Una comfort zone fatta di lapidi e riffoni: GREEN LUNG – Necropolitan

Questa è la quarta, se non la quinta volta che ricomincio da capo questo pezzo. E questo semplicemente perché sin dall’inizio qualcosa non voleva farmi arrendere all’idea che Necropolitan fosse davvero un gran bel disco di hard rock. Più rock’n’roll dei precedenti. Nonostante il titolo e tutto l’immaginario, non macabro e morboso per davvero, semmai gagliardo. Nient’altro, ma come se questo fosse poco. E non lo è. Il ritorno dei Green Lung è un disco tosto, pieno di gran bei riff e cori e melodie. Non è detto che si stampino immediatamente nella memoria, almeno per me non è stato così. Ma poi lo fanno. E così, ascolto dopo ascolto, la percezione di Necropolitan finisce per cambiare, diventando sempre più irresistibile, ogni volta. Ed è così che mi tocca ricominciare il pezzo e gettare nel cestino le bozze accartocciate in cui rimpiangevo certe straordinarie gemme come Let The Devil In o Graveyard Sun. Che sono e restano, sì, i vertici fino ad ora della carriera dei londinesi. E sono due canzoni (ma non le sole del repertorio) che meritano di essere tramandate in previsione del momento in cui ci verrà chiesto di rendere conto di cosa sia stato prodotto in campo hard & heavy in questi anni qui. Ma la nostalgia è una brutta canaglia, specie quella per il passato viciniore. Non ti fa ragionare a mente lucida. Ebbene: Necropolitan è un disco a cui non si può dir nulla. È energico, cazzuto, ruffiano, nostalgico (il giusto) degli anni ’70, musicali e/o cinematografici. Eppure non è semplicemente citazionista. Insomma, intendiamoci, non una tarantinata.

Anche se Black Sabbath, Jethro Tull e Deep Purple ce li senti benissimo dentro, tutto assomiglia solo a un disco dei Green Lung, che hanno ormai una personalità riconoscibilissima. E non è una cosa così scontata e comune. Complimenti allora a loro e alla Nuclear Blast per non aver mandato in vacca quanto di bello creato con Woodland Rites e Black Harvest, anche se col precedente This Heathen Land avevo iniziato a temere il peggio. Fortunatamente Necropolitan non è per niente la prova di una band stanca o adagiata. Intendiamoci, la “cosa” è sempre più o meno la stessa: un 70’s stoner albionico, dall’attitudine maggioritaria e gagliarda, che non può e non raggiunge le vette delle classifiche solo perché i tempi sono quelli che sono. Gli elementi ci sono tutti, le solite melodie vagamente occulte, tra rimandi folk e furbizia (brit) pop. Una chitarra elettrica semplicemente grandiosa, tanto granitica nei riff quanto florida in assoli e tratteggi. Una sessione ritmica granitica, pure lei, e gorgogliante. Un organo che pare una macchina del tempo, ma con il gran gusto di esserci, protagonista, quando ne vale la pena e di arretrare quando serve invece solo trama. Per dire, un pezzone come Ozymandias è semplicemente perfetto. Non arriva forse subitissimo a solleticarti la fantasia, ma ha una dinamica irresistibile (e ancora: che chitarra elettrica, signori).

Il suono dei Green Lung, insomma, s’è ormai bello che cristallizzato. Anzi no, è in una continua opera di cesellamento che lo rende più splendente, ma anche più tagliente. L’immaginario poi è sempre ancora più o meno quello: ogni storia horror gustosa, folk e succulenta che Albione possa suggerirvi o ispirarvi. Dai canti marinareschi all’iniziale Open the Hellmouth (che paiono registrati tra le nebbie di un porto della vecchia Inghilterra terribilmente somigliante al New England di Howard Philip Lovecraft) a quelli ancestrali della finale To The Gallows Pole (altro pezzo grandioso). Passando per storie di cannibali metropolitani, effusioni tra lapidi e cipressi, trafugatori di cadaveri in cimiteri vittoriani. Insomma, una comfort zone che non puoi davvero dirgli niente. Specie se in certe fantasie caschi in continuazione anche te. Va anche bene che tutta l’operazione mantenga un’attitudine gagliarda, allegrotta, che i video cerchino di strappare un sorriso, piuttosto che incutere magone. Non siamo mica al livello di pantomima dei Red Fang, i Gabibbi dello stoner. In Necropolitan trovate semmai rock’n’roll serissimo e vere canzoni. Ed è un gran bello scarto rispetto allo stanco This Heathen Land, qui superato anche nel suono. Una band che ha ripreso a carburare e rovistare per bene tra le fosse e i vinili di inizio anni ’70. Una comfort zone, dicevo, però è la nostra. (Lorenzo Centini)

7 comments

  • Avatar di Pepato

    Pezzi molto meno belli che in passato, questo è il difetto di quest’album. Rispetto al precedente (bellissimo) è un passo indietro in quanto a song writing, ma resta un bel disco.

  • Avatar di Cpt. Impallo

    Mi sbilancio: per me la loro miglior prova finora.

  • Avatar di Fanta

    Ragazzi, se vi piace sto disco io alzo veramente le mani. Probabilmente sono io a essere sbagliato, eh. Sia chiaro. Ma se sentendo puzza di clonazione mi viene da bestemmiare la madonna non ci posso fare nulla. Porco dio, la sessione centrale di Necropolitan line è una vergognosa riproposizione di Highway Star. Ma proprio una cazzo di clonazione fatta col culo, ovviamente.

    Ma sul serio qua sopra si spaccia sta roba per qualcosa di interessante? Cioè questi clonano la sezione strumentale di un brano di sessant’anni fa e noi stiamo qua ad applaudire?

    Ma fateve vedè da uno bravo e ridateme Charles, dio porco. E ridateme Griffar, puttana la madonna.
    E ridateme Stefano Greco, gesù cristo incrociato.
    Porco dio.

    • Avatar di Cpt. Impallo

      Mi pareva di aver capito che, come comunità di ascoltatori, ci fossimo messi d’accordo da decenni che il metal non ha più nulla di davvero innovativo da dire quindi tanto vale assestarsi su roba già sentita ma che almeno spacca e ti muove il culo e fa fare le cornina ruttando. Boh, a me sta roba le cornina me le fa fare, va benissimo così.

      Ma poi, e porcoddio lo dico io, che cazzo di roba nuova vogliamo, che ogni singola cazzo di volta che un gruppo prova a fare una roba non dico inedita, ma non sentita già sedicimila volte, stiamo lì a stracciarci le vesti e digrignare i denti e urlare alla morte del metal? E i Ghost no perché so pop, e i blood incantation no perché sono un meme, e igorrr no perché fa le musichine da kebabbaro, e quello lì che fa le foto co’ le spade e le rose e il face painting no perché ci mette la trap nei pezzi, e allora che tocca fa’?

  • Avatar di Fabio Rossi

    L’hard rock esiste dalla fine degli anni sessanta del passato secolo,non c’è nulla di sorprendente nel sentire gruppi che suonano il già sentito.Accade anche nella musica jazz,se andiamo a considerare un altro genere che richiede una certa bravura tecnica.Allora non dovrebbero nascere nuove band e si ascoltano i dischi del passato e non dovrebbero esserci più concerti. Non mi piace comunque sentire il discorso che una band è la brutta copia della brutta copia di una band più famosa.

    • Avatar di Fanta

      A Fabbié (consentimelo, hai un nome a me molto caro), sono anche d’accordo con te. L’ho detto e ribadito fino alla nausea in tutti questi anni di militanza metallara. Non pretendo nulla di rivoluzionario in questa grigia epoca di morte cerebrale e azzeramento della creatività. È già abbastanza opprimente vivere all’ombra delle decisioni di gente completamente priva di costrutto. E di umanità. Vivendo perlopiù in un Paese che non produce un intellettuale “mainstream” dai tempi di Pasolini.

      Però, c’è un limite a tutto. E io apprezzavo molto la band ai tempi dell’esordio. Perché lì c’erano delle influenze evidenti ma anche una personalità che avrebbe potuto svilupparsi nel tempo. Oggi invece mi ritrovo ad avere a che fare con una funzione regressiva che punta all’hard rock del 1972, con una quota di ghostizzazione a fare da stella polare. Solo che in alcuni momenti sto disco scade nella clonazione. E credimi, non è citazionismo. È una cosa alla “sticazzi”, che ce frega a noi. Tanto l’ignoranza è talmente imperante che nessuno se ne accorge.

      Ed è questo che mi dà al cazzo. Mi dà al cazzo in un modo terribile. Perché l’approssimazione è una cosa che non accetterò mai.

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