Un Sabbath italiano vol.11: Paranoico

Finished with my woman ‘cause
She couldn’t help me with my mind

(Butler, Iommi, Osbourne, Ward)

L’argomento di oggi sarebbe pesante, piuttosto delicato. Oggi ci occupiamo di alienazione, paranoia, disagio mentale, follia. O almeno sono argomenti che sfioriamo. Chiaro, non abbiamo né le competenze per trattarli approfonditamente né l’ambizione di farne un discorso clinico, o sociologico. Nemmeno giornalistico. Noi qui ci occupiamo di musica, soltanto di musica. Ecco che quindi viene meno l’idea che avevo inizialmente di metterci di mezzo ancora una volta una nota biografica, o di famiglia, come la volta scorsa. Già, perché mio nonno ha lavorato decenni in un manicomio, come infermiere e poi come ispettore. Non ho fatto a tempo a parlarne con lui, visto che è morto che non avevo sei anni, forse nemmeno cinque. Babbo mi ha raccontato di quella volta in cui un matto si spogliò totalmente nudo e per non farsi acchiappare dagli infermieri si era ricoperto tutto di sapone. Mica scemo. Ci fu la legge Basaglia, poi, dal nome di Franco Basaglia, psichiatra che lottò tutta la vita per superare definitivamente il modello del trattamento dei “matti” cui si era abituati prima. Il modello del manicomio, in cui lavorava nonno. Che non so, forse era già in pensione quando la legge del 13 maggio 1978 li chiuse, definitivamente, in Italia. Quando ero piccolo io, invece, quando andavo a trovare i parenti, era ancora pieno di matti in giro per il paese. C’era quello sulla Lambretta vestito da indiano, con la pittura in faccia ogni volta che litigava con la madre. C’era quello vestito in frac col papillon davanti al negozio di zia che ti ripeteva i giorni della settimana mentre mangiava pane e mortadella. C’era Agata, sporca e dolcissima, che irrompeva nel negozio e prendeva me e mia cugina per abbracciarci e darci baci sulla testa. E poi zia ci portava dietro, nel bagno, per lavarci bene, che non si sapeva mai. Di lì a poco mamma, sostenitrice di Basaglia e Pannella (già promotore di un referendum per la chiusura dei manicomi) mi convinse a vedere vari film come Ivo il Tardivo e Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo. Ci teneva molto che sull’argomento non mi formassi opinioni superficiali.

E senza sapere a chi dovessi la vita / In un manicomio io l’ho restituita

(Fabrizio De Andrè)

Però ecco, rinuncio a farne un racconto di famiglia o biografico. Perché l’argomento di oggi è pesante, è delicato. E allora, siccome in fondo devo occuparmi di musica, preferisco trattarlo con leggerezza, irresponsabilmente. Vi chiedo scusa quindi se uso parole improprie, banalità, luoghi comuni. Non intendo mancare di rispetto a vite e realtà terribili che sono tutt’altro che scomparse dopo la “legge Basaglia”. Questa però è una rubrica frivola. Permettiamoci quindi un po’ di leggerezza. E di musica, tanta musica. Restate attenti fino alla fine, che oggi celebriamo forse il primo vero esempio di shock rock della storia del nostro strano Paese: Follia di Fabio Celi e gli Infermieri.

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A me Renzo Arbore ha fatto sempre morire. La sua ironia mi ha sempre fatto impazzire. La sua e quella di tantissimi dei personaggi di cui si è circondato. Frassica, Luotto, Ferrini. Una gabbia di matti. Sui vecchi repertori mi capita di rivedere le puntate di Quelli della Notte. Esilaranti. Erano gli ’80, quindi siamo fuori tema. Ma Arbore era già da un bel po’ che rinnovava i media italiani, portando la musica ai giovani e i giovani al centro del palcoscenico. Tra le sue molte creazioni, dal ’66 al ’75 andò in onda Per Voi Giovani, trasmissione radio ideata da lui (insieme ad altri, tipo Maurizio Costanzo) che diffuse nell’etere una grande quantità di musica rock e progressive contemporanea, italiana e straniera, che così poteva essere ascoltata dai giovani, squattrinati o meno. Insomma, non c’era YouTube ma per fortuna c’era Arbore, che inizialmente la condusse anche, la trasmissione. Poi passò il testimone ad altri, tra cui Caterina Caselli, Patty Pravo, Sergio Endrigo, Riccardo Bertoncelli, Mario Luzzatto Fegiz, Claudio Rocchi (che incontreremo ancora). E Richard Benson.

…e il primo ascoltatore in linea vince un pollo.

Già, Richard Benson, che nel 1971 aveva già inciso un buon disco di progressive coi Buon Vecchio Charlie, ma che non vede coronare col successo la sua passione e dedizione al verbo progressivo. Pur continuando ad esibirsi come solista dopo lo scioglimento del complesso, il nostro quindi inizia una carriera come speaker radiofonico, o disc jockey, se volete, proprio grazie alla trasmissione creata da Arbore. Ora, non ho recuperato alcun audio di quelle trasmissioni col buon vecchio Richard, non so se ne esistono. Le immagini che lo ritraggono col resto della redazione, all’epoca, non lo colgono con espressioni particolarmente serene e conviviali. Non pare proprio a suo agio, integrato. Chissà se la delusione per il mancato successo del suo complesso c’entrava un po’. Ma ammetterete che citarlo in un pezzo sull’alienazione e la follia, benché sia un gancio facile, non è proprio il massimo. Comunque, nella sua musica dell’epoca non troviamo né tracce di hard sabbathiano né tematiche riconducibili alla nostra di oggi. Per cui lasciamo il buon vecchio Richard in pace, una buona volta, che in vita gli hanno già rotto le scatole in troppi, e proseguiamo oltre con le nostre ricerche.

Dal ’69 al ’70 Arbore era passato anche al tubo catodico, con la trasmissione Speciale per Voi sul secondo canale (futura Rai Due), in cui un artista, di solito un cantante, si trovava ad esibirsi in studio, ma soprattutto a confrontarsi con le opinioni, spesso critiche, del pubblico in sala, composto da giovani curiosi e molto esigenti. Un format moderno. Dai vecchi spezzoni che trovate in rete potete trovare gli accesi confronti su e con Claudio Villa e Domenico Modugno. Lucio Battisti, che sappiamo essere stato all’epoca abituato ai processi, sia dentro che fuori la televisione. Ci sono Caterina Caselli e Don Backy (leave the hall chi non ha visto Cani Arrabbiati di Bava) confrontarsi con un pubblico composto di giovani semplici ma pungenti di Pomezia, Latina, Aprilia. C’è uno spezzone in cui Lucio Dalla canta Sylvie. Abbiamo già incontrato anche lui, di sfuggita. Si confronta anche lui col pubblico in sala, in difesa dell’esibizione di un duo di nome Salis e anche sul concetto di verità nel canto. Bel personaggio, Dalla. Sguardo da matto un po’ ce l’aveva. Istrionico. Nel ’64 aveva fatto parte di un complesso, i Flippers, con Massimo Catalano e Franco Bracardi, a proposito di quei matti del giro di Arbore. Pensate che nel ’66 invece aveva avuto come backing band a Sanremo nientemeno che gli Yardbirds, dopo l’uscita di un certo Eric Clapton e prima dell’entrata di un certo Jimmy Page, ma con un certo Jeff Beck alla chitarra, per la sua (di Dalla) Paff.. Bum. Pensate che storia, se la collaborazione con Dalla fosse andata oltre. Foto che li ritraggono insieme, o video, non ne ho trovati. Ma una con Bobby Solo sì, anche lui spalleggiato dagli inglesi nella stessa edizione. Vale la pena proporvela, giusto per l’assurdità dello scatto.

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Cosa non darei per sapere cosa sta pensando Beck mentre guarda Bobby Solo

Ma restiamo su Dalla, perché nel 1970 aveva pubblicato il suo secondo long playing, Terra di Gabola, che conteneva Occhi di Ragazza, poi portata al successo da Gianni Morandi, quello che avrebbe l’anno dopo condiviso il palco coi Led Zeppelin, e la prima canzone con testo da lui scritto (e musica di Gino Paoli): Non sono matto (o la capra Elisabetta). Che è una ballata acustica mesta e tesa nella strofa e con un’esplosione canterina nel ritornello. Ma che soprattutto è un pugno in pancia. Si tratta della difesa in aula di un imputato per omicidio. Un imputato che ci tiene subito a chiarire di non ritenersi matto. Semmai infelice. Un uomo che non ha riso per vent’anni, che ha amato una donna credendola sua. Ma quando un certo Luigi gli aveva raccontato che quella donna lui, Luigi, l’avrebbe portata all’altare, all’imputato era crollato il mondo addosso. Le cose erano andate così:

Fu di maggio su quel ponte che Luigi mi parlò di te
E mi disse che eri sua e entro un anno all’altare ti porterà
Considerai il raccolto andato male
Anche la morte della capra Elisabetta
Ma soprattutto il fatto che in venti anni
Che in venti anni non ho riso mai
Fu di maggio su quel ponte
Il fiume aveva i tuoi occhi c’era Luigi
C’erano i regali
Allora presi un sasso e in due ore lo ammazzai

Non è solo per il fatto che l’imputato, a inizio brano, neghi di essere pazzo, che ci occupiamo di questa canzone fantastica, e non, per esempio, di Un matto (dietro ogni scemo c’è un villaggio). Perché il brano di De Andrè, molto più celebre e “politico”, con la sua poetica non offre squarci inquietanti come quello di Dalla. Veramente inquietanti. Pensate alla logica assurda che porta l’imputato e decidere di ammazzare un uomo per un motivo passionale, sì, ma anche considerando il raccolto andato a male e la morte di una capra, avvenimenti drammatici ma non imputabili a Luigi. La capra Elisabetta. Poi, soprattutto, la dinamica. Uccidere un uomo con un sasso e nell’arco di due ore. Non sappiamo altro, di quel tempo di agonia sappiamo nulla. Sappiamo che non c’è un filo di pentimento o disperazione nelle parole dell’imputato, per cui quello che non sappiamo (cosa è successo veramente in quelle due ore) mette letteralmente i brividi. Dalla non la cantò però nella trasmissione di Arbore, per cui per farvela ascoltare recupero un’esibizione in un’altra trasmissione su Rai Uno, questa in playback (non c’erano mica i videoclip, ancora). Occhio comunque alla mimica del bolognese Lucio. E ah, non vi azzardate a dire che è da matti dare nomi alle capre che lo cerco io un sasso.

Comunque, Dalla con gli Yardbirds non aveva combinato altro e Non Sono Matto…, per quanto pesante nelle tematiche, non è certo un brano proto-metal, per cui non possiamo certo ritenerci ancora soddisfatti. Certo, sempre in Terra di Gaibola c’era quel bellissimo cazzeggio rock di K.O., che fa pensare che un po’ gli Yardbirds al bolognese delle idee le avevano fatte venire. Che bello se avesse preso anche quella piega, la sua carriera…

In campo di rock con le chitarre, di rock progressivo, c’era però un complesso che sull’alienazione, sul disagio, basava un bel pezzo della sua poetica. I Jumbo, da Milano. Tra l’altro li guidava una specie di cantautore, Alvaro Fella, lunghi capelli e barba, occhiali, chitarra acustica e una voce calda e roca, che sulle strutture prevalentemente blues delle sue canzoni (soprattutto a inizio repertorio) poteva farli sembrare una specie di Creedence Clearwater Revival adagiati sui Navigli piuttosto che persi tra le acque stagnanti del Bayou. I primi singoli li pubblicò per la Numero Uno di Battisti e Mogol (ancora loro, non so se vi rendete conto dell’importanza che hanno avuto), mentre il loro secondo album, DNA, ritraeva in copertina un vecchio clown, oppure un vecchio travestito da clown. Forse non al cento per cento. Forse matto. Sicuro malinconico. Mi vengono in mente quei versi contenuti nel disco dei Procession e citati la volta scorsa (“Dovrò vivere la vita / Come ride il pagliaccio / A cui è morto il figlio / Senza mai mostrare dolore”). Chissà, forse dovrei mettere in relazione le radici estirpate di migliaia di persone, l’alienazione della vita lavorativa al nord e la difficoltà di cui ci occupiamo oggi. Sarebbe un tema, forse ambizioso. Abbiamo detto: non abbiamo queste ambizioni sociologiche. Non più di tanto, almeno. Il brano più rappresentativo di questa fase è Suite per il signor K., composto dei movimenti Sta Accadendo Qualcosa Dentro Me, Ed Ora Corri e Dio è (“Che cosa non faresti per passare alla storia / Calpesti i sentimenti con la folle tua boria”), che ora ci vediamo in un estratto dall’edizione del 1972 del Festival Avanguardia e Nuove Tendenze tenutosi al Foro Italico di Roma, cui parteciparono quell’anno (tra gli altri) anche Circus 2000, Osanna, Banco del Mutuo Soccorso, Balletto di Bronzo, Alan Sorrenti (che incontreremo presto). Proprio l’edizione vinta ex aequo da Circus 2000 e Banco del Mutuo Soccorso. Dal vivo lo presentava Teo Teocoli, mentre chi pensate che lo presentasse per la tv italiana? Vediamo se indovinate.

Ma è il terzo disco dei Jumbo, Vietato ai minori di 18 anni?, che lascia senza parole. Un disco intensissimo. In cui da un lato la musica esce ormai definitivamente dal recinto blues rock e si dota di arrangiamenti intensissimi, vari e liberi, nelle strutture e nelle soluzioni, suonati divinamente ma mai leziosi, anzi (quasi) sempre concreti. Dall’altro le liriche sono ancora più schiette, precise, disturbanti, scomode. Fulcro è l’intenzione di sfidare tutti i tabù dell’epoca e mettere in luce tutte le violenze sociali e religiose che accompagnano, a volte soffocano la crescita dell’individuo. Tanto che non tutti ce la fanno. E a volte la sequenza di angosce, sfide, umiliazioni, frustrazioni portano alla solitudine, all’alienazione. E il punto di vista che pare a tratti adolescenziale, in verità è quello di quanti l’adolescenza non l’hanno mai risolta e sono rimasti reietti, emarginati. Di pazzia vera e propria forse non si parla. Semmai in Vangelo?, parlando di onanismo, si evidenzia come la definizione stessa di pazzia, di limite tra ciò che sarebbe sano e cosa no, dipende dai tempi, dalla società e magari anche dall’opprimente cappa religiosa.

Pensare che tempo fa
se praticavi l’onanismo
eri punito per il tuo bene,
eri salvato dalla pazzia.
Bimbi, bambine, ragazzi e ragazze
venivan legati nelle mani e nei piedi,
venivan picchiati sui genitali,
venivan salvati da spaventosi malanni.
Se tutto ciò fosse vangelo
noi vivremo in un mondo di pazzi,
se tutto ciò fosse vangelo
il mondo sarebbe pieno di mostri.

Comunque, sono le prime tre canzoni (Specchio, Come vorrei Essere Uguale a Te e Il Ritorno del Signor K, in realtà quasi una coda del brano che lo precede) che sono una rappresentazione del disagio dell’individuo emarginato e che hanno una schiettezza tale (pur priva di retorica) che non li aiutò mica, ai tempi, ma che oggi non possiamo che ammirare. L’inizio con Specchio, tra umiliazioni in colonia, punizioni corporali elargite da suore, attenzioni sessuali da parte dei propri compagni di stanza, e poi il militare e poi la paura di confrontarsi con una donna. E se già Specchio è un brano straordinario (e difficilmente ne potrete trovare di simili nella scena italiana), le successive due, insieme, portano il discorso con disillusione e franchezza a cuore aperto:

Per anni ho riso, ho cantato, ho recitato
sul palcoscenico della vita
la parte dell’uomo felice e senza pensieri:
non è cosi, non posso ingannarmi.
No, non è vero che non mi importa niente
dei miei occhi spenti.
Come vorrei una vita diversa,
c’è tanta amarezza nel mio cuore.

e ancora:

Come vorrei essere
uguale a te, avere anch’io una donna,
correre lungo il fiume
e con gli amici andare ad un concerto.
Forse la mia storia non ti interessa affatto,
ma ti ringrazio di avermi ascoltato.
E’ la prima volta che mi confido e ti giuro:
mi sento meno solo.

Non è follia, ancora, ma il disagio è palpabile. Il disagio e l’isolamento. Il ringraziamento finale (“mi sento meno solo”) è un groppo allo stomaco: in quanti casi pensi che basterebbe ascoltare, riconoscere, vedere per aiutare qualcuno ad uscire dalla sua prigione? L’opposto di chiudere dietro ad un muro, lontano dalla vista e dall’interazione. A parole è facile. Comunque Come Vorrei Essere Uguale a Te ci interessa anche per la musica, per l’arrangiamento. No, sforzandomi nemmeno riuscirei a definirlo proto-metal o doom. Ma cupo e intenso, anche strumentalmente, a livelli pazzeschi, nell’esplosione che segue il quieto e mesto intro acustico. Esplodono un basso e una batteria perfetti, assurdi, che sono il meglio che possiate chiedere, appunto, ad un basso ed una batteria. Pazzeschi. C’è la fuga una chitarra elettrica inquieta, nervosa, ma non si coagula in un riff. Quello del riff è un ruolo affidato invece ai fiati, di una potenza ragguardevole. Cupi, minacciosi come nubi di una tempesta in arrivo, opprimente il tormento della sessione ritmica impazzita (veramente). Una canzone straordinaria. Ci fosse un briciolo di chitarra elettrica in più non esiterei a proporvela come brano di oggi. Sentitene un estratto in playback, da un video dell’epoca:

Ora correte a cercarvela per intero. Se anche il tema di oggi non vi interessa molto, il disco merita di essere recuperato per alcune delle soluzioni musicali più audaci che mi sia capitato di ascoltare tra i dischi dell’epoca. Partecipa persino Franco Battiato (che già abbiamo incrociato e su cui presto ritorniamo) nella suite un po’ krauta intitolata Gil. Però noi siamo bruttissime persone e siamo alla ricerca sempre di chitarre dure o perlomeno di strutture un po’ hard. Difficile catalogare i Jumbo tra i gruppi hard per il suono (l’intensità è un altro conto), per cui a malincuore mi tocca proseguire la ricerca, per oggi. Perché noi, bruttissime persone, siamo sempre alla ricerca del volume. E, se non troviamo il volume, per lo meno dell’eccesso, del grand guignol. Del rock nella sua versione più shock. Per fortuna ci arriva in aiuto un piccolissimo complesso tardo beat partenopeo.

Odio la gente

(Fabio Celi e gli Infermieri)

Fino a poco tempo fa pensavo anche io che in America e Inghilterra, grazie ad animali da palcoscenico come Screamin’ Jay Hawkins, Screaming Lord Sutch, Arthur Brown ed Alice Cooper, ai giovani dell’epoca che assistevano ai concerti le emozioni non dovevano mancare, ma che in Italia avremmo dovuto aspettare la fine degli anni ’70 perché un minuscolo complesso pesarese inscenasse spettacoli con maschere e chincaglierie piuttosto macabre. Bene, in realtà qualcuno si era portato avanti. Delle presunte messe sataniche messe in scena dai cattolici Metamorfosi abbiamo parlato, pur non avendone prove. Anche delle gesta di Fabio Celi prove non ne abbiamo trovate, ma quanto si dice in giro è perfettamente coerente col contenuto dell’unico album del suo complesso, originario di San Giorgio a Cremano. Città da cui proveniva anche Massimo Troisi, che in carriera Arbore l’ha incontrato più di una volta. Complesso, quello di cui ci occupiamo, che inizialmente, ancora fine ’60, si chiamava Fabio Celi & i Pop e aveva pubblicato un 45 giri, appunto, di musica pop. Secondo le fonti principali (internet…), col nuovo nome di Fabio Celi e gli Infermieri venne registrato (e pubblicato) un album, il nostro Follia, solamente nel ’73. Pare comunque che Celi abbia messo in giro la voce (smentita da musicisti che vi hanno preso parte) che il disco fosse ancora della decade precedente. Forse per contestualizzare il nome e forse anche il suono, che non è chissà quanto hard, anzi figlio del tardo beat e non molto, ancora, prog. A farlo rientrare nell’hard sarebbero solo le tastiere debitrici dei Deep Purple. Ne era artefice Ciro Ciscognetti, che poi sarebbe entrato nei Napoli Centrale nella seconda metà del decennio. Le chitarre ci sono, ma non sono durissime. Eccellenti le partiture di batteria, dinamiche, precise. Dietro alla pelli c’era un altro Ciscognetti, Roberto, che poi sarà di tutti forse quello che ha avuto la carriera musicale di maggior rilievo, finendo per girare il mondo in lungo e in largo proprio con L’Orchestra Italiana di Renzo Arbore. Sorpresi?

Il secondo da destra è un batterista sadico…

Beh, ma insomma, fatemi chiarire perché ci stiamo occupando di Follia, visto che non è in fondo chissà che traccia di proto-doom. Perché comunque è un disco destabilizzante (nei suoi episodi più agitati), dai testi iconoclasti. Prendete l’iniziale Follia, che dà il nome al disco. Dopo un intro cinematografico e un avvio ye-ye (ma con un bel ritmo quasi motorik sotto) esplode con un riff secco di tastiere, ma soprattutto con l’irrompere del cerimoniere, Fabio Celi, che urla e declama una lista di esempi che dimostrano la follia del mondo odierno (cioè, dell’epoca, ma non è che sia tanto diverso, ora…): parlamentari cocainomani, industriali che trafficano armi, aumento di armi e speculazione e corruzione… Un brano politico, allora, come la successiva Il Capestro, che avanza una proposta di pena (condivisibile, direi) per una serie di misfatti e balordaggini elencate, anch’esse, nel brano. Disco piuttosto “politico”, allora. Non partitico e quindi differente dalla musica impegnata dell’epoca. Ma fastidioso a sufficienza perché non venisse diffuso dalla RAI, all’epoca principale media di diffusione in Italia. Il brano più controverso, nonché quello che interessa maggiormente a noi oggi, è però L’Artista Sadico (occhio: in rete lo trovate erroneamente attribuito ad Adriano Celentano e/o proprio all’Orchestra Italiana). Leggete da voi che testi:

Io vorrei essere un metro e 98
E con le spalle come un armadio a muro
Andare in giro a fare sempre a botte
Perché picchiare gli altri, mi diverte
Odio la gente
Io vorrei vivere su un’isola sperduta
Per fare il capo e comandare tutti
Fare all’amore con tre donne per volta
E poi… frustarle, per passare il tempo
Io sono un sadico
Ma ci sono dei momenti in cui mi sento
Mi sento uguale a tutti gli altri
Vorrei potere avere anch’io
Un lavoro, una donna, una casa, tanti figli
Però io sono diverso
A volte sogno di possedere tutto
Anche una nave, con tanti schiavi a bordo
Farli remare fino a sudar sangue
E senza dare loro mai da bere
Io amo la tortura
Se fossi libero in questo strano mondo
Sarei senz’altro tra quelli più importanti
Oggi la gente comprende finalmente
Quanto piacere nasconde la mia arte
Io sono un artista
Sono diverso, ecco
Io sono un artista, un artista sadico
Io sono un artista, io amo il piacere della tortura
Chi siete? Che volete? Lasciatemi stare!
Dove mi portate? Lasciatemi stare!
Io sono un artista, lasciatemi stare!
Aah!
Io sono un artista, aah!
Lasciatemi! Io sono un artista, aah!

Pesantuccia, no? Sicuro lo era parecchio per la RAI dell’epoca. E per il pubblico. Comunque, oltre alla provocazione, ci sono quei due versi, “Vorrei potere avere anch’io / Un lavoro, una donna, una casa, tanti figli”, che rivelano la verità dietro il personaggio della canzone, che si ritiene un artista, sadico ma artista, ma che in realtà è un disagiato, un disadattato. Chissà, un folle. Come i protagonisti dei brani dei Jumbo, o della canzone di Dalla. Un folle? Beh, a fine brano sembra proprio che arrivino degli infermieri a portarlo via e rinchiuderlo chissà dove. E pare che dal vivo lo spettacolo fosse proprio questo: riporta il sito italianprog.com che il cantante, entrato in scena dentro una bara, tra coltri di fumo artificiale, a fine spettacolo venisse portato via giù dal palco, proprio in camicia di forza, sulle note finali de L’Artista Sadico. Che matti. Insomma, anche l’Italia ha avuto (in piccolo) il suo shock rock e Fabio Celi & gli Infermieri ne erano gli alfieri. Purtroppo non durò, la censura tarpò le ali al complesso, come fece anche con altri più validi, artisticamente. Lo sappiamo. Ma il passato non si cambia, il futuro chi lo sa. Noi nel presente ci accontentiamo, dal momento che un altro piccolo tassello del mosaico, che andiamo faticosamente a comporre da undici volumi, ormai, lo abbiamo faticosamente trovato. Folle ed oscuro come i meandri di una mente perduta. (Lorenzo Centini)

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