Come realizzare un videoclip nel peggior modo possibile

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Quest’articolo va inteso come il seguito di quello dedicato alle copertine degli album death metal ed alle abitudini dei grafici in certi ambiti. Sto tentando di porre l’attenzione su determinate figure, che, pur facendo parte del mondo dell’heavy metal, non ne sono e non ne saranno mai le protagoniste. Parleremo del rapporto tra musicisti e videomaker, con l’attenzione spostata su un solo e insormontabile problema: la pessima abitudine di infilare i testi nei videoclip.

Non frequento molto i canali YouTube e il motivo è semplice: il mondo è lentamente diventato scemo lì sopra, con noi comuni mortali affamati dalla possibilità di guadagno sui click o sugli affiliati al proprio canale, in genere, parlando del nulla più assoluto. Questo non toglie che vi siano nate idee carine o perfino geniali, ma immaginate in quali proporzioni. Per un attimo ho pensato alle mie recensioni tramutate in videorecensioni: non ci capireste un cazzo, ottomila parole lette in toscano stretto con l’aggravante della lettera “r” moscia. Farei prima a delegarle a un cane. In sostanza, detesto le videorecensioni da quando ho guardato la prima e probabilmente terzultima della mia vita, e mi piace leggere.

Se capito su YouTube non ci capito perché qualche fenomeno da baraccone ha calamitato la mia attenzione con qualche balletto virale, o grazie al suffisso #challenge, ma per i videoclip, e perché lì sopra trovo rapidamente alcuni album thrash metal di cui Spotify non ha ancora voluto occuparsi. Entriamo ora nel caso specifico dei videoclip testuali: non ho idea di come si chiamino in via ufficiale e pertanto li indicherò così, come uno di quei termini che devi prendere per buoni a una riunione aziendale piena di fotocopie con linee guida da seguire.

Vorrei poter spiegare a me stesso perché nel volgere di pochissimi anni un’alta percentuale di videoclip heavy metal abbia introdotto, gradualmente, e in taluni casi a macchia d’olio e senza apparente criterio, spezzoni dei testi della canzone a caratteri giganteschi laddove dovremmo goderci le immagini. Le risposte che mi sono dato sono tre, forse quattro.

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La risposta più seriosa è la mancanza di un supporto cartaceo da consultare.

Una volta avresti letto quelle parole su un libretto da riporre nella custodia in plastica del cd, ma i tempi sono cambiati e con eguale probabilità ascolterai quell’album in supporto digitale. Una sorta di “ce l’hai ma non ce l’hai”, per intenderci. Conosco a malapena le playlist di Spotify, e non sono granché pratico di quel programma nonostante lo utilizzi quotidianamente. Ho capito ieri che cosa significasse di preciso cringe, quindi figuriamoci. Da quello che invece ho capito effettuando brevi ricerche, esistono alcuni plug-in per la lettura in-app del testo della canzone. Allora interpreto i videoclip testuali come un modo di fissare le parole in testa passando per vie secondarie, come appunto le immagini. Il criterio col quale ci si soffermi su alcune parole chiave, anziché sul testo intero, lo discuteremo adesso.

Nota importante: in molti casi si parla direttamente di official lyric video e dunque non avremo alcuna alternanza col girato reale, bensì slide grafiche e parti scritte. Una soluzione low-cost, e perciò decisamente diffusa.

La più preoccupante ipotesi dietro a tutto ciò è l’opprimente necessità di risparmiare sul girato.

Bussi alla porta di uno studio che si occupa della realizzazione di videoclip: la terminologia “professionale” sulla targa ti suggerisce che non vogliono essere presi per il culo con pagamento in accrediti al concerto della tua band, visibilità o cose simili. Riescono tuttavia a metterti completamente a tuo agio, e da come ti introducono ai metodi di lavoro intuisci di avere a che fare con veri professionisti. Niente roba alla Fake Taxi. L’obiettivo è girare il videoclip della miglior canzone del nuovo album: farne un video edit farebbe incazzare il chitarrista che l’ha articolata in una quindicina di riff, e sebbene le più deboli si assestino su una durata media di quattro minuti, questa qua ne dura ben sette e mezzo.

Gli presenti con fierezza il progetto: il protagonista del video si addentra in un bosco nei pressi di Pozzolatico (FI), dove misteriosamente sorge una casa abbandonata. La conosci bene perché ti ci facevi gli spinelli a quattordici anni, ma ora quelle mura rappresentano l’ignoto. Ci sono segni esoterici e feticci dappertutto, ma il protagonista entra ugualmente. È buia anche di giorno, e toccherà a quelli dello studio distribuire luci statiche a sufficienza per evitare il collocamento artificioso di un’orrenda frontale sulla handycam. Dall’altra parte della scrivania annuiscono alle tue proposte, mettendo in conto stativi, pannelli, diffusori e faretti. Dunque, camminando per i corridoi, il protagonista avvertirà alcuni rumori sinistri e poi, una volta giunti al ritornello, ecco comparire la band, intenta a suonare nel chiostro centrale pieno di rampicanti e calcinacci diroccati. Esattamente quello dove fumavi. È solo allora che inizierà a fuggire dalla dimora! Pensano a tutto: al protagonista, ovvero un attore in carne ed ossa, a costumi e luci, attrezzatura di ripresa, montaggio, supporti per le riprese in carrello ed anche al resto. Evitano perfino di domandarti se a mettere in fuga l’abitante di Pozzolatico sia stata la bassissima resa della vostra canzone, che non hanno minimamente avuto la curiosità di ascoltare in preview. Quello che occorre per girare il video loro ce l’hanno, ma un attimo: “quanto hai detto che dura il pezzo?”

“Sette minuti e mezzo.”

Ti sparano una cifra che neanche le più ciniche produzioni Prime Video. A quel punto decidi di chiamare un vicino di casa in sovrappeso nei panni dell’attore, di riprendere con lo Huawei P20 Pro in modalità notturna e di mandare a fare in culo gli aguzzini che hai davanti agli occhi, i quali di certo vorranno devolvere il 75% della somma a qualcosa tipo Scientology, la P2 oppure Amway. Ma loro hanno già capito tutto e te la buttano lì. Mettendo i testi alla cazzo di cane in alternanza al girato dovranno riprendere, lavorare e montare solamente tre minuti di materiale e non oltre il doppio. La restante parte del tuo videoclip sarà composta da gigantesche parole bianche su sfondo nero scritte dal cantante alla quarta Ceres Strong, tipo “YOU CAN’T DENY” o “SPREADING DEATH ALL OVER THE COSMOS”, impreziosite da giochini epilettici che faranno susseguire le parole a tre frame al secondo, vibrando come cazzi, o altre finezze tecniche di pari rango. Proponi al tizio di scrivere “COSMOS” con molte “o” sulla seconda sillaba, ma ti guarda subito male. Da un archivio prendono anche qualche immagine inquietante e velocizzata tipo dita che si contraggono, bambole che si voltano di scatto o rami mossi dal vento dai quali fa capolino la luna dei Mayhem: è un altro minuto risparmiato. Altri venti secondi li riempiono di fade-in e fade-out, la benedetta dissolvenza. È Coppa Campioni.

Hai già firmato il contratto ed è troppo tardi per renderti conto che quella porcata indecente sta su un terzo dei videoclip heavy metal contemporanei, e che la volta che ne hai visto uno su YouTube ti sei sentito malissimo. È fatta, sei uno di loro: se mai MTV dovesse riaprire un format musicale dedicato all’heavy metal, oggigiorno lo farebbe per i Rammstein e poco più. Il buonsenso è morto, marcio, abbandonato in strada anziché dignitosamente sepolto.

La più infima nonché ultima delle ipotesi è che tu stia nascondendo qualcosa di tremendo.

Nel caso fossi a piena conoscenza d’aver girato un videoclip immondo, come quello su supporto Huawei pagato a rate alla Vodafone, potrebbe essere opportuno nascondere – sempre per mezzo delle parole – gli azzardati risultati ottenuti rivolgendosi a un non-professionista che è come il furgone che gira per la città con sopra scritto che “svolge lavori a domicilio di qualsiasi tipo“, anzi, è peggio. Non sapendo svolgere lavori di qualsiasi tipo eccetto il vostro, e tantomeno quello del “regista” o del “cameraman”, avete girato all’orario meno indicato per fotografare o riprendere; il che, al contrario di un Michael Bay il quale svolgerebbe tutto il lavoro all’alba oppure al tramonto, materializza l’Incubo nei pressi del mezzogiorno. Le ombre sui volti sudati non permettono di distinguere un solo membro dagli altri, ma la sagoma prolungata del basso sarà esplicativa in tal senso. E poi, dico, dietro alla batteria chi ci sarà mai? Dio bonino, ragazzi, un minimo d’immaginazione. Inoltre l’amico incaricato di filmare ha un principio di Parkinson e non ve la siete sentita di farglielo notare: lui giura che sulla Nikon entry level presa per andare in Thailandia ha attaccato un obiettivo stabilizzato – che non è più riuscito a svitare, ma dovrebbe esserci un pulsante – e che con quello non ha mai avuto problemi. La colpa è dunque vostra, tutta. Convinti d’essere stati attenti a evitare il controluce, qualcosa è comunque andato doppiamente storto, a prescindere. È tempo di occultare le parti più imbarazzanti sostituendole con il testo. “SELF INFLICTED WOUNDS”. “DISEASE!“. “MORBID!“. “BURIAL!“.

Considerazioni finali

Se Tom Gabriel Warrior registrasse un video e ci facesse leggere soltanto i suoi “UH!”, andrei fino in Svizzera a stringergli la mano.

Registrando all’interno di un capannone industriale abbandonato si rischia di essere citati per violazione di copyright dalla band che ci ha registrato il suo videoclip appena una settimana prima. O dall’altra band del mese scorso.

Non è obbligatorio per nessun gruppo registrare un videoclip.

Vi saluto infine con una carrellata di deliziose immagini riprese da perle a casaccio della cinematografia musicale contemporanea (le ultime due sono semplicemente agghiaccianti, vi avviso). (Marco Belardi)

devildogs

Sabaton Devil Dogs

 

dressedup

AnnihilatorDressed up for Evil

 

nebraska

AnvilNabbed in Nebraska

 

raiseyour

Within TemptationRaise Your Banner

 

delain

DelainSing to me

 

claws

Cradle of FilthYou Will Know the Lion by his Claw

4 commenti

  • ormai con un pc da 1000 auro e una scheda grafica decente fai il lyric video … comunque di onesti mestieranti del videoclip ce ne sono. Aggiungerei alla tua lista l’ormai onnipresente sequenza col drone, che fa cinema solo quello, poi la figa dev’esserci,…storyboard non pervenuto, ma chissene. abbiamo il drone, i testi in corpo 240, un po’ di after effects e il video è fatto.

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  • a questo punto VOGLIAMO una videorecensione del Belardi…non ci sono cazzi

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  • Non sono abbonato a spotify e da computer utilizzo la versione free, più che dignitosa.
    Ma da cellulare, le rare volte che mi capita di usarlo a mò di lettore mp3, prediligo youtube music, sempre gratuito ma senza le limitazioni assurde di spotify. Al pari di spotify, l’app di youtube music ha delle limitazioni fastidiose, inserite al solo scopo di innervosirti e spingerti a pagare il dovuto obolo: in particolare se una canzone ha un video ufficiale, fanno partire la versione video anziché la traccia audio normale, versione video del canale youtube, completa di “sigla” Napalm Records all’inizio e pubblicità di altri pezzi alla fine (mi pare si chiami end card); poi siccome in youtube si drogano ogni tanto per errore infilano una versione live. In mezzo a un disco che conosci a memoria, inutile dire che è abbastanza straniante, ma ascoltando prevalentemente gruppi un poco underground si sopravviveva abbastanza (gruppi tipo Sabaton invece risultavano inascoltabili).
    Ma con sti cazzo di lyrics video è diventato l’inferno. Anche il gruppo esordiente più del cazzo può farsene uno con pochi soldi e magari aprirsi il canale “vevo” o “official”, e perché non inserire nel video verso la fine anche un minutino del chitarrista che fa promozione al disco o fa il simpatico alla telecamera?

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  • E come disse un noto fotografo (ma si può applicare benissimo a quest’argomento) “NON mettete la vostra firma sotto le fotografie, poi diventa difficile convincere qualcuno che NON le avete fatte voi”.

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