Avere vent’anni: DEICIDE – Scars of the Crucifix

All’atto pratico i Deicide erano un gruppo morto, sebbene la formazione fosse la stessa per il settimo album consecutivo. Avevano quel senso di compattezza che è tipico di pochi, e tanto meno dei gruppi capitanati da uno con una croce rovesciata sulla fronte. E durò fino a Scars of the Crucifix e al conseguente rimpiazzo dei due fratelli Hoffman con Jack Owen e il virtuoso Ralph Santolla. Che, lo ripeterò fino allo stremo delle forze, c’incastrava giusto un po’ più che con gli Obituary ma svolse tutto sommato un pregevole lavoro. E non lo dico perché è defunto.

I Deicide erano un gruppo morto, ribadisco, ma non resuscitarono grazie a quel duplice avvicendamento. The Stench of Redemption del 2006 era, lo capimmo subito, uno dei migliori album della band, il quinto sigillo che i risaputi dissidi con Roadrunner mai gli permisero d’incidere con la consueta serenità. Ho adoperato il verbo resuscitare e serenità in una recensione dei Deicide e pertanto la potrei chiudere qui. La rinascita – mettiamola così – dei Deicide risale all’ultimo lavoro con alla chitarra i moderatissimi e affidabili Eric e Brian, ed è appunto Scars of the Crucifix. Che a me sembra uscito ieri ma spegne venti candeline proprio questo mese.

La grossa novità consisteva nell’aver rimpiazzato Jim Morris con Neil Kernon, quello, per intenderci, che aveva prodotto i più celebri album dei Nevermore prima che in loco prendesse il sopravvento Andy Sneap. Tutti dissero di Scars of the Crucifix che era l’album moderno dei Deicide. In realtà, in seguito a un’intro assai tetra, sì, sparava in vetrina quel riff stoppato che parse a noi tutti una roba rallentata dei Fear Factory. Altro di moderno, però, a grandi linee non lo individuai. Scars of the Crucifix era semplicemente un album dei Deicide inciso, con la voglia di inciderne uno, subito a ridosso di quelle ciofeche corrispondenti ai nomi di Insineratehymn e In Torment in Hell. Me li vidi pure in uno di quei due tour e non suonarono pressoché niente dai dischi appena usciti, a riprova che perfino negli autori i due titoli summenzionati non avevano suscitato che profondo ribrezzo.

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Ritratti nell’epoca d’oro del death metal. Erano i Deicide e li vedemmo all’opera per l’ultima volta nel 2004

L’unica apertura alla diversità – che con estremo piacere sommo a resuscitare e a serenità – oltre al riffone stoppato della title-track era lo sweep picking arioso in sua conclusione. Santolla avrebbe posto l’accento su quell’aspetto nel giro di un paio d’anni. Poi il consueto devasto sonoro, con Steve Asheim in stato di grazia nel finale di Mad at God, le belle Conquered by Sodom (la cui parte lenta era una sorta di prologo della più recente Conviction, quella con il video dove Glen molesta Gesù Cristo con una Harley Davidson) e Fuck Your God e il quasi black metal di When Heaven Burns, il cui titolo e attacco mi parvero un accorato guerrafondare sulla scia degli arcinoti Marduk di quei tempi. 

La seconda metà del disco non era bella quanto la prima. In chiusura The Pentecostal, disordinato accrocchio di metal estremo di varie estrazioni, o una sorta di improvvisato tentativo di suonare più estremi che si può unito ai riffoni stoppati goduti in apertura. Ad ogni modo non un brutto disco. Solo discontinuo, incostante. I Deicide erano ritornati, non l’avremmo mai detto e di lì a poco avrebbero sputtanato la formazione storica per poi tornare con il carico di briscola: The Stench of Redemption. Ma i Deicide per il sottoscritto erano un’entità unica, non Benton più un batterista in supporto se non addirittura in controllo del medesimo: spostare anche una sola pedina li avrebbe in un certo senso snaturati. Questo accadde e sulle prime li rivitalizzò addirittura, ma fin da subito mi mancarono i Deicide monoblocco, oltranzisti, e così ripetitivi da far gridare alle masse che Scars of the Crucifix fosse un disco moderno perché c’erano due riff stoppati di numero. (Marco Belardi)

Un commento

  • Avatar di Wal65

    Beh, ho i primi tre che avevano un loro perché, e li ho visti dal vivo nei tour dei primi due a Monaco e a Milano, poi lasciati andare. Non mi davano più quel qualcosa che ti fa saltare, il primo, comunque, eccezionale.

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