La finestra sul porcile: Buongiorno Papà

non fatevi ingannare dalla locandina: fa molto più schifo di quanto non sembri

non fatevi ingannare dalla locandina: fa molto più schifo di quanto non sembri

Ieri sera ero a Varsavia, a vedere i Manowar. Stanotte sono stato fino all’alba a parlare di thrash metal insieme a Piero Tola e al più fulgido esempio di eccellenza polacca. Mi sono addormentato sul pavimento, ho dormito tre ore e quando mi sono svegliato sono andato a controllare se ci fosse una tigre nel bagno. Percorro tutta l’entusiasmante trafila del prendere l’aereo, torno a casa, è domenica pomeriggio, non mi reggo in piedi, mi butto sul divano e accendo la televisione immaginando di crollare addormentato. Le partite sono appena finite e incappo in un film stupidino molto italiano con Raoul Bova e Marco Giallini appena iniziato, e per qualche motivo rimango a guardarlo. A un certo punto mi raggiunge anche Ciccio e rimane bloccato pure lui. Questo è un po’ il resoconto dei nostri viaggi mentali.

La premessa necessaria è che Buongiorno Papà sarebbe la classica commedia italiana moraleggiante che fa ridere poco e niente e che in teoria presenterebbe un personaggio inizialmente negativo (il protagonista, Raoul Bova) che poi, grazie a una serie di accadimenti, ritrova la giusta via e capisce cosa è giusto e cosa è sbagliato e tutti e felici e contenti. Ma in realtà Candy è un gran troione, come dicevano i Gem Boy. In realtà, dicevo, la mia percezione della cosa è stata opposta. Questo è, contrariamente alle stesse intenzioni del regista, un tragico dramma in cui il protagonista, dapprima un uomo felice la cui vita scorreva piuttosto tranquilla, sprofonda improvvisamente in una serie di situazioni kafkiane da cui uscirà irrimediabilmente distrutto e senza possibilità di redenzione.

Ambientato a Roma, c’è Raul Bova che fa lo yuppie de’ noantri e lavora con successo nell’industria del product placement cinematografico. Feste in discoteca, edonismo, aspiranti attricette ovunque, giudizi morali, eccetera; vive in una casa spaziale con un amico sfigatissimo che dorme in camera degli ospiti da cinque anni e con cui gioca alla Playstation nei momenti liberi. Lui è Raoul Bova, quindi chiaramente ogni essere femminile nel giro di dieci chilometri gli sbava dietro, e lui non si fa pregare; anzi, per ingordigia ogni tanto si finge produttore e si carica veline di belle speranze nel suo supermacchinone da tamarro. Specifichiamo: questa è una vita che non ha niente a che fare con me – né, immagino, con voi 24 che mi leggete – ma alla fine il tipo stava bene, stava tranquillo, si faceva gli affari suoi senza dare fastidio a nessuno e soprattutto senza che nessuno rompesse le palle a lui. Però il giudizio morale del film è netto: LUI SBAGLIA. 

C’è anche una gag in cui si vede la segretaria di quest’ultimo, chiaramente una improbabile superbonazza, che non riesce neanche a far funzionare la fotocopiatrice. Lui l’ha presa solo perché è bona, eheheh, che ridere, mannaggia. Peccato che la stessa identica gag sia rubata al meraviglioso Faccia di Picasso del mai troppo sottovalutato Massimo Ceccherini, la più grande maschera comica italiana degli ultimi decenni, anche se chiaramente lì la cosa funzionava in modo molto diverso – del resto: altra gente, altre aspirazioni, altre ispirazioni, altri pianeti proprio. E indovinate in quel caso chi era il tamarro datore di lavoro di quella segretaria? Marco Giallini. Ah, l’amarissimo senso dell’umorismo della vita.

Insomma a un certo punto gli si presenta alla porta una specie di punkabbestia di diciassette anni che gli rivela essere figlia di una sua notte in spiaggia. Sua madre è morta e a lei è rimasto solo il nonno materno (Marco Giallini conciato come uno zingaro), che è il chitarrista di un vecchio gruppo di figli dei fiori che vive in camper in una comune, uno di quei petulanti balogi con la bandana che ancora rompono i coglioni con il vecchio beat italiano, i New Trolls e tutta quella roba là. Alla quarantesima pippa sugli Area ti viene di tirargli una testata in faccia e gridare SLAYER!!!

La figlia e il Nonno Zingaro prendono possesso della casa senza alcun rispetto per le sue abitudini, e nel frattempo subentrano varie storie e personaggi. Lui iscrive la figlia a un liceo, ma lei è una ragazzina sensibile e profonda col piercing al labbro e nessuno la capisce, mannaggia, quindi viene presa in giro e crea problemi. Entra in scena la professoressa di ginnastica, una scipita radical chic che crede di essere molto intelligente e sveglia ma in realtà è una di quelle tipe mediocri e lagnose che quando finiscono insieme ai tuoi amici ti dispiace davvero tanto per loro. Per comodità la chiameremo l’Attrezzo. Tutto ciò comunque è funzionale a mostrare decine di adolescenti in leggings, perché anche i borghesucci che guardano sti film hanno quei bassi istinti da titillare.

l’Attrezzo e la punkabbestia in un intenso momento di dialogo generazionale DI STO CAZZO

Insomma, Bova si trova ad affrontare lo shock della paternità e inizia a cambiare, diventa una persona meglio, anche se gli viene particolarmente difficile perché pare che in passato abbia fornicato con una che si rivela essere la nuova compagna di classe della figlia. La tipa in questione è maggiorenne ed è stata lei a saltargli addosso, ma agli autori del film questo non interessa: non si fa, perché lo ha fatto anche Berlusconi. La supposta ascesa interiore del nerboruto protagonista è aiutata anche dai consigli di vita del Nonno Zingaro, un insostenibile personaggio da cartone animato che rompe i coglioni con i New Trolls, va girando nudo per casa, si fa la doccia mentre tu sei seduto al cesso, è sonnambulo, fa festicciole moleste con prostitute e altri vecchi barbogi vestiti di gilè di jeans, dà continuamente petulanti lezioni di vita dall’alto della sua esistenza passata ad assumere allucinogeni nel camper e per di più a un certo punto si scopa pure la madre dello stesso Raoul Bova, in teoria consuocera.

qui bova scopre che lo zingaro gli si è scopato la madre e finisce comunque per essere umiliato da entrambi

bova scopre che lo zingaro gli si è scopato la madre e finisce comunque per essere umiliato da entrambi

Nonostante tutto questo, il Nonno Zingaro non finisce in una pozza di sangue o bruciato vivo dentro al suo camper, anzi svolge il ruolo del vecchio saggio che la sa lunga, viene tenuto in altissima considerazione da tutti e quando parla parte sempre la musichetta dolce della verità della vita che si disvela a tutti noi. In tutto ciò il coinquilino/ospite, quello mezzo scemo, grazie ai consigli di vita del Nonno Zingaro si rivela essere una persona col cuore grande grande le cui aspirazioni sono state sempre castrate dai commenti sprezzanti di Raoul Bova, che quindi si deve sentire in colpa. Cioè tu vivi gratis nella stanza degli ospiti del tuo amico il quale ti fa cazzeggiare tutto il tempo in casa sua, e quello si deve pure sentire in colpa se non ti dice “bravo”? Ma poi scusa ancora, ma tu hai bisogno dell’approvazione di Raoul Bova per capire che vuoi aprire un’attività commerciale? Ma apriti un’attività e non rompere i coglioni a lui, che se la passava tanto bene. Inoltre il bravo e buono coinquilino (trentacinquenne) a un certo punto inizia a sentire la fregola per la figlia (diciassettenne) del suddetto amico che lo tiene a carico da cinque anni, e Bova se ne accorge. Una notte, quando lei torna in lacrime sotto la pioggia per non ricordo quale motivo, lui la accoglie in casa (del padre), la fa cambiare, la mette sotto un plaid sul divano-letto, le offre tre dita di gin liscio (perché la tisana era finita, dice ridacchiando, attenzione), le si mette vicino e inizia a coccolarla. Mentre lei beveva il gin liscio che lui le aveva dato. Si addormentano abbracciati, Raoul Bova torna a casa e trova questi due stesi abbracciati sotto alle lenzuola del letto con la bottiglia del gin vicino; giustamente si incazza e grida al suo amico/ospite/coinquilino “Che cazzo fai? Che cazzo fai?”. A quel punto il surreale prende finalmente vita. Lo scroccone reagisce malissimo, dice che è tutta colpa di Bova, che non ha mai saputo valorizzare le sue ispirazioni e quindi è colpa sua se vive ancora nella camera degli ospiti (gratis). Bova per qualche motivo fa la faccia stravolta come a dire “è vero, è tutta colpa mia… che stupido che sono stato”; la figlia intanto guarda il padre con aria schifata e colpevolizzante. A quel punto l’amico lo guarda con aria altezzosa e dice LA FRASE:

Stavo solo abbracciando una ragazzina infreddolita

È tutto vero. Raoul Bova, nel film, è rappresentato come lo stronzo insensibile. Il parassita scroccone che fa ubriacare la figlia minorenne di notte per poi addormentarsi con lei sotto al plaid (del padre) invece è il personaggio positivo con un cuore grande grande.

solo abbracciando una ragazzina infreddolita.

solo abbracciando una ragazzina infreddolita.

Ma non dimentichiamo l’Attrezzo, che comincia a flirtare con Bova nel solito modo in cui flirtano in questo tipo di film. Lei è veramente il classico personaggio insignificante che dopo un’ora che ci parli vuoi prenderla a testate e gridare SLAYER!!!, ma a lui sembra piacere tantissimo e quindi si carica pure quest’altro peso morto. Nel frattempo il Nonno Zingaro continua a ergersi a guru spirituale, e tu ti chiedi perché non è stato ancora vittima di un pestaggio multiplo prima dei redskin (per la fuffa jovanottiana che insegna al mondo), poi dei naziskin (perché vive in un camper e sembra uno zingaro) e poi da Bova stesso (perché gli ha scopato la madre). Io l’avrei inserita una scena così, anche perché il film non fa ridere, era partito che sembrava quasi divertente e invece si sta trasformando in una porcata di quelle da scriverci su Metal Skunk, mannaggia. Ormai nel cinema italiano manca la creatività di genere. Il film è tutto ambientato a Roma ma a parte l’accento romanesco sarebbe essere potuto essere ambientato ovunque: a Torino, Catania, Gorizia, Porto Torres, Ischia. Addirittura a un certo punto in un diverbio viene pronunciata la parola ANDAZZO e non c’è stata nessuna rima. Ma come, due litigano, a Roma, fanno che parlano in romanesco per tutto il film, e buttano via un’opportunità del genere?

èstatostocazzo

“è stato STOCAZZO”

Io invece creerei un filone con le gang di stranieri che si fanno la guerra, una cosa tipo The Snatch, però ambientato a Roma. Sai che figata? Tipo i nigeriani di Torre Maura contro gli zingari di San Paolo. Inseguimenti con kalashnikov sulla tangenziale est e gambizzazioni al Pigneto. Ora ci abbiamo pure Chinatown all’Esquilino, e dei cinesi che si danno calci volanti sulla Porta Alchemica sarebbe la cosa migliore che possa accadere al cinema italiano. Si potrebbero inoltre riprendere i vecchi stereotipi regionali e riadattarli alle varie nazionalità di immigrati. Non so, è un’idea.

Sempre a proposito di cinema di genere, la parte finale del film è un filotto di occasioni mancate. Raoul Bova accompagna la classe della figlia in gita a Orvieto, e a un certo punto, quando gli alunni sono entrati nel Duomo, la ragazzina (maggiorenne) che lui aveva limonato nella sua precedente vita da vitellone rimane indietro e si mette a piangere; Bova le appoggia una mano sulla spalla perché è imbarazzato e non sa che fare; la figlia esce dalla chiesa, guarda la scena, equivoca tutto e scappa via gridando che è uno stronzo eccetera. E certo, perché per fare in modo che fosse tutto molto innocente doveva prima offrirle tre dita di gin liscio e accarezzarla sul divano-letto. Insomma lui le corre dietro e c’è questa scena in campo lungo in cui Bova corre verso la telecamera e per un momento sembrava quasi che il Duomo di Orvieto dovesse esplodere alle sue spalle. Capisco che questi sono i viaggi mentali che mi faccio io nella mia testa, ma vi assicuro che una scena del genere avrebbe risollevato l’intero film. Lui la raggiunge e anche lì la blocca e basta, mentre io avrei inserito un po’ di violenza. La violenza risolve sempre i momenti morti nel cinema. Quando si guarda un film ci si deve sempre chiedere: “Come si comporterebbe qui Maurizio Merli?”.

NO FUCKING REMORSE

NO FUCKING REMORSE

E invece niente, mi aspettavo che lui una volta raggiunta la dovesse buttare per terra con un pugno alla nuca bestemmiando, o almeno gridando SLAYER!!!, e invece la blocca semplicemente, la abbraccia e si scusa. Ma si scusa di che? Le potevi rispondere: “Stavo solo abbracciando una ragazzina triste”. E invece niente. Sensi di colpa, lui capisce che finora ha sempre sbagliato tutto, e il film finisce così, con questa pseudofamigliola con lui, la punkabbestia, l’Attrezzo e pure il Nonno Zingaro (il quale, ricordiamolo, si è scopato la consuocera) che gironzola sempre intorno a rompere i coglioni. Peraltro la punkabbestia si mette con lo stagista del padre, un frusto stereotipo di fuorisede calabrese laureato in Scienze delle comunicazioni ma con un cuore grande grande.

La morale del film è che esiste un solo modo di vivere la vita: quella degli autori del film. Per quanto riguarda i giovani, invece, il concetto è che va bene essere delle sottospecie edulcorate di punkabbestia che ascoltano i Nirvana e usano macchinette fotografiche usa e getta per andare contro il sistema, l’importante è che poi si cresca e si diventi delle scipite fighe-di-legno come l’Attrezzo, che non si perde una puntata di Che tempo che fa . Il film si chiude con le tette dell’adolescente che ballonzolano, ma non pensate male, perché questo è un film con un messaggio. E poi la gente mi chiede perché io a quest’età vada ancora in giro per l’Europa a rincorrere i Manowar.

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