La nuova dei DIMMU BORGIR e i comunisti col rolex

La persona che sta scrivendo considera Stormblast (il solo e l’unico del 1996) il suo disco preferito in assoluto. E’ vero che sono opinioni che cambiano nel tempo, ma è il mio disco preferito da una ventina d’anni a questa parte, quindi comincio a crederci sul serio. Per un certo periodo, perso nelle nebbie del tempo, mi ricordo che dicevo Piece of Mind, ma no, oggi non è neanche il mio preferito dei Maiden, quindi figuriamoci.

I Dimmu Borgir dei primi due album erano dei fuoriclasse assoluti, e chi dice il contrario si mangia la merda insieme a Gianni Morandi. Non erano gli unici in quegli anni ad interpretare il black metal in quel modo, così suggestivo e crepuscolare, ma erano gli unici, a mio giudizio, a calibrare malignità trve grimness tipica del genere e atmosfera vespertina alla perfezione, rendendo ogni brano una gemma a sé stante, ognuna diversa dall’ altra. Anche Enthrone è un discone grosso grosso, intendiamoci, per carità, però quella perfetta alchimia, quel pathos, non c’era già più.

Poi, vabbè, nella vita si cambia. Del resto: “Chi non cambia mai idea non cambia mai niente” – scriveva qualcuno, e quindi sono arrivati i dischi megalomani: Spiritual Black Dimensions, Puritanical Euphoric Misanthropia e Death Cult Armageddon (già solo i titoli… una mitomania che la metà basta). Mi piacciono? No, ma qualcosa di buono da salvare c’è.

Poi, nel 2005, ci fu lo stupro di Stormblast MMV. Ricordo ancora che riempii le pagine del diario di scuola (da qualche parte forse ce l’ho ancora, devo recuperarlo) di insulti a Shagrath e famiglia, e mi allontanai da loro. Anzi, iniziai a guardarli anche con una certa diffidenza. In Sorte Diaboli lo comprai all’uscita, ma perché aveva l’edizione strafiga con lo specchio dentro per leggere i testi al contrario, o qualcosa di simile. Mi lasciai ingolosire, mettiamola così, ma l’avrò ascoltato due volte in totale per poi svenderlo al prezzo di due rosette al mercato. Poi, boh, che hanno fatto? Ah sì, come si chiama quello, Alakazam?

Vabbè, parliamoci chiaro, non pretendo che i Dimmu Borgir, oggi, ritornino i giovani virgulti freschi di sala prove di trent’anni fa e mi diano alle stampe la Over Bleknede Blåner til Dommedag del 2026, quindi mi sono approcciato a questo nuovo singolo, uscito dopo quasi un decennio di silenzio (l’ultimo, Eonian, è del 2018), senza aspettative, col cuor leggero di chi non pretende e non si aspetta nulla.

Il brano si chiama Ulvgjeld & Blodsodel, anticipazione di Grand Serpent Rising (me cojoni), in uscita il 22 maggio. Uhm, un titolo che puzza di passato. Ascoltiamo, va’!

Ok, l’ho ascoltato. Lo sai che c’è? Non siete manco invecchiati così male. Il brano è il classico senza infamia e senza lode. Cioè, dopo Stormblast MMV e quell’altro con la formuletta magica si può dire che la vostra carriera sia quasi in risalita. Però, boh, a che cacchio servite oggi? Sì, i monaci incappucciati, i tizi brutti, l’atmosfera gotica, le tastierine, ma sembrate comunque dei vecchi sindacalisti in pensione, che ancora si chiamano kompagno a vicenda per sentirsi giovani e ribelli, mentre aspettano il pacco Amazon col filtro nuovo per il loro aspirapolvere senza fili da 900 euro. Che non usate manco voi, la usa l’ecuadoriana che vive nel vostro sgabuzzino e che pagate a tranci di pizza e pacche sulla spalla.

Cioè, anche basta, no? (Gabriele Traversa)

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