Splendidi quarantenni: BLACK SABBATH – Seventh Star

Sono stati giorni molto difficili perché Glenn aveva un grave problema con la droga, e ciò complicava le cose. E, onestamente, io non stavo molto meglio” (Tony Iommi)

Era tutto molto nebuloso. Ricordo solo di essere entrato in studio e di aver cantato” (Glenn Hughes)

I Black Sabbath, di fatto, non esistevano più. Born Again aveva venduto piuttosto bene ma la band si sfasciò durante la tournée che ne seguì. Caduto in una grave depressione, Bill Ward non partì nemmeno, sostituito da Bev Bevan. Geezer Butler, schiavo dell’alcol, faceva sempre più fatica a reggere la routine del palco. E Ian Gillan aveva ormai la testa da un’altra parte, ovvero alla reunion del Mark II dei Deep Purple. Nell’ottobre 1984, poco più di sei mesi dopo la sua ultima data con i Sabbath, sarebbe uscito Perfect Strangers, enorme successo di pubblico e critica. Con il solo fido tastierista Geoff Nichols rimasto al suo fianco, Tony Iommi, all’epoca di stanza a Los Angeles, tentò invano di rivolgersi a elementi della scena locale. Ma gli Stati Uniti, dove aveva raggiunto l’allora fidanzata Lita Ford, non facevano più per lui. Doveva tornare in Inghilterra. E trovare un cantante inglese. Qualcuno con cui si intendesse.

Dieci anni dopo il tragicomico scioglimento del Mark IV su un palco di Liverpool dove lui e il meno fortunato sodale Tommy Bolin si erano presentati semisvenuti, Glenn Hughes era un autentico rottame. Dieci anni fuori controllo, trascorsi a bere fino all’incoscienza e a devastarsi con dosi da cavallo degli stupefacenti più disparati. Un rottame, tuttavia, che aveva ancora una voce stupenda, una delle più belle della storia del rock. A Iommi andava bene. E, a esser sinceri, il chitarrista in quel periodo non era nelle condizioni di fare la morale a qualcuno, quantomeno sulla cocaina, per quanto il suo utilizzo della sostanza fosse più controllato e gestibile. Al basso venne reclutato Dave Spitz, fratello maggiore del più famoso Dan. Alla batteria, su probabile consiglio della stessa Lita Ford, arrivò Eric Singer, che poi sarebbe entrato nei Kiss. Per registrare si tornò a Los Angeles. Era l’estate del 1985. Quella del Live Aid che vide la formazione originale del Sabba riunirsi per tre pezzi.

Tony non sembra proprio convintissimo

Seventh Star ebbe una gestazione piuttosto lunga e avrebbe dovuto essere il primo album solista di Tony Iommi, al quale era ben chiaro che il sacro marchio non fosse spendibile per l’occasione. La copertina lo ritrae infatti solo e pensoso su uno sfondo desertico. Quella vecchia volpe di Don Arden fu però di diverso avviso e si inventò la salomonica formula “Black Sabbath featuring Tony Iommi”. Nel disco però di sabbathiano c’è poco. Giusto la possente canzone del titolo, che somiglia un po’ troppo all’ennesimo remake involontario di Kashmir ed è davvero difficile da ascoltare senza immaginarsela cantata da Ronnie James Dio. Leggenda vuole che l’Lp, nei piani originali, avrebbe visto figurare ben tre cantanti: Hughes, Dio e addirittura Rob Halford. Più realistica la versione secondo la quale Iommi avrebbe iniziato a scrivere Seventh Star con in mente una voce diversa per ogni pezzo. Non c’è infatti un’unità stilistica coerente e in appena 35 minuti si passa dall’hard’n’blues di Heart like a Wheel a una Angry Heart che, ok, coi Sabbath non c’entra granché ma con quell’Hammond non sarebbe stata affatto male in un disco dei… Deep Purple.

E che dire dell’iniziale In for the Kill? Generico metallone pestone al limite del power thrash. Subito dopo, ad aggiungere spaesamento allo spaesamento, arriva la svenevole ballatona No Stranger to Love, classico singolo strappamutande da radio americana buzzurra anni ’80 graziato dalle armonie vocali di Hughes, la cui impronta blues avvolge e nobilita un lavoro sicuramente non brutto ma nemmeno memorabile. C’entrerebbe anche il pessimo rapporto dei musicisti con il produttore Jeff Glixman. “Un piantagrane, un pettegolo, un rompicoglioni, un tossicodipendente, una piaga” è l’affettuoso ricordo del cantante. Immaginate come bisogna essere messi per farsi dare del “tossicodipendente” dal Glenn Hughes del 1985.

Come prevedibile, finì a schifìo. Prima ancora di partire in tour, Hughes  rimediò un danno alla gola a causa di un pugno rimediato in una rissa. Sempre la leggenda vuole che a spaccargli la faccia fosse stato Don Arden in persona. Martin Popoff, nella sua biografia dei Sabbath, riporta che “Glenn era stato colpito da un dipendente dei Sabbath, il direttore di produzione John Downing, che stava solo cercando di bloccare uno Hughes strafatto e rinchiuderlo nella sua stanza d’albergo“. Ingrassato, senza voce, stordito da alcol e droga, la Voice of Rock si presentò al successivo tour americano, con di spalla i W.A.S.P. e gli Anthrax di Spreading the Disease, in condizioni pietose.

Sul palco Glenn muoveva solo le labbra. I pezzi li cantava Nichols, il quinto Sabbath invisibile, nascosto nella scenografia ma, per una volta, non dai crediti del disco. Hughes non si ricordava i testi, quindi manco il labiale era credibile. Fu cacciato dopo appena cinque date, non prima di aver sfondato la camera d’albergo dell’incolpevole Spitz, e fu sostituito nei successivi concerti da un certo Ray Gillen, il cui debutto avvenne a New Haven, Connecticut, il 29 marzo di quarant’anni fa. Gillen avrebbe cantato sulla prima versione del successivo The Eternal Idol per poi essere a sua volta defenestrato in favore di Tony Martin. Ma questa è un’altra storia. (Ciccio Russo)

 

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