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Skull Daze live @ Big Bang, Roma 05.06.2010

11 giugno 2010

IMPORTANTE: negli Skull Daze suona Luca Arioli, membro della redazione del MS cartaceo (e, a breve, anche del blog) nonché amico personale di molti di noi. Per quanto io rimanga intimamente convinto di ogni cosa scritta nel report, mi pare corretto specificarlo. Se a qualcuno di voi la cosa dà comunque fastidio, sappiate che sulla quasi totalità di siti e riviste fanno lo stesso ma non vi avvisano. Inoltre in questo modo vi perdereste il meglio gruppo street metal der bigonzo.

(immagine presa dal loro myspace)

Per l’Evento ci siamo organizzati in quattro: io, Ciccio Russo, un suo amico calabrese e un ulteriore amico calabrese di questo amico calabrese di Ciccio, che per comodità qui chiameremo Mimì (l’amico di Ciccio) e Cocò (l’amico dell’amico). In verità è una compagnia male assortita, perché Mimì e Cocò non ascoltano metal. Sono, purtroppo, dei personaggi molto tristi le cui budella non vengono percorse da fremiti all’ascolto dei Manowar ma, al limite, a causa del peperoncino piccante sott’olio di cui presumo siano ghiotti; si tratta comunque di persone poco adatte al contesto, che d’altra parte fa più pensare a Los Angeles che alle al sozzo angolo di Testaccio in cui si svolge. Che non faccia pensare a Testaccio effettivamente è una cazzata perché in altri tempi i membri degli Skull Daze avrebbero potuto benissimo recitare in una commedia scollacciata di quelle con i rutti e le scuregge, magari nella parte dei figli di Mario Brega (nei panni di ‘er Mortazza’) o come compagni di classe ripetenti di Pierino, o che so io.

L’atmosfera fuori dal Big Bang è elettrica. Nonostante il debutto sia uscito da tipo dieci giorni, una larga fetta della scena street metal romana si accalca come sempre fuori dal locale, dato che gli SD si sono fatti un nome nella scena underground a forza di anni di concerti in giro per l’Urbe. Decine di persone, soprattutto ragazze (il famoso, ehm, zoccolo duro della fanbase della band) ciondolano davanti al Big Bang con abbigliamento ultraglam, capelli con strisce colorate tipo evidenziatore, calze a rete stracciate, magliette leopardate, trucco e brillantini come se piovesse: l’elemento straniante è che esattamente affianco al locale testaccino  (il correttore di word mi suggerisce ‘te staccino’, credo sia una roba tipo ‘te possino’) c’è il Villaggio Globale, sordido centro sociale ricavato da una masseria e frequentato da nomadi che usano tentare di rubarti il portafoglio durante i concerti hardcore che loro stessi organizzano, da cui entrano e escono curiosi personaggi borderline in condizioni psicofisiche tremende con il cartone del Tavernello in mano e le chiazze di vomito incrostate su vestiti trovati in un cassonetto e probabilmente mai più lavati, che passando guardano gli efebici fan degli Skull Daze con le calze a rete sulle braccia come a dire ‘ma guarda questi come vanno in giro, ma non si vergognano?’. Mimì e Cocò, vestiti come se dovessero andare a fare un versamento alla Posta, sono rapiti dall’atmosfera, i luccichii, le paillettes, gli anfibi al ginocchio con le placche di metallo, i capelli con impalcature antigravitazionali, le ragazze che ruttano, e probabilmente tutto questo gli riporta alla mente la propria pubertà, quando loro giovani virgulti della provincia calabra ascoltavano Paradise City e sognavano ad occhi aperti di un favoloso mondo californiano dove le donne erano tutte vestite come nel video di Girls Girls Girls, si facevano portare dietro alla moto, te la davano come niente fosse, e poi si andava tutti a mangiare la pasta con la sardella insieme a Slash (vera grande Icona della mia generazione: Kurt Cobain –per dire- era visto come una persona normale, nel senso: esisteva. Come lui anche Eddie Vedder, Axl Rose, Phil Anselmo, o James Hetfield. Slash è sempre stato percepito come un essere altro rispetto a questo mondo, impensabile da immaginare senza cappello in testa a mangiare e cacare. Slash si esprimeva solo con gli assoli. Non parlava. Non aveva genitori. Non aveva neanche un nome come tutti gli esseri umani. Slash non esisteva al di fuori dei Ganzi e Rozzi. Slash era SLASH, cazzo!). Gli Skull Daze hanno sicuramente riportato alla mente queste reminiscenze di fantasie hollywoodiane ai nostri eroi Mimì e Cocò, pur se all’amatriciana, per così dire.

Ad esempio: Luca Arioli. Ve lo ricordate, sì? Recensiva i Dragonforce e i Norther, aveva gusti musicali frocissimi (ovviamente condivisi dal sottoscritto), parlava della ormai mitologica ‘perversione del cucchiaino’, e aveva una mise jeans/maglietta nera da metallaro standard al concerto dei Pain of Salvation. Ecco, lui ora è così:

e chapeau, aggiungerei.  Questo ambiguo individuo qua sopra e i suoi quattro sodali suonano street metal di quello brutto sporco e lascivo, qualcosa a metà tra i Motley Crue e la roba di Wednesday 13 (Murderdolls, Frankenstein Drag Queens from Planet 13 etc). Una bella evoluzione, no?

Attaccano il concerto con Back to Hell, un cavallo di battaglia. Johnny Rainbow, il cantante, si lancia in qualcuno dei suoi urletti omosessuali e poi, tra una canzone e l’altra, in rutti e insulti random in romanesco a qualche suo amico nel pubblico. Luca, scusate, Acey Starlight passa metà del concerto a suonare in mezzo al pit, come a dire ‘aho io c’ho a chitara wireless’, gloriandosi dei pregi della sua fiammante Les Paul: Freud avrebbe molto di cui ragionare sul rapporto di Acey Starlight e la sua grossa e luccicante chitarra, e difatti Acey per la maggior parte del tempo la fa fischiare, producendosi in squilli assurdi che manco Dimebag Darrell, però totalmente senza senso e fuori contesto, probabilmente per impressionare la sua ragazza. In realtà (questo retroscena è una esclusiva di Metal Shock!) dovete sapere che, prima di diventare l’idolatrata rockstar Acey Starlight, il nostro eroe passò un intero anno del suo apprendistato chitarristico a imparare a fare i fischi, e io avrei pagato per sapere cosa passava nella testa dei suoi familiari mentre, per un intero anno, invece delle solite scale ripetute, sentivano provenire dalla stanzetta di Luca questi cazzo di fischioni allucinanti (che io mi immagino sparati da un muro di amplificatori tipo l’intro di Black or White di Michael Jackson). Plurime volte io e lui abbiamo passato intere serate a elogiare gruppi come i Primal Fear, usi a fare fischi ogni cinque secondi. Ha sempre avuto l’estetica del fischio; e ora che ha imparato a suonare e ha un gruppo e ha pure le zoccole dure che lo vengono sempre a vedere, non volete che faccia fischiare quella cazzo di chitarra? Tra l’altro c’è anche un altro chitarrista (che si fa chiamare –suppongo non dai parenti stretti- Danny Slade) e che contribuisce all’impatto della band con il suo retroterra più sabbathiano, diciamo. Ma soprattutto permette ad Acey di fare i fischioni.

Insomma, fanno più o meno tutto il disco, la gente canta a memoria quei 4-5 pezzi che sono in giro da anni, Johnny Rainbow quando interagisce col pubblico più che Steven Tyler sembra un incrocio tra Fiorello e Martellone di Boris, il bassista Joey London è come sempre concentratissimo manco stesse suonando Pull Me Under, e poi c’è un nuovo batterista che ha tutti gli stereotipi del batterista: è alto, è magro, è più rozzo degli altri (manco s’era truccato, sto burino!), è a torso nudo e ti dà pure l’impressione di ascoltare thrash metal.

Molti di voi penseranno che io sia un lurido schifoso a fare la recensione del concerto di un amico mio, però ci sono molti miei amici che hanno gruppi musicali; lo stesso Luca ha altri gruppi. Ma mica li recensisco o, se lo faccio, non ne parlo così bene. Il fatto è che a me gli Skull Daze divertono. Oltre ad avere buone (alcune ottime) canzoni, quando vado ad un loro concerto so che mi divertirò: e a me lo street metal non piace più di tanto, oltre a non essere mai stato attratto dall’immaginario hollywoodiano di spandex e puttane. A me manco piacevano, i Ganzi e Rozzi. Io ascoltavo il grunge in quel periodo, il mio immaginario erano foreste piovose dal cielo plumbeo nei dintorni di Seattle, camicioni di flanella, sguardo basso e gente che si sparava in bocca perché, anche all’epoca, la vita faceva schifo. Tra l’altro se all’epoca mi avessero messo davanti una foto degli Skull Daze e mi avessero detto ‘tra quindici anni perderai due ore del tuo tempo a recensire positivamente sti cinque sgallettati’ io avrei probabilmente colto l’occasione per emulare le gesta dei miei eroi di Seattle e mi sarei sparato in bocca col fucile a pallettoni di mio zio. (barg)

PS: Mimì e Cocò, in tutto questo, hanno apprezzato molto: Mimì ha anche manifestato l’intenzione di comprare il cd. Considerato che è un uomo sposato, con una solida carriera davanti e che la fantasia più trasgressiva e rock’n’roll che ha fatto negli ultimi anni sarà stata la Reggina che vinceva la Champions League e lui che si ubriacava durante i festeggiamenti, è una bella cosa. Gli Skull Daze possono quantomeno vantarsi di aver avvicinato una persona normale al metallo. Una persona più vicina al metallo è una persona più vicina a Satana. E se gli Skull Daze portano anime a Satana, supportarli diventa a questo punto un dovere civico irrinunciabile.

9 commenti leave one →
  1. 11 giugno 2010 18:53

    (con le lacrime agli occhi) … VI AMO !!!!!

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  2. CertainDeath permalink
    12 giugno 2010 11:09

    Mi sono pisciato sotto nel leggere ‘sta recensione.
    XD Bargone è sempre il solito..
    Per foruna.

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  3. Arkady permalink
    14 giugno 2010 08:50

    solo per l’ultima frase meriteresti il premio pulitzer

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  4. consalvo permalink
    6 agosto 2010 17:21

    era da tanto tempo che non leggevo la solita sparata di bargone contro i pankabestia ( scusate volevo dire nomadi) che scroccano e rubano..hahah vorrei tanto sapere perchè li odia cosi tanto

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