Avere vent’anni: GAMMA RAY – Majestic

Nel 2005 i Gamma Ray avevano già esaurito la loro fase classica, includendo in questa definizione sia il periodo più peculiare e per certi versi innovativo con Ralf Scheepers alla voce sia quello più classicamente power metal della meravigliosa doppietta Land of the FreeSomewhere out in Space. Nella stessa situazione erano grossomodo anche gli Helloween, che con Deris alla voce avevano vissuto una seconda giovinezza fino al capolavoro Better than Raw. Dopodiché, finita la spinta creativa, entrambi i gruppi cercarono non tanto di reinventarsi (l’avevano già fatto un paio di volte ciascuno, con risultati alterni) quanto di trovare un equilibrio con uno stile il più possibile stabile e riconoscibile.

La preferenza per l’uno o l’altro gruppo, a quel punto, diventa un aspetto puramente soggettivo. Per quanto mi riguarda i dischi degli Helloween post-Better than Raw, anche quelli meglio riusciti, mi hanno sempre dato l’impressione di essere un po’ forzati, come se ogni volta loro si impegnassero a scrivere un disco in stile Helloween, mantenendo le necessarie quote di pezzi allegri, pezzi veloci, ritornelli un po’ così, assoli un po’ colì, eccetera. I Gamma Ray invece li ho sempre trovati molto freschi e spontanei, pure nei momenti peggiori. Questo Majestic, ad esempio, è perfettamente inseribile nella sequenza di album da Power Plant in poi, e probabilmente è il mio preferito di questa fase della loro discografia. Ha molti pezzi che funzionano, mostra una ritrovata freschezza compositiva, è sufficientemente eterogeneo e soprattutto non si accartoccia (troppo) nella ricerca del suono priestiano che aveva contraddistinto i precedenti due album.

I momenti meno riusciti dell’album sono proprio quelli più rocciosi e priestiani, come My Temple, messa in apertura, che rende un cattivo servizio al disco perché ne rappresenta il primo impatto. C’è anche spazio per un felice recupero di certe atmosfere hard rock anni ’80 in How Long, con quel ritornello e quelle tastiere che riecheggiano stadi pieni e pugni in aria, il tutto impreziosito da uno di quei deliziosissimi assoli di cui Kai Hansen è maestro. Poi in quel periodo Hansen era già da tempo entrato in quello strano tunnel di omaggi/plagi a gruppi classici, quindi anche qui si ritrovano abbastanza spesso passaggi più o meno fugaci immediatamente associabili soprattutto ai Judas Priest ma anche ad altri come Iron Maiden, Accept o, uhm, Sepultura (Condemned to Hell a un certo punto ripropone più o meno fedelmente la parte di percussioni di Refuse/Resist).

La conclusiva Revelation, di otto minuti e mezzo, recupera invece addirittura le atmosfere di Shine On / Rising Star, indimenticato gioiellino che chiudeva Somewhere out in Space. Le due migliori sono Fight, scritta da Henjo Richter, e soprattutto la spettacolare Strange World, talmente bella da sembrare uscita dagli anni d’oro. Lo stesso mese gli Helloween diedero alle stampe l’ambizioso e contorto Keeper 3, un disco assolutamente non malvagio ma comunque sofferente di quell’approccio forzato di cui parlavo prima. Nell’ovvio confronto tra cugini, la genuina semplicità di Majestic riesce a primeggiare senza troppi patemi. (barg)

2 commenti

  • Avatar di Ameelus

    Cazzo, Majestic.
    Primo concerto dei Gamma per lo sciocchino e squattrinato me dell’epoca.
    Tre ottobre 2005, Rolling Stone, imberbi Powerwolf e più rodati Nocturnal Rites di spalla.
    Tutto il concerto in seconda fila, manina attaccata alla ringhiera per sicurezza.
    Ore dopo il concerto ad aspettare lo zio Kai per autografo e foto (su pellicola) con lui e il caro vecchio Zimmerman.
    Non sto piangendo, mi è entrato raggio gamma nell’occhio.

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  • Alberto Massidda
    Avatar di Alberto Massidda

    Per tacere del riff centrale di “Sabbath Bloody Sabbath” su My Temple :D
    Album splendido cmq, l’ultimo colpo di reni di Hansen e soci

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