Splendidi quarantenni: MANILLA ROAD – The Deluge
The Deluge era già in fase di gestazione prima che capissimo come la scena avrebbe accolto Open The Gates, ed è per quello che probabilmente suona più diretto
Immaginate che, a un certo punto, il vostro mondo e la vostra visione artistica – ben definita – si scontrino con un talento puro, inarrestabile e delicato come una tromba d’aria che attraversa il Kansas; terra non scelta a caso e geograficamente collocata, appunto, nella tristemente famosa “tornado alley”. Questa cosa vi fa vacillare per un attimo e sconvolge il vostro modo di pensare la musica. Un pensiero che era già maturo e frutto di numerosi cambiamenti, miglioramenti e ampliamenti di una visione artistica musicale che a tratti sfocia nel letterario e nelle arti visive, nonché nella psichedelia. Vi considerate di mentalità aperta, eppure la vostra intelligenza artistica sta per essere messa a dura prova.
Questa deve essere stata più o meno la portata dell’aggiunta nella formazione dei Manilla Road del mostruoso Randy Foxe: uno che li deve mimare nel sonno, quei fill assurdi e imprevedibili che ti lasciano assolutamente stordito, piazzati là quando meno te lo aspetti. Una specie di Keith Moon alimentato a kerosene, con la doppia cassa e un tocco ancora più pesto. Completamente fuori controllo. Talentuoso fino al parossismo. Open The Gates, che era sicuramente il lavoro più sperimentale e frutto dell’estro improvvisazionista di Mark Shelton della prima metà di carriera dei Manilla Road, ne aveva già subito l’influsso; ma i pezzi di quell’altro capolavoro del metal degli anni Ottanta erano già pronti e rodati all’arrivo di “Thrasher” (soprannome che più azzeccato non fu mai).
Il discorso fu differente al momento di entrare in studio per comporne il successore.
Fu piuttosto arduo all’inizio, per via di quei pattern non convenzionali e le strutture inedite, ma poi il mio background jazzistico vi si adattò ed iniziammo ad andare d’accordo
Le differenze con il passato sono messe subito in evidenza dai primi secondi di Dementia, con un’infinita rullata e delle ritmiche davvero atipiche, a cui uno Scott Park in stato di grazia, anche lui in continuo progresso, si aggiunge con notevole profitto, rendendo ancora più devastanti ed efficaci le totalmente imprevedibili sfuriate di Randy Foxe. Ed ecco chiarito uno degli aspetti cruciali di questo caposaldo: una sezione ritmica impareggiabile.
Il salto che The Deluge fa rispetto alla discografia precedente è quello di essere sì più diretto e costruito nella forma, ma anche più “progressivo”, nel senso che tutto diventa più veloce, più tecnico. E anche più pesante. Sempre più pesante. So che potrebbe suonare come un ossimoro per alcuni, ma le idee di “Shark” e co. erano chiarissime a questo punto; e visto che non avevano l’assillo di doversi riconfermare, dal momento che Open The Gates stentava a fare proseliti, ciò costituiva le premesse ideali e tipiche per la creazione di un capolavoro.
Il primo lato di The Deluge contiene alcune mine impazzite come, ad esempio, Divine Victim, che totalizzò qualche passaggio sull’etere e per anni, saltuariamente, fruttò a Mark Shelton qualche gettone di royalties. La canzone è il paradigma di quello che stava avvenendo: pur non essendo la composizione strutturata in maniera più progressiva, il suo incedere furioso culmina con un grandissimo assolo, uno dei migliori della discografia dei Manilla Road, che viene non a caso ripreso anche nella traccia finale, accelerato e caricato di effetti. Un’anticipazione di quello che sarebbe avvenuto di lì a qualche anno quando, con Mystification ma soprattutto Out of The Abyss, Mark Shelton diede carta bianca totale a una sezione ritmica da guerra e il via libera a più di qualche influenza thrash/speed.
Ma è il secondo lato che si fa veramente “concettuale”, nella migliore tradizione del termine e del genere epic. Ed è un preludio a quanto tratteranno sul disco del ritorno alle scene, a quindici anni esatti dall’uscita di The Deluge, ovvero la caduta di Atlantide. L’iniziale Taken by Storm ci introduce alla doppietta micidiale The Deluge e Friction in Mass, due classici assoluti che, a dire dello stesso Mark Shelton, sarebbero i due pezzi ideali tratti da questo disco per ipotetico un greatest hits.
Se questo album è riuscito ad entrare nel gotha dei capolavori dell’epic metal dell’epoca d’oro di questo sottogenere, lo dobbiamo principalmente ai francesi. Avete sentito bene: ai francesi. La Black Dragon era un’etichetta che distribuiva il meglio del metal underground americano, oltre ad avere sotto contratto alcuni astri nascenti della scena europea. Succede così che, mentre in America la musica del trio stenta a raccogliere consensi, in Europa la proposta è piuttosto apprezzata; tanto che nel Vecchio Continente Shelton e soci trovano un’importantissima rampa di lancio che consentirà loro di raccogliere quanto faticosamente seminato negli anni passati: dal rurale Kansas a nome di culto della scena mondiale.
Una curiosità riguardo a questa distro ed etichetta francese ce la rivela lo stesso Mark:
Conoscevo già una band svedese che si chiamava Nemesis e li apprezzavo. Così un giorno, mentre mi trovavo negli uffici della Black Dragon a Parigi, mi fecero sentire le demo di Epicus Doomicus Metallicus. Si trattava di un gruppo giovane che aveva appena cambiato il nome in Candlemass. Mi chiesero cosa ne pensavo e gli risposi senza mezzi termini che, se non mettevano sotto contratto immediatamente quei ragazzi, avrebbero fatto la figura degli idioti. Ancora mi capita di parlare con Leif (Edling) ogni tanto e di ridere di questo episodio
Aneddoti a parte, quello che troverete tra questi solchi, anche a quarant’anni di distanza, è un classico senza tempo realizzato in un momento in cui chi vi ha preso parte voleva stupire usando energie fresche e idee nuove da portare a un genere che ne aveva bisogno come l’acqua, con una manciata di canzoni che forse rappresentano, scolpite nel tempo, il momento in cui i Manilla Road raggiunsero una coesione che pochi furono in grado di eguagliare. (Piero Tola)





Eterno onore al Bardo di Wichita
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