Cantanti seminude: MAGGOT HEART e DJUNAH

Ci deve credere tantissimo, Linnéa Olsson, nei suoi Maggot Heart. Dopo che i suoi The Oath non sono decollati, mentre la sua scollata ex sodale Johanna Sadonis ha continuato a mostrare le sue grazie coi Lucifer, assieme al marito Nicke Anderson (no, lui non è scollato però). E dopo che, entrata come seconda chitarra nei Beastmilk, aveva quasi azzoppato sul nascere i Grave Pleasures suonando e scrivendo peggio di chi l’aveva preceduta e di chi l’avrebbe sostituita. Nei Maggot Heart s’è portata appresso dai Grave Pleasures pure l’ex batterista degli In Solitude. Li ricordate? Ora canta pure, Linnéa. I Maggot Heart sono la sua band e ci deve credere tantissimo. Tanto che, per non rischiare che non ci rendessimo conto dell’uscita del nuovo disco, Hunger, s’è messa lei stessa in copertina, da sola, senza band, ma con i collant.

Grazie bene in vista, grazie pure a una posizione un po’ del cavolo. Bene, attirata la vostra attenzione con la mercanzia, dovrebbe essere poi la musica ad ammaliarvi definitivamente. La prima traccia si chiama Scandinavian Hunger. Nientemeno. Piano con le aspettative, che il genere non è quello che sperate. Alla fine è noise confuso, indie anni ’90 confuso e lamenti assortiti. A un certo punto, in Archer mi pare, appare pure un sax, come se il fantasma di Fausto Papetti volesse poter dire la sua sulla sua foto scosciata in copertina. No, però, non è lounge music, è rock, elettrico, molto anni ’90. Solo che non è fatto troppo bene. Solo che è tendenzialmente brutto. Le canzoni sono brutte. Le chitarre sono brutte. Le linee vocali insopportabili. Gli assoli peggio. Sentite Looking Back at You, pure singolo. Nel video Linnéa (rigorosamente senza sodali) s’è tolta qualche indumento ancora e sta svaccata sul divano. Poi si alza per suonare l’assolo, ma, davvero, non era necessario, Linnea. Disco estenuante nonostante sia breve. Musica ai limiti del cattivo gusto.

Ci deve credere tantissimo pure Donna Diane, nei suoi Djunah. Che poi sono lei e un pingue batterista. Non importa esattamente chi sia, basta che sia pingue. Prima nelle foto promozionali c’era uno col cognome polacco e l’aria da sfigato totale (ehi, tipo la mia!), che non ho capito esattamente cosa facesse con lo spazzolino da denti tra i denti. Ora ce n’è un altro, pingue ma meno. Comunque ora Donna Diane preferisce apparire prevalentemente da sola nel materiale promozionale. Sola e discinta. Ci deve credere tantissimo, Donna Diane, tanto che non vuole rischiare che alcun maschio non si soffermi sull’uscita di Femina Furens, l’album di quest’anno.

Innanzi tutto in copertina compare solo lei, senza il batterista pingue, e diciamo che lo scatto approfondisce molto alcune sue doti, meno musicali. Poi però c’è la musica, che dovrebbe conquistarci ben oltre i primi iniziali pruriti. Però è un noisaccio senza capo né coda, molto anni ’90, nelle intenzioni. Ma mica fatto bene. Donna Diane suona e canta e sbraita. Fa dire di sé (su Spotify) che si colloca tra Melvins e Diamanda Galas. E la peppa, niente meno. E visto che, mentre ha le mani impegnate con la chitarra, gestisce coi piedi un Moog con funzione da basso, perché non allora tirare in ballo pure Ray Manzarek e Geddy Lee? No, però, il punto è che la musica di/dei Djunah è una palla tendente al cattivo gusto. Non resta una vera melodia o un riff.

Insormontabile il fastidio della voce di Donna Diane, che a me non pare tanto quella di Diamanda Galás. In Seven Winds of Sekhmet, che è pure il singolo, pare affetta dalle coliche che solitamente affliggono Eddie Vedder (e noi, quando lo ascoltiamo per sbaglio). Le chitarre qui non sono male, tipo Helmet, il che giustifica un po’ il fatto che è il singolo. Non credo però lo stile di Page Hamilton c’entri con lo storytelling del video (visto? Mica bazzico Milano per caso). Ve lo descrivo: c’è Donna Diane molto poco vestita che si aggira senza ragione alcuna in un paesaggio sintetico tipo Avatar (almeno credo, cazzo ne so, mica l’ho visto io, Avatar, chi credete che me lo facesse fare). Gli effetti speciali fanno schifo, ma tanto non importa, perché la telecamera è concentrata sui primi piani di diverse porzioni di Dionna Diane, un po’ stile certa cinematografia che, ammettiamo, chi più chi meno, abbiamo visto tutti noi maschi (e anche qualche ragazza). Donna Diane si aggira tra piante fluo, addenta affamata una sfera lucente e rimane quindi incinta di una sfera lucente. Bellissimo. Ci sarà sicuramente un senso dietro, un senso che dia un senso all’abbigliamento di Donna Diane. Un senso alla musica, pure se un po’ migliore e meno confusa di quella dei Maggot Heart, non glielo riesco a trovare, però. Ascolto estenuante. Musica ben oltre il limite del cattivo gusto. (Lorenzo Centini)

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