Quella cover dei Metallica alla fine del nuovo album dei Megadeth
L’unico motivo per cui nutrivo una certa curiosità nei confronti dell’album dei Megadeth, intitolato appunto Megadeth, era la cover in fondo alla scaletta. Non metto in dubbio che Dystopia e The Sick, the Dying… and the Dead! siano stati due buoni lavori. Mai, però, mi è passato per la testa di gridare al capolavoro all’uscita di codesti due titoli. Vi dirò che preferisco il primo al secondo, perché le sue prime tre canzoni mi sono rimaste in testa con immediatezza e facilità; l’altro, che trovo maggiormente a fuoco, non mi è mai rimasto in testa. Che poi è il grande problema dei Megadeth da quando sono entrati in quella comfort zone che li ha visti pubblicare un visibilio di dischi ora con Broderick, ora con Loureiro, ora con altra gente, rischiando una sola volta e mezzo (Super Collider, e tutti sappiamo com’è andata a finire, e un pochino su Thirt3en) e giocando sempre sul sicurissimo. Da quel periodo, inaugurato grosso modo nel 2004, fatico a mettere in fila cinque o sei canzoni che io mi ricordi davvero, che io possa e voglia canticchiare. E per uno che ha scritto Peace Sells, In My Darkest Hour, Holy Wars, fino ad arrivare a una Trust, questo è un grosso problema.
Avrebbero potuto pubblicare quattro, sei, otto singoli e anticiparmi tutto l’album: tanto io avrei continuato a voler ascoltare solamente la cover messa in fondo, e il motivo è che probabilmente i Megadeth non hanno più niente da dire da molto più tempo di quanto ultimamente non si pensi, incensando in massa i loro lavori più ordinari e sistematici per il solo fatto che non hanno niente di sbagliato al loro interno. Per questo e per nient’altro oggi si può parlare con quel tono ottimistico del godibile ritornellino di Puppet Parade. Tanto un domani continuerò a canticchiare quelli di Reckoning Day e The Killing Road, che stavano invece su un album meraviglioso per cui davvero si potevano aprire confronti coi Metallica dello stesso lustro, che apriva o anticipava la loro fase calante. Qualunque cosa abbia scritto alla perfezione Dave Mustaine in questo prolungato spezzone di carriera, per esempio un Endgame, state tranquilli che ne ricorderò poco o niente. Per assurdo mi ricordo molto bene una Kingmaker da Super Collider – che nel complesso ritengo brutto, punto – che tante altre cose sulla carta migliori.

Dicevo, in fondo a Megadeth c’è una cover di Ride the Lightning ed erano settimane che bramavo solamente il suo ascolto. La scrittura di quel pezzo risulta accreditata a James Hetfield, Lars Ulrich, Dave Mustaine e Cliff Burton in misure non specificate.
Il discorso è un altro: Dave Mustaine non ha registrato daccapo una propria canzone, ha registrato a tutti gli effetti una cover. Perché quel pezzo è co-scritto assieme a membri dei Metallica, uno dei quali è per giunta deceduto, e perché quel pezzo l’hanno pubblicato i Metallica nell’estate del 1984 su uno dei più importanti album metal di quell’epoca (o di sempre). In cui non c’è soltanto Ride the Lightning e la strumentale conclusiva che Dave Mustaine scrisse assieme alle stesse tre persone. Lì sopra ci stanno dei pezzi allucinanti, ci sono uno stile e un mood oscuro che mettono paura e che hanno fatto la storia del metal. Quindi non rompa il cazzo Dave Mustaine con questa storia di rimarcare la paternità del pezzo, come per chiudere in bellezza. Il significato dell’operazione debbono domandarselo solo coloro che non conoscono Dave Mustaine, non gli altri. Avesse voluto chiudere in bellezza l’avrebbe fatto quando ancora c’era Kiko Loureiro, l’ultimo musicista presente in formazione che avesse saputo giustificare i Megadeth come una band reale, e non come Dave Mustaine più i suoi turnisti.
Il pezzo è inalterato nell’ordine dei riff e del minutaggio. Cambiano alcuni arrangiamenti e fill di batteria nel finale. Fill di batteria che non sono mostruosità insuonabili, tipo l’attacco di Scavenger of Human Sorrow, ma che tuttavia Lars Ulrich non sarebbe in grado di ripetere.

Quello che emerge è che Dave Mustaine non è in grado di rimpiazzare James Hetfield come frontman, né quello dell’epoca, ancora intento a discostarsi dalle sguaiate urla a’la Kill ‘em All, presenti in alcuni versi come who made you God to say o my fingers grip with fear, ma comunque enormemente maturato e in procinto di lì a poco di tirar fuori la sua migliore prova vocale di sempre (Master of Puppets, ossia come si canta su un disco metal), né quello attuale, finito nelle barbe, ma, come frontman e come cantante, eternamente superiore a Dave Mustaine.
Ho sempre pensato che Dave Mustaine al microfono fosse quello che è stato Lars Ulrich dietro alla batteria, un personaggio che ha saputo camuffare i propri limiti ricorrendo a qualche escamotage. Dave Mustaine dal suo ha tirato fuori questo timbro riconoscibile ed egocentrico, ma resta un cantante scarso e un chitarrista meraviglioso; e se un cantante scarso si cimenta nel rifare Ride the Lightning non nel 1990, ma negli anni peggiori della sua carriera, automaticamente ne nascerà un confronto. Perché se una cover band di paese si cimenta in Ride the Lightning qualche Casa del Popolo la chiamerà a suonare; ma se questa cosa la fanno i Megadeth, e la fanno pure a serbatoio scarico, allora sì che diventa un problema.
Per quello che mi riguarda, Ride the Lightning avrebbe dovuto essere una chiusura col botto, e pertanto avrebbe dovuto marcare delle differenze, con una parziale e non invadente revisione. Non dico una riscrittura alla The Mechanix ma qualche variazione che desse senso alla presenza della firma di Dave Mustaine. Perché sennò hai fatto una cover tanto per rompere i coglioni come fai sempre, e credo sia stato proprio questo il caso. (Marco Belardi)

d’accordo parola per parola, nonostante per tanti anni i Megadeth siano stati il mio pane quotidiano
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