Blackness, So Cold: vi siete dimenticati dei Forbidden, come tutti. Ma ci pensiamo noi

Vi piace il thrash metal? Siete esperti di storia della Bay Area? Conoscete tutti i batteristi del genere, a parte Marco Belardi? Bene, signori e signore, allora vi riassumo la situazione degli ultimi mesi: voi avete fatto finta di parlare di thrash metal, nei vostri aperitivi dopolavoro o dopostudio vi siete atteggiati a paladini dell’una o dell’altra fazione, agendo come se davvero avesse qualche importanza e ve ne siete dette di tutti i colori. Riflettendo brevemente durante i vostri brunch a base di kombucha & poké vi siete forse accorti che nessuno ha torto, nessuno ha ragione e lo sapevate fin dall’inizio: avete perso tantissimo tempo prezioso in chiacchiere, quando potevate invece ascoltare qualcosa di buono, per lo meno che vi piacesse. Ma d’altra parte questo è un mondo dove la diffusione spontanea e non richiesta delle proprie opinioni viene ritenuta più urgente rispetto all’acquisizione di conoscenze. Parlare a vanvera piace molto di più che ascoltare. Comunque, cari i miei musicologi da terrazzo, non tutto è perduto, perché oggi riportiamo l’attenzione sul thrash metal vero, serio, a cui va dedicato il debito tempo, perché la musica va ascoltata. E immaginatevi, a questo punto, anche una colorita bestemmia con accento emiliano.

Forbidden, circa 1990

In tutto questo andirivieni di dischi e di opinioni, vi siete dimenticati dei Forbidden, maledetti! Parlo anche ai miei colleghi caproni, che non ne hanno mai scritto prima d’ora. Una delle migliori formazioni thrash di tutti i tempi, che è riuscita a rimanere credibile perfino nell’ignobile guado di metà anni Novanta, finché ha potuto. Ma vediamo la storia fin dall’inizio, perché se c’è un gruppo che merita di essere portato in trionfo, anziché lasciato nel dimenticatoio dove lo avete abbandonato, sono proprio i Forbidden: tecnici, melodici, feroci, figli legittimi della San Francisco Bay Area, ma con una personalità che non si è mai limitata a stare dentro confini autoimposti. Nacquero nel 1985 come Forbidden Evil, ma accorciarono il nome nel 1988 con il loro primo LP ufficiale. Entrarono nella scena facendosi notare con un thrash che mostrava uno stile dinamico e aggressivo, in linea con quanto accadeva all’epoca, con un gusto per la scrittura molto più ambizioso della media. Il cuore storico del gruppo è rappresentato dal tridente Craig Locicero, chitarra, Russ Anderson, voce, e Matt Camacho, basso. Gli altri componenti che hanno di volta in volta completato l’insieme sono sempre stati di passaggio, più o meno lungo, compreso un primissimo periodo con Robb Flynn dei Machine Head, che rimase nel gruppo fino al 1987, prima che iniziassero a pubblicare dischi, quando alla batteria comparve Paul Bostaph, il quale imparò a suonare bene proprio grazie ai Forbidden, prima di passare agli Slayer e ad altri celebri pesi massimi.

Il mondo si accorse dunque dei Forbidden nel 1988 con Forbidden Evil, pubblicato dalla Combat Records: immediato, aggressivo, ancora molto classico nel tiro, però già tecnico, pieno di cambi e ricco di una scrittura originale, che fa riflettere, oltre che restare in testa. Inoltre, spiccava la voce di Russ Anderson: alta, potente e adatta a sovrastare le armonie meno convenzionali. È un disco che vale parecchio, perché mostra un lato diverso della Bay Area di fine anni Ottanta e resta anche un documento proprio di quella scena storica, ricco di curiosità sorprendenti: è l’unico album con Glen Alvelais, chitarrista che in seguito passerà anche dai Testament. In regia c’è una produzione asciutta e naturale, a cura di John Cuniberti e Doug Caldwell, con incisioni tra Alpha & Omega / Studio 245 (San Francisco) e Prairie Sun (Cotati). Per i riccardoni, ricordiamo che John Cuniberti è lo stesso ingegnere che lavorò anche con Joe Satriani, Paul Gilbert e gli Xentrix. A chiudere il cerchio, c’è il mastering di Chris Bellman (Bernie Grundman Mastering): uno di quei dettagli invisibili, che però spiegano il motivo per cui, a distanza di decenni, il disco spara ancora come si deve. Per chi vuole sentire due brani esemplari: Chalice of Blood e Through Eyes of Glass.

L’album che identifica lo stile dei Forbidden classici, da ascoltare e riascoltare sempre, per sempre, è Twisted Into Form (1990). Io sono particolarmente legato a questo disco perché è quello con cui li ho scoperti, in un piccolo negozio della mia città, ed è anche grazie a questo che imparai come il thrash metal potesse essere estremo, ma allo stesso tempo tecnico e raffinato. I Forbidden qui si evolsero in modo ancora più serio e musicale: le composizioni diventarono più stratificate, le melodie più efficaci e c’è anche qualcosa di prog in più, sempre nell’ambito del thrash metal, quindi senza mai perdere in tiro, né in cattiveria. È anche un disco dimensionale, nel senso che dimostrò in che cosa avrebbe potuto evolversi il trash metal alla fine degli Ottanta, se non si fosse impiccato da solo pochissimi anni dopo. In un’altra dimensione, i gruppi thrash metal avrebbero potuto ispirarsi ai Forbidden, ma la direzione della realtà che ci meritammo fu un’altra. Curiosità: su Twisted Into Form alla seconda chitarra arrivò quel Tim Calvert che alcuni anni dopo sarà sul deprecabile Dreaming Neon Black dei Nevermore, registrando una perdita di dignità veramente clamorosa. Tornando a noi, Twisted Into Form è un disco di grandissima qualità, davvero, perché la tecnica, sia strumentale che compositiva, è sempre al servizio della canzone, ma senza per questo rinunciare alla complessità e al virtuosismo. Le canzoni che meritano sono tante, praticamente tutte, basta partire con la prima Infinite oppure Out of Body per l’equilibrio tra spinta e controllo, ma in realtà se piace il genere lo si ascolta d’un fiato, senza mai annoiarsi. Ascoltate, ascoltate, ascoltate…

Se c’è un disco in cui i Forbidden hanno dimostrato di essere dei veri maestri del loro genere nel pieno degli anni Novanta, ovvero quando il thrash era considerato un genere superato e da dimenticare, è stato Distortion (1994). A parte la copertina bruttissima, per lo meno quella che è circolata in Europa per la maggiore, perché ce n’erano altre due versioni disponibili, questo è davvero un disco epocale. Non è classicamente bello come Twisted Into Form, non ne ha la forza, né la tecnica sopraffina, ma riflette alla perfezione l’epoca in cui apparve. Passati quattro anni dal loro apice, nel frattempo il mondo era cambiato, per cui i Forbidden decisero di allargarsi maggiormente al groove, a suoni più pesanti e scuri, più rock e con meno intrighi da velocisti. Questa può sembrare una scelta banale, simile a quello che tutti stavano facendo a metà anni Novanta, ma i Forbidden riuscirono a esprimersi a modo loro, senza arrendersi alle mode, per lo meno non troppo e, in ogni caso, con l’onore delle armi. Resta un disco molto figlio del proprio tempo e come tale c’è chi lo difende e chi lo archivia, ma rimane uno dei migliori esempi di thrash alternativo all’ormai storico Bay Area sound, così come al dilagante stile-Pantera. Fra le curiosità troviamo la cover di 21st Century Schizoid Man dei King Crimson, che risuonò come una richiesta di aiuto ai maestri di un passato lontanissimo. Distortion fu il disco dopo il quale i Forbidden non riuscirono mai più ad essere gli stessi di prima, proprio come avvenne con Chaos A.D. per i Sepultura, o con il famigerato disco nero per i Metallica: un lavoro che superava il loro passato, li portava all’attualità in una forma diversa, ma fu evidente che, riusciti in quella faticosissima impresa, le loro idee si dispersero. Ci sono molti brani che funzionano bene ancora oggi: io suggerirei la title track Distortion, Rape, poi Mind’s I, che è una delle mie preferite di sempre. Il problema grosso, oggi, è trovare Distortion: non esiste sulle piattaforme digitali, per cui bisogna affidarsi a YouTube, oppure acquistarlo sul mercato dell’usato, a prezzi non troppo contenuti, perché è comunque un album dei Forbidden ed è raro.

Nel marzo ’97 uscì Green su GUN Records e questa volta i Forbidden sterzarono bruscamente quanto rovinosamente verso uno stile ancora più alternativo e sempre più perso nel groove, che all’epoca spiazzò parecchi e ne deluse altrettanti. Coprodotto dalla band e da Patrick Coughlin, Green è un disco a proprio modo potente, cadenzato, dai ritmi prevalentemente lenti: di thrash metal si perse ogni speranza. È anche l’ultimo album in studio con Tim Calvert e Steve Jacobs. Si trattò di quello che potrebbe forse definirsi post-metal, ma più propriamente era il metal che molti gruppi stavano cercando di proporre per seguire l’ondata antiestremista e più rumorista degli anni Novanta. Green fu il secondo esperimento fuori dal thrash da parte del gruppo, ma, nonostante si sentissero ancora bene le notevoli capacità musicali dei Forbidden, così come un’ispirazione abbastanza sincera, restò inconcludente, forse perché troppo esposto alla moda del tempo, per cui rimase isolato e poco considerato da critici e pubblico. Non che fosse un brutto disco, ma non fu all’altezza del già alternativo e comunque ben realizzato Distortion, non riuscì nell’intento di ammodernare lo stile del gruppo, che scommise sull’abbandono del thrash, facendo un errore simile a quello che fecero altri. In tutto questo, non mancò uno scherzo alla Forbidden: alla fine del CD ci sono tre tracce vuote che durano 6 minuti esatti ciascuna, quindi pensate come un “6-6-6”, prima di un breve brano nascosto. Questa cosa la si trova solo su CD, mentre non appare sulle versioni per streaming. Comunque sia, con Green per il gruppo le cose erano cambiate per sempre e dopo questo episodio i Forbidden sparirono a lungo dalla scena.

Altri tredici anni di silenzio discografico e i Forbidden rientrarono in partita, seguendo il generale entusiasmo per le reunion, con Omega Wave, pubblicato dalla Nuclear Blast nell’ottobre 2010, sotto la guida di Craig Locicero. È anche il primo con Steve Smyth alla seconda chitarra e Mark Hernandez alla batteria, due personaggi che spostano l’asse su un suono più moderno e massiccio. Ci sono canzoni da attacco frontale, come la significativa Forsaken at the Gates, Adapt Or Die e la stessa Omega Wave, altre mostrano un groove più controllato, come Overthrow, oppure atmosfere importanti, come Swine, dove riviviamo certi momenti di Distortion; la maggioranza dei brani mantengono in equilibrio entrambe queste anime, come Dragging my Casket, Hopenosis, Behind the Mask. In generale è chiara l’urgenza di riportare al centro i riff, gli incastri, la dinamica, pur portandosi dietro una parte di peso degli anni Novanta, che sono ora declassati a errore di percorso. Una parola su Russ Anderson, che mostra una varietà davvero notevole di registri, dal tenorile allo screaming. La resa sonora dell’album è molto efficace e ascoltabile, grazie ad una produzione davvero ottima e molto centrata sul genere. Non tutti perdonano la prolissità di Omega Wave, questa sì eredità dei Novanta, perché molti pezzi durano oltre i sei minuti, ma l’impressione generale è quella di un gruppo che ha ritrovato la propria forma, aggiornata e irrobustita. Dopo questa gran bella prova di ritorno, i Forbidden sparirono nuovamente per un decennio abbondante.

Il gruppo è ritornato attivo di recente, prima facendosi notare sui soliti social, per poi dare un primo segnale concreto con il singolo Divided By Zero, di giugno 2025, seguito da Mutually Assured Dysfunction, uscito lo scorso ottobre. Entrambe le canzoni sembrano ripartire esattamente dall’album precedente e non poteva essere altrimenti, per quanto appaiano di un livello leggermente inferiore rispetto all’entusiasmante Omega Wave, inoltre la produzione è maggiormente invasiva e meno spontanea. Le ultimissime notizie sono che i Forbidden abbiamo firmato con BLKIIBLK (gruppo Frontiers Label) e stanno registrando un nuovo album presso gli Sharkbite Studios con Zack Ohren, la cui uscita dovrebbe essere dopo la metà del 2026; ci dovrebbe anche essere una cover, al momento tenuta segreta. Purtroppo alla voce non c’è più il mitico Russ Anderson, che si è ritirato dall’attività musicale per scelta personale e anche a seguito di un percorso di riabilitazione dall’alcolismo. Al suo posto c’è Norman Skinner.

Siamo arrivati alla fine di questa retrospettiva sui Forbidden: una formazione che ha saputo alzare il livello del thrash storico grazie alla propria identità, fatta di tecnica e capacità di scrittura. Per vari motivi, non sono mai stati dominatori del loro tempo, ma hanno lasciato più sostanza musicale di tanti altri e, se oggi un album come Distortion resta un fantasma sulle piattaforme, è solo l’ennesima prova di quanto sia facile perdere opere importanti per la strada. Sta ovviamente a noi ricordarle, recuperarle e riascoltarle, perché i Forbidden hanno attraversato difficoltà e rinascite, senza mai perdere nulla della loro grande personalità. Oggi sono di nuovo in movimento, c’è un nuovo album all’orizzonte, per cui la cosa migliore da fare è riascoltare tutto da capo, perché scopriremo che suona ancora necessario, e attendere il futuro.

Slaves to the fear we’ve created our impending doom
Avoiding the warning we’ve turned a blind eye to the truth

(Stefano Mazza)

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