Power metal che non si vergogna di esserlo: METAL DE FACTO – Land of the Rising Sun part 2

Sono cresciuto in un’epoca in cui il power metal andava fortissimo. Qualsiasi gruppo avesse un cantante con la voce acutissima e un doppio pedale a elicottero poteva sperare in un contratto con una qualche etichetta, anche prestigiosa, e contemporaneamente spuntavano gruppi simili come funghi in autunno. A dirlo adesso sembra una cosa fuori dal mondo, perché ormai il genere è saldamente ancorato nell’underground e i pochi gruppi “grossi” si sono rifugiati nei tour nostalgici per celebrare dischi di ormai venticinque-trent’anni fa, spesso senza neanche provare più a guardare avanti. Ci sono delle eccezioni che proverbialmente confermano la regola, su tutte gli Helloween, too big to fail, ma la realtà è più o meno questa. E in media il sentimento è che quella fosse un’epoca buia, tanto che quelle stesse band che all’epoca riuscivano a riempire locali anche abbastanza grossi adesso vengono percepite come improbabili.

Allo stesso tempo, mi direte voi, il genere si è evoluto. Purtroppo però si è evoluto male, e onestamente rimango sempre stranito quando sento che vengono rubricati come power metal gruppi che al mio orecchio suonano più come un divertissement tra il ballabile e il sinfonico, a volte folkettone e spesso in cosplay, di cui non vale neanche la pena fare nomi perché ci pensa già Traversa nel suo Sanremetal. Alla fine l’unico vero tentativo di portare avanti il genere cercando di rimanere ancorati agli stilemi originari è stato quello dei Dragonforce, che però, come detto, concettualmente erano più un cazzeggio fine a sé stesso che una fresca novità proiettata in avanti. Nel frattempo c’è stato anche qualche gruppo che avevo sperato facesse da portabandiera per la nuova generazione del power, su tutti Powerwolf e Orden Ogan, autori di dischi bellissimi ormai troppi anni fa, ma alla fine è andato tutto in vacca.

Sono questi i motivi per cui i Metal De Facto mi hanno esaltato così tanto al loro debutto, Imperium Romanum (2019). Il disco fu anticipato da un singolo clamoroso, The Conqueror, autentico power metal alla vecchia maniera come non si usava più fare da secoli, con tutti i dettagli al posto giusto. Aiutava anche il fatto che i membri, già nomi noti della scena finlandese, fossero tutti residuati della mia generazione, e infatti la media d’età attualmente è sui 45 anni o anche più. Dopo quell’esordio però i Nostri scomparvero dalle scene per un lustro, per poi ritornare nel 2024 con un nuovo cantante (spagnolo) e un disco chiamato Land of the Rising Sun part 1, concept sulla storia giapponese che però mi lasciò un po’ freddino, tanto che non sentii neanche l’urgenza di scriverne. Il genere era sempre quello, ma mancava il fomento. Ora però arriva la seconda parte che rimette tutto sui giusti binari.

Non vi fate ingannare dalla lunga e cadenzata apertura Sengakuji Temple, che è come un’introduzione da otto minuti per mettere nel giusto stato d’animo, e comunque riprende parecchi stilemi del power finlandese: del resto, dagli Stratovarius ai Thunderstone l’apertura lunga e/o cadenzata è parte della tradizione finnica. La botta vera inizia con la seconda Across the Milky Way, che vi ritroverete a cantare pugno al cielo già dal primo ritornello e non vi si schioderà dalla testa per chissà quanto tempo. Subito dopo arriva Gojira, una specie di macchina del tempo che vi riporterà indietro di un quarto di secolo, quando il power metal non si vergognava di essere ciò che era.

Il disco non è tutto su questi livelli, e le ballate sono quantomeno trascurabili, ma c’è almeno un altro picco con Pen is Mightier than Sword, e di questi tempi va benissimo così. L’ottantiana Wheel of the Rising Sun è la degna conclusione di un album che è una boccata d’aria freschissima per chi ha amato il caro vecchio power metal di fine anni Novanta; non c’è molta concorrenza in giro, purtroppo, ma per il momento Land of the Rising Sun part 2 si candida prepotentemente come miglior disco power dell’anno. (barg)

4 commenti

  • Avatar di weareblind

    Miglior disco power dell’anno?! Proverò, verso questi ho una ritrosia naturale.

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  • Avatar di Ace72

    uno dei monicker più insulsamente brutti della storia della musica tutta.

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  • Avatar di Bacc0

    che ricchionanza però

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  • Avatar di marcoarm2002

    Incredibile come mi piaccia ancora il power metal teutonico della prima fase, fatto frullando NWOBHM e speed/thrash: Running Wild, primi Helloween e Blind Guardian…. ma anche cose come i primi due album degli Heavens Gate (li ho adorati), e come invece mi sia spento subitissimo appena le orchestre e la componente derivata dai neoclassici (che peraltro in sé non odio) hanno iniziato a farla da padrone. In quella fase lì, più che altro, si è insinuato prestissimo il metal ironico. Non l’ironia come spezia sul piatto, quella era qui e lì presente fin dall’origine, intendo proprio il metal orientato all’ironia e al parossismo. Quando arriva quell’ironia, sei davanti al funerale del metal. Un funerale spesso intelligente e molto ben fatto, ma comunque un funerale.

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