che cercano di smascherarla e bruciarla, si fidano semrpe meno del prossimo, vengono uccise/assimilate una per una… francamente non vedo cos’altro potessero fare, specie per arrivare alla situazione iniziale del film di carpenter.
    Kate Lloyd alias Mary Elizabeth Winstead: d’accordo è poco plausibilmente coraggiosa per essere una neolaureata fresca di college USA in mezzo a un gruppo di vichinghi, ma la scelta di una leggiadra fanciulla in luogo del rude elicotterista Mac Ready è servito proprio per evitare un rischioso confronto diretto col mitico personaggio, non certo per ossequio al politically correct o per rimediare all’assenza di donne nel precedente.
    Soprattutto la Winstead si comprta bene: preferisce eccedere nella seriosità piuttosto che correre l’imperdonabile rischio di andare sopra le righe.
    Gli altri attori fanno più o meno il loro lavoro.
    Chi recita meno bene è la Cosa: la CIG non toglie nulla alla disgustosa metamorficità della cosa, rispettandone le trasformazioni da incubo; ma è la Cosa stessa ad essere un po’ troppo propensa all’azione e, soprattutto – vero punto debole del film – all’odiosa abitudine di saltar fuori di colpo come un qualunque burlone deficiente.
    La Cosa originale era un’altra cosa (:-D) infida, maligna, subdola agressiva in senso biologico, non come un mostro qualsiasi.
    Comunque, il film si guarda e come, non vedo l’ora di averne una versione intera!

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