Nero come la pece: TAR POND – Petrol

Lo so, è presto per darsi per vinti. Anche se ormai, parliamoci chiaro, suppergiù la metà degli anni che avevo da vivere li ho già vissuti. Se va bene. Più passa il tempo, più mi sento in sintonia col respiro del doom. Che è, permettetemi, per certi versi un genere molto più in sintonia con la Morte che il death stesso. Fra l’altro, a me sembra un genere a volte che diventa molto più sentito e credibile proprio a mano a mano che l’età dei musicisti aumenta. Non sarà solo per motivi atletici che, andando avanti nel cammino, il suono si allinea con il battito di un vecchio cuore, piuttosto che fremere dietro frenesie caotiche, più naturali nelle prime fasi della vita. Così mica ci meravigliamo dei The Evil di Wagner Lamounier o, oggi, dei Tar Pond. Fondati nel 2015 da tre persone che di vita ne avevano già vissuta parecchia. Due del nostro mondo, Martin Ain (Celtic Frost, Hellhammer) e Marquis Marky (Coroner, Apollyon Sun). Il terzo non lo conoscevo, non avendo grande familiarità col suo mondo. Si tratta di Thomas Ott, qui davanti al microfono, ma solitamente dietro al tavolo da disegno. Viene dal fumetto e la sua tecnica è particolare: stendere strati di nero inchiostro sul foglio e poi grattarli, scarnificarli, per estrarne figure e storie. La tecnica si chiama “graffio su carta”, “scratchboard” in inglese, e ne trovate un esempio nell’immagine a inizio pezzo. Eloquente. Nero dei boschi, notte, un corpo sospeso. Credo che la dica lunga sulla poetica del cinquantasettenne Ott.

Come cantante, Ott non è un professionista, ma gioca sul sicuro, con un tono mesto e confidenziale. Con un bel po’ di acidità (post) grunge. Volendo semplificare, un po’ Layne Staley (ubiquo, specie da morto), ma pure un po’ Brendan Perry dei Dead Can Dance, nella sua versione solista (spero conosciate Eye of the Hunter, un disco semplicemente splendido ed angosciante). Ovvio, Ott è più pastoso e meno espressivo, i riferimenti sono piuttosto alti e difficili da eguagliare, ma era per farvi capire il tono. Per lo meno del cantato di questo Petrol, che è il secondo album della band, e mi scuserete se sto recuperando il precedente Protocol of Constant Sadness proprio ora mentre scrivo. Comunque, non preferibile rispetto al disco di quest’anno. Venendo a suono e composizione, di base c’è il doom americano più sepolcrale, tangenzialmente blues. Poi altro. In giro viene evidenziato l’approccio post-qualcosa. Perché i Tar Pond sono asciutti, essenziali, iterativi, no assoli. Ma più che vederci un approccio post, appunto, a me pare evidente la continuità, ovvia, con la scuola propria, quella da cui provengono i musicisti in questione. Anzi, quella di cui sono Maestri. Ovvio, sappiamo purtroppo che Ain non c’è più, e da un pezzo. Ma quando in Bomb affiora il fantasma degli ottoni sapete benissimo quale è la sensazione. A fior di pelle, inquietante, angosciante. Quindi il doom dei Tar Pond, mai estremo, anzi, è algido, tagliente, asfissiante. Come ci si dovrebbe attendere da un gruppo che suona doom, in Svizzera.

Non ne conosco altri, a dire il vero. Ma conosco, anzi, conosciamo tutti quell’anima nera che ha per baricentro il baricentro geografico del continente, proprio dove le montagne si fanno più alte, le valli più buie, i boschi più impenetrabili. Non è solo un affare svizzero, il peso dei Celtic Frost ha un potere magnetico elevatissimo, specie in patria, ma anche nelle lande vicine. Un magnete nerissimo. Depressione. Ma anche fuori la musica, l’anima della Svizzera è cupa. Ho cercato delle statistiche, dei numeri per confortare questa mia idea, questa sensazione di cui sono sicuro. Non ho approfondito, non ne ho trovate di schiaccianti al primo colpo. Ma pensando alle arti, oltre alla musica, una sensazione del genere non ha bisogno di numeri per uscirne confermata. Per il legame coi Celtic Frost è ovvio riferirsi a Giger, ma non scordiamoci altri visionari: Fuseli, Hodler, Böcklin su tutti. In letteratura (e drammaturgia, anche se io di teatro non mi intendo), Friedrick Dürrenmatt. L’autore di Natale, La Panne, La Guerra Invernale in Tibet. Un freddo glaciale. Un odore di morte pungente. Chiunque in Svizzera dorme sopra ad un rifugio anti-atomico. O nei pressi di uno scavato nel cuore di una montagna. Praticamente come riposare sopra il sepolcro in cui aspetterai inerte il giorno del Giudizio.

Divago, come al solito. Petrol invece è un disco molto breve, conciso. Essenziale. In questo è molto post, e l’introduzione sull’ultima traccia, Dirt, giustificherebbe il riferimento a quel modo lì di vedere le cose, Slint, June of 44, For Carnation. Ma Petrol è comunque un disco fondamentalmente doom. Pure, anzi soprattutto, quando in Slave, forse il brano migliore, irrompe quasi la lucentezza buia degli ultimi Secrets of the Moon. A proposito del cuore tenebroso d’Europa. È un disco che merita ascolti, che potrebbe anche piacervi molto, come a me. E che quindi mi sento di consigliare tranquillamente a chi segue queste pagine.

Poi altrove si leggono critiche del tipo: dato il curriculum dei musicisti ci si aspettava di più. È spesso così quando in mezzo c’è qualche nome più o meno grosso. I recensori seri possono scegliere tra un “ancora una volta il musicista X si conferma degno della fama che lo precede” o un “da un musicista come X sarebbe lecito aspettarsi di più“. Terza via non c’è. Ma proprio non riuscite a parlare della musica che c’è tra i solchi, invece che valutare i curriculum come dei pessimi e superficiali addetti alle risorse umane? A parte che qui di leggenda è rimasto “solo” Marky e le corde sono nelle mani di musicisti non noti come Christopher Perez, Stefano Mauriello (italiano) e Daniele Merico (svizzero). Ma se anche Martin Ain tornasse dall’Oltretomba, pensate che possa essere degno di un ascolto solo un nuovo To Mega Therion o un nuovo Monotheist? E come credete che sia adeguato al curriculum un disco doom suonato dal batterista dei Coroner e da un fumettista? Ma, soprattutto, a voi piace davvero ascoltare i dischi? (Lorenzo Centini)

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