Fare gatekeeping con ROME @ARCI Bellezza, Milano – 09.11.2023

Ovvero quando la mano sinistra non sa cosa fa la mano destra. O viceversa. Arriviamo all’ARCI Bellezza e oh, posso associarmi pagando col POS. Hai visto mai che modernità. Il tempo di aspettare il Barg al riparo dalla pioggia (nel frattempo col lettore Andrea avevamo mangiato cinese e discorso delle solite cose, lavoro, metallo) e ci avventuriamo dentro al Circolo, scoprendo già dalla prima birra che il posto offre alcune tapas verosimilmente vegetali e oh, cazzo, avrei potuto cibarmi qui invece che dal cinese. Luogo ameno, accogliente in una serata di pioggia, figuriamoci in una tiepida serata primaverile. Ma è autunno, cupo, brumoso. Tra gli avventori qualcuno ne è al corrente. Qualcuno pure troppo. Mettendosi alle spalle le luci calde, passata la vecchia porta di legno, scostiamo il pesante tendaggio. La sala è buia, funebre. Poche luci, rosse. Tipo ultimi giorni a Weimar. Al banco del mercimonio i prezzi paiono francamente esagerati. Ci si pensa dopo, semmai. Occhio, hanno cominciato. Chi?

Di spalla, Nero Kane. Non conoscevamo. Un’eterea e candida dama ai synth e un cowboy shoegaze alla chitarra. Il primo brano mi irretisce, mi piazzo davanti alle casse per sistemare il suono in mezzo, tra le due orecchie, e vedere che succede se muovo impercettibilmente la testa. La dama canta, efebica, e stende veli sintetici. Il cowboy gestisce la Jaguar come un theremin. Non percepisci l’attacco delle note, ma onde. Bello. Poi ancora preso bene (il che è un male), ancora testa al lavoro (il che è un male), la voglia di staccare, un birra, una sosta al bagno (“in fondo a destra, come sempre…”), e scusate, signori Nero Kane, mi sono deconcentrato. Da tornarci sopra, però, sicuro. Spero ricapiti occasione. Spero presto.

Sosta, cesso, birra, chiacchierata lampo col rosso organizzatore che una volta aveva un’etichetta hardcore, la Riot Records. Tanto c’è sempre, la volta prossima gli chiedo che fine hanno fatto Jinx e Stuntplasticpark. Si sta bene qua fuori, le luci sono calde, la birra fresca, l’atmosfera è rilassata, un giovedì sera intorpidito, fuori piove, qui al caldo, al sicuro, qui c’è tutto, cibo, riscaldamento, igiene, un sorriso. Si sta bene qui, manca una copertina sulle gambe. Non c’è la guerra qui. Andrea, prima ancora praticamente che cominci questo qui, starà già pensando al prossimo concerto che lo attende. Ha un’agenda ben più fitta della mia. Buono per lui. Barg ha l’aria serena, di chi è vero, la vita ti dà un bel fardello di fatica, ma per una bella gioia in più. Un brindisi. Oh, è ora, rientriamo.

Dentro poche luci, bianche, a risaltare il nero. Nero l’abbigliamento di Jerome Reuter e del suo sodale. Neri i tamburi e la chitarra, su cui campeggia il tridente ucraino. Quello. Partono le corde della chitarra, partono i tamburi. Il sodale si occupa di quelli. Da metà sala pare quasi Uthred di Bebbanburg, della serie Last Kingdom. Ma non è una serata viking-chic. Pare quasi di sentire la guerra, qui. Pare. Che in realtà siamo al sicuro qui, e basta uscire da quella porta di legno, semmai. L’altra volta che ho visto Rome era in assetto da band, chitarra elettrica, basso, batteria. Un concerto di rock d’autore come un altro. Ero con A.D., dalla Russia remota. Uno spirito tenue, A.D., come il rosa della sua maglietta di Leprosy o l’azzurro della sua maglietta di Schizophrenia. Non è andato al fronte, è andato via, apolide. Almeno per un po’. Stasera Rome è un’altra cosa. Marziale, un concerto neofolk, forse non come altri. Forse perché la guerra è un po’ più vicina. Parecchio. Pochi confini, da quella parte. E recente, anzi, è ora. Forse per questo ora Reuter appare meno sarcastico e sfuggente. Anzi, è molto letterale. È molto letterale il simbolo sulla chitarra. Letterale l’impatto, visivo e non, di quando si piazza all’altro set di tamburi, per pezzi quasi esclusivamente percussivi. Martellanti. Quasi un terzo di scaletta, almeno. Paiono due colonne, uno a destra e uno a sinistra del palco. Pare un cancello. È tutto così letterale e simbolico. Non conta quanto ti distanzino le tue idee. Anzi, se ve ne frega qualcosa, chi scrive adesso pensa che i nazionalismi hanno sempre fatto il gioco dei dittatori di qualsiasi bandiera e che vedere la propria casa sotto le bombe non faccia piacere a nessuno. Nemmeno al mio nemico. Se ne ho uno, non so. Magari qualcuno che mi odia per quello che secondo lui rappresento, che ne so. Io sono io, me lo venga a dire. Il punto è che non sarebbe male non ragionare per compartimenti stagni. Il punto è che il concerto di stasera di Rome è una mazzata, uno schiaffo in faccia. Fuori non lo vedono, le tende sono tirate giù.

A un certo punto, mentre esegue Hearts Mend, Reuter canta: “You better run / If you want your little revolution / To be televised”. Mi mette a disagio. Mi mettono a disagio le marce dei tamburi. Mi metteva a disagio la copertina di An Ideal for Living. Mi mette ancora a disagio. Fuori si sta bene, c’è il tepore. C’è la luce calda. Qui la luce è fredda e fa un caldo bestia. Da scarnificare le ossa. Il mio posto adesso è qui. Su No Second Troy abbozzo una danza buffa. Sarà che c’è pure da sdrammatizzare un po’, sennò è troppo intensa. Sarà che sotto questa sala ce n’è un’altra e c’è un altro concerto. C’è da giurarci che sotto è tiepido, tipo qua fuori. Non c’è disagio e sotto ballano per davvero, sicuro, non per ridere. Il concerto prosegue, nero, pesante. Si canta in coro, si vene presi a martellate dai timpani. Ci sono i classici, ci sono i pezzi nuovi, ovviamente. Si passa dall’uno all’altro senza soluzione di continuità. Con intensità. Con passione, questo nessuno può negarlo. La sensazione è diversa dall’altra volta che ho visto Rome. Non poteva essere più diversa. Dolorosa, per certi versi. Non catartica, no, perché dello sporco e del Male non ti liberi con una canzone. La sensazione è che sia stato un concerto bellissimo. Credo per tutto quel centinaio di presenti. Applaudono convinti, alla fine. Applaudo anche io. Andiamo alla fine al banco del mercimonio. Barg s’è accattato Live in Kyiv 2023. Bellissimo, ascoltatelo per farvi un’idea di cosa è stato Rome stasera all’Arci Bellezza, a Milano, 2023. C’è una felpa bellissima al banchetto del mercimonio. Penso di comprarla ma costa una fucilata. Oh, però posso pagare col POS! Prendo. Giusto uno scrupolo: manufactured in Bangladesh. Sono confuso. (Lorenzo Centini)

5 commenti

  • Avatar di Carolina84

    Lui è la vera voce dell’Europa, forse solo un lussemburghese poteva esserlo. Ogni concerto un’emozione nuova, con le percussioni martellanti o solo chitarra e voce, come ebbi modo di sentirlo l’anno scorso con non più di venti persone. Unico.

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    • Avatar di S.T.

      Sicuramente è la voce di quell’Europa ben rappresentata da un paradiso fiscale quale è il Lussemburgo.
      La stessa Europa che ha schierato tutto il continente a sostegno di una Ucraina le cui istituzioni sono infarcite nemmeno di “semplici” nazionalisti, ma di neonazisti fatti e finiti, di cui però tutti i media e una congrua fetta artisti ci narrano le gesta eroiche in difesa della democrazia tutta.
      Per tornare ad essere un artista che vale la pena considerare, Rome dovrebbe quanto meno dare alle stampe un bel Live in Donetsk…

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  • Avatar di S.T.

    @Pepato
    non ho nulla di cui vergognarmi, tu del resto sei liberissimo di berti le panzane propagandistiche secondo le quali le istituzioni ucraine uscite dal golpe di febbraio 2014 siano un faro di libertà e democrazia. I 10mila morti della guerra civile in Donbass – scatenata da quegli onestissimi democratici seduti sugli scranni di Kiev da 10 anni – però, raccontano una realtà diversa.

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  • Avatar di Cefo

    o ma questo che scrive si crede di essere lestre bangs? Dai, oh, ma come stai messo!

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