Pesca con le reti a strascico #7: ACIDOSIS, IRON BONES, VICTIM
Cari appassionati di pesca, riprenderò oggi in mano quella sobria rubrica, nata nel 2021, grazie alla quale ho scoperto niente meno che gli Hellripper. Che, se bazzicate un po’ di festival, avrete visto comparire su un bel po’ di cartelloni. A proposito di questi ultimi, a marzo uscirà il nuovo album Coronach, e pertanto ci risentiremo presto in sede di recensione. Ora parliamo di altri tre dischi di formazioni semisconosciute, come da consuetudine. Alle immagini non fate troppo caso: i nostri potenti computer di redazione, azionati da intelligenza artificiale d’ultimissima generazione, hanno fatto un’altra volta confusione col titolo della rubrica e inserito un po’ quello che pareva a loro.

ACIDOSIS – Arrival
Questi ragazzi si sono conosciuti alle cosiddette high school, un po’ come nei racconti anni Ottanta delle nostre band preferite. Soltanto che stavano a Miami e, per qualche motivo, se ne sono fuggiti dall’altra parte degli States, a Los Angeles. Francamente non credo più alle storie sul gruppo che va altrove perché c’è una scena propizia per esplodere, perché ci girano più soldi o più locali per suonare. Penso, piuttosto, che in Florida ci fossero troppi squali bianchi o che qualcuno degli Acidosis avesse fatto incazzare di brutto qualche suocero emigrato cubano, riaccompagnando sua figlia a casa alle tre del mattino con l’elastico del reggiseno distrutto, o cose del genere. Fatto sta che neanche Metal Archives dà loro notizie dal 2014 e ne classifica lo stato come unknown, e cioè non sa dirci se siano sciolti, in una pausa di riflessione oppure attivi. Quindi debbono averla davvero combinata grossa nell’ultimo decennio, per sparire perfino su Metal Archives. Nessuno sparisce lì sopra, ci sono pure io che neanche ricordo da quanto tempo è che non suono con un gruppo. Arrival è una gradevole bomba a mano, voce alla Osegueda, riffoni sempre vivaci con parti veloci, assoli un filino alla Metallica e un’attitudine paragonabile agli Anthrax un po’ più seriosi di fine Ottanta-inizio Novanta. Belline le prime due in scaletta, soprattutto il singolo They Live! e pure Hostile Negotiations, in preda a un mood rock’n’roll che ci sta sempre bene. Appena rallentano, come in Mankind, rievocano la durezza di certi Metallica del periodo della prima grossa transizione. Una piccola curiosità: il chitarrista Deo Budnevich è stato allievo di chitarra del membro fondatore, e cantante, Ben Katzman.

IRON BONES – Poison Riot
Spostiamoci più a sud, nel Cile, dove un tempo c’erano pure i Torturer (Oppressed by the Force, per coloro che volessero dar loro un ascolto). Poison Riot comincia con Chaos and Mayhem, che è di fatto una ripetizione, un po’ come dire biscotti e frollini, e comincia pure bene, per poi tirar fuori un plagione clamoroso da Symptom of the Universe, che non è il genere di canzone con cui non dare troppo nell’occhio, se ti metti di sana pianta a ricopiarla. Stilisticamente non combinano niente di troppo raffinato: in Italia mi ricorderebbero i Kryptonomicon, con un po’ meno Celtic Frost e un po’ più crust all’interno della proposta. A livello di minimalismo estremo tirano in ballo i Carnivore, i corettoni punk non mancano, il basso si sente che è una bellezza, anzi si sente più di qualsiasi altra cosa. La voce sono i Motorhead durante una broncopolmonite. Strappano certamente un sorriso i titoli, con Loving a Whore e When you Die… Goodbye! assolutamente in prima fila. Strigoi (Bringer of Death) è un inno hard rock che certamente funzionerà sul palco. Planet Orgy l’attacco doom di cui ogni album sente il bisogno, un attimo prima di deflagrare in una di quelle accelerazioni crust che hanno fatto morire, o, per quanto mi riguarda, temporaneamente rinascere, i Darkthrone una ventina d’anni fa. Album da mettere in macchina senza troppe pretese mentre si infrangono tutti i limiti di velocità: non ho dubbi che colui che alzerà la paletta e vi chiederà i documenti riconoscerà all’istante gli Iron Bones e deciderà di chiudere un occhio nei vostri riguardi. In passato è accaduto a Mark Lanegan con il poliziotto che lo aveva trovato con le tasche del giubbotto piene di droga: perché non dovrebbe andar bene a voi?

VICTIM – Nuclear Nightmare
Se dovessero esserci problemi col suddetto poliziotto, sappiate che dall’altra parte del mondo, in Germania, i Victim se ne sono appena usciti con un pezzo chiamato Police Brutality nel cui testo certamente vi identificherete. Sebbene suoni come l’ennesima strizzata d’occhio ai Kreator e ai loro titoli più profondi, tipo Progressive Proletarians e altri inni da Casa del Popolo, i Victim con i Kreator non c’entrano assolutamente niente, fatta eccezione per una nota di gradimento verso quei riffoni pesanti come macigni che scelsero di attuare per breve tempo con Tommy Vetterli alla chitarra, e fatta eccezione per alcune comparazioni che, un po’ forzatamente, potremmo azzardare sul piano delle rispettive voci. Suonano un thrash metal molto strutturato, con ottime chitarre, ottimi riff, una produzione un po’ artigianale ma tutto sommato genuina: è il classico thrash europeo vagamente mascherato da americano, un discorso trito e ritrito che azzardammo già all’epoca degli Assassin. Il problema è principalmente la voce, sguaiata come quella di Mille Petrozza, eppur su toni decisamente più bassi. I brani sono talvolta un po’ lunghi e questa durata i Victim non mi sembrano gestirla in un modo ottimale. Prendete la title-track Nuclear Nightmare, che è anche stata scelta come singolo. O Cold World Slavery, in cui tutto è impeccabile nella forma, ma la canzone ne esce sempre un pochino sacrificata: toglietele un paio di minuti e ne uscirà un gran pezzo. Invece risulta un po’ appesantita subito dopo il secondo ritornello, non appena gli strumenti cominciano a concedersi, basso incluso, un po’ di spazio per loro. Police Brutality promette una furia hardcore punk data la sua contenuta durata ma è un divertissment anni Novanta con i riffoni spezzati e i cori nel ritornello: la varietà non manca affatto all’album. Corta e incazzatissima anche Ready to Bleed. Dategli pure una chance, ma se devo sceglierne uno soltanto fra questi tre, il disco più centrato e riuscito l’hanno sfornato gli Acidosis. E chissà dove scapperanno fra qualche anno, alla prossima marachella. (Marco Belardi)
