La mensa di Odino #27
Dato che anche l’orbato signore degli dèi norreni diversifica i suoi ascolti, oggi parliamo di quattro realtà black metal molto diverse le une dalle altre. Partiamo con i VISERION, gruppo newyorchese già autore di un full (Natural Selection del 2021, che ammetto di non aver mai sentito) e che ora, a distanza di ben cinque anni, se ne esce con un Ep chiamato Fire and Blood su Terminus Hate City Records. Dal moniker e dal titolo molti di voi avranno capito le tematiche del disco, ovvero l’universo di A Song of Ice and Fire di George R.R. Martin, soprattutto per quanto riguarda le vicende della dinastia Targaryen.
Cinque pezzi per un totale di neanche 25 minuti che qui e lì riescono a mostrare alcuni buoni, talvolta ottimi, spunti. Stilisticamente parliamo di un classico black metal veloce e con pochi compromessi, di stile europeo in generale e svedese in particolare, caratterizzato da spiccato senso della melodia e talvolta anche dell’epicità. Spettacolare Mad King, sconnessa e fratturata come la mente di Aerys II, che in certi passaggi dissonanti mi ha ricordato nientemeno che i nostri Spite Extreme Wing; gli altri pezzi non raggiungono questi livelli, ma dettagli come l’accelerazione all’inizio di Blackfyre o la melodia di chitarra conclusiva di Harrenhal lasciano intendere discrete capacità compositive, al netto di qualche ingenuità.
I MØL vengono dalla Danimarca, stanno su Nuclear Blast e fanno una specie di blackgaze che spesso ricorda i Deafheaven, il che non è poi un gran biglietto da visita. Esistono da ormai una dozzina d’anni e nel frattempo sono usciti a loro nome tre dischi e altrettanti EP; questo Dreamcrush è quindi il loro terzo full e mi sento in dovere di specificare che prima d’ora non li avevo mai sentiti nominare, quindi non ho idea di quale sia stato il percorso stilistico che li ha portati fino a qui.
Comunque in Dreamcrush ci sono svariati elementi che tendenzialmente rimangono scollegati, con frequenti sbandate sia verso il post-rock più propriamente detto sia verso cose più fracassone, con le chitarre stoppate, i riffoni addirittura quasi thrash e la voce di Kim Song Sternkopf (anche nei The Arcane Order) che urla forsennatamente. Magari a qualcuno può piacere; io dopo qualche ascolto ho proprio rinunciato a capirlo, ammesso che ci sia qualcosa da capire.
Infine ci sono gli UNMOTHER, che vengono da Londra e si definiscono urban black metal, associandosi quindi a quel tipo di black che, privato di suggestioni folkloriche, tende piuttosto a calarsi in un ambiente metropolitano. Del resto ci sta: vengono da Londra, città che si può benissimo identificare con quella Modern Dystopia citata in un titolo di questo album, il loro secondo, a nome State Dependent Memory.
Atmosfere sofferenti, claustrofobiche, in un certo senso tossiche, con uno stile che non disdegna dissonanze e sporadiche puntate nel post-qualcosa. Ritmiche abbastanza varie, con partiture in blast beat che decelerano improvvisamente, sorrette da un tappeto di basso in bella evidenza. Delle sei tracce presenti, una è una cover dei greci Odos 55 e l’ultima, Magda (purtroppo non un omaggio al film di Verdone), è una lenta strumentale d’atmosfera. Non è esattamente il genere di black metal che prediligo, ma in ogni caso l’album non mi è dispiaciuto. Odino di solito predilige cose meno legate al cemento, ma magari a questo giro può chiudere un occhio. Tanto uno in più o uno in meno non fa differenza.
Concludiamo infine con gli scozzesi CNOC AN TURSA, che nelle intenzioni vorrebbero celebrare la natura e la storia delle proprie origini. Sono usciti ora con il terzo album, A Cry for the Slain, per l’etichetta Apocalyptic Witchcraft, e qui dentro di natura e storia scozzese sinceramente non ne sento neanche un po’. Ci sento però parecchio i Saor, probabilmente il gruppo più famoso uscito da quelle parti negli ultimi anni, grazie ad un black metal atmosferico, melodico, evocativo e in definitiva accessibile a svariate categorie di ascoltatori.
A parte queste considerazioni, il disco è decisamente pregevole, vario e pieno di sfumature che si fanno apprezzare con l’aumentare degli ascolti. La banda di Falkirk non lesina nel ricercare soluzioni per arrivare al proprio scopo, tra blast beat, voci femminili, arpeggi folkloristici e armonizzazioni di chitarra, favoriti da una produzione azzeccatissima al contesto; un passaggio di Alba in my Heart mi ha addirittura ricordato una melodia degli Shores of Null, anche se non ricordo quale. In definitiva A Cry for the Slain è il migliore dei quattro dischi qui recensiti ed è pure di sicuro migliore delle più recenti prove dei Saor, che ultimamente si sono un po’ troppo ammosciati. Bella anche la copertina. Peccato solo che sia uscito a ridosso della primavera, perché sarebbe una perfetta colonna sonora per le passeggiate nel sottobosco autunnale. Ce ne ricorderemo il prossimo ottobre. (barg)




