GOLEM OF GORE // CRAWLING CHAOS @Sonar, Colle val d’Elsa – 17.01.2026
Foto di Marco Belardi
Non sono bravo con le stime, ma ho calcolato qualcosa come centocinquanta anime, che non è malissimo se si considera che lo stesso giorno suonavano i Deathless Legacy al Borderline a Pisa, e che quello seguente buona parte dei metallari fiorentini si sarebbe riversata, me compreso, per una faticosa doppietta, a Scandicci a vedersi i Necromass.
Il festival era di quelli strani, con una prima metà incentrata prevalentemente sul thrash metal per poi virare di colpo sul metal estremo.
I COLLAPSE THEORY posti in apertura al lotto hanno fatto questo genere di concerto: partenza in sordina con un po’ troppi mid-tempo, che ben rappresentavano la t-shirt dei Pro-Pain messa indosso al batterista, poi, all’improvviso, tante accelerazioni hardcore punk e pezzi finalmente funzionanti al cento per cento. Con il pubblico, certamente non numeroso sino a quel momento, c’è stato un certo divario. Il loro batterista l’ho subito inquadrato come mostruoso, per gli accenti bellissimi sul ride e in generale sui piatti; e, per il massacro sistematico col doppio pedale, lo definirei francamente un esecutore. È stato uno dei due concerti in occasione dei quali ho avuto la sensazione che mancasse qualcosa. Oltre alle luci, s’intende, perché fino a metà scaletta degli Speed Kills noi fotografi abbiamo goduto delle consuete luci blu soffuse, quasi fossimo a vedere i Mortuary Drape o i Mystifier, dopodiché la situazione si è radicalmente ripresa.
I suoni del locale hanno anche stavolta attestata l’ottima acustica del Sonar, con volumi un goccio troppo alti e un buon lavoro di mixaggio da parte dei fonici. A proposito del locale, che considero uno fra i migliori in Toscana in merito al contesto di cui si sta parlando: il prossimo mese ci saranno i Forgotten Tomb e una sequenza di nomi da tenere assolutamente d’occhio, tipo i Bianca. A marzo i Furor Gallico.
I RAZGATE li avevo visti anni fa al Circus di Scandicci, in una serata che li vedeva aprire agli Assassin. Li ricordavo feroci, li ho ritrovati cattivi come all’epoca. La sensazione è stata di passare a un gruppo decisamente più preparato ed efficace, con un bassista nuovo in sostituzione di Niccolò Olivieri, presentato nell’occasione, e con un thrash metal guerrafondaio che ha tributato i Metallica con Whiplash e che non ha concesso tregua alcuna al pubblico. Il quale ha cominciato a crescere di numero ed a riscaldarsi. All’esterno, invece, la situazione cominciava a farsi critica, con l’enorme veranda della zona ristoro che cominciava a rassomigliare agli spogliatoi della celebre scena di Fantozzi della partita di tennis, con metallari congelati al secondo tavolino del merchandising.
Gli SPEED KILLS sono stati molto furbi a mettere all’esterno il tavolo in cui vendevano le felpe col cappuccio: la gente muore di freddo, e, per non capitolare all’istante in preda all’ipotermia, farebbe qualsiasi cosa. Siccome la birra alla spina è ghiacciata, si compra da vestire e si sopravvive. Non sta a me stabilire se questo sia mero opportunismo o un atto che li qualifica ad eroi del gelo praticamente all’istante. Ma di lì a poco avrebbero fatto un concerto pazzesco.
Li vedevo per la quarta volta. Ogni concerto degli Speed Kills a cui ho assistito è stato migliore del precedente, sebbene la formula sia la stessa. Riempiono il locale di ragazzini, che scatenano un putiferio allucinante nelle file sottostanti il palco. Al termine del concerto i ragazzini (vestiti perlopiù da dinosauri) tornano rapidamente a casa, quindi fanno anche bella figura coi genitori, perché, se fossero andati in discoteca, se ne sarebbero tornati alle sei del mattino riaccompagnati da un’ambulanza, con la bocca tutta storta dagli effetti dell’MDMA. Invece questi paraculo se ne tornano sorridenti per le undici. Per cui al successivo concerto degli Speed Kills non avranno alcun problema nell’ottenere nuovamente l’autorizzazione dai genitori a uscire il sabato sera, e contribuire all’accrescimento del fenomeno Speed Kills. Occhio a quello che vi chiede vostra figlia fiorentina sui diciassette, diciotto anni intorno a giovedì sera, perché con buona probabilità vi sta raccontando una montagna di puttanate. Specie se gli è arrivata da Amazon una tuta da triceratopo.
Il loro assetto, dicevo, è il solito di sempre. Bassista con un’attitudine e un look particolarmente punk, headbanging furioso per i lunghi capelli lisci del cantante, Andrea Sacchetti, frontman fantastico nonché pubblicità dello shampoo vivente. Dal vivo sparano un sacco di pezzi tratti da Marasma, il nuovo album, e funzionano tutti. Quello che Siamo la mettono in chiusura, 341 e Graffiti girano anch’esse benissimo.
Alla fine del loro concerto inizio a dubitare che qualcuno farà di meglio, non fosse per il fatto che la serata è come se fosse in quell’istante finita, e in procinto di lasciarne cominciare un’altra. E in effetti è proprio così.
I CRAWLING CHAOS sono la preparazione impersonificata, un concerto death metal brutale e moderno che sarà certamente piaciuto a chiunque apprezzi i primissimi Fleshgod Apocalypse oppure gli Hideous Divinity, con qualche rimando ai Morbid Angel nei riffoni lenti, e un bel Miskatonic University scritto dietro alla maglietta del cantante Manuel Guerrieri tanto per ribadire che Lovecraft c’è, sempre, e dappertutto. Ho avuto la sensazione, a inizio concerto, che mi sarei annoiato a morte dopo un paio di canzoni, e invece non è accaduto. Fidatevi, non è affatto banale portare sul palco questo genere di death metal. Non è come portarci la musica dei Fulci, è estremamente complesso, e concerti fiorentini recenti come quello degli Ashen Fields hanno dimostrato che ciò che funziona alla grande su disco può incontrare estreme difficoltà nell’essere attuato sopra a un palco. Senza, con questo, che gli Ashen Fields abbiano sbagliato niente in particolare.
Alla fine è toccato ai GOLEM OF GORE e ci sono rimasto un po’ male, nel senso che l’unica nota storta di questa variopinta serata non è stato l’accoppiare il thrash metal con il death metal, ma il grindcore con tutto il resto. Lo spettacolo dei Golem of Gore non è più musica, è immersione in uno spirito. Se fino ad allora hai assistito a quattro concerti in cui si riproponevano attitudine e presenza scenica, ma fondamentalmente si riproponevano canzoni, all’improvviso ti ritrovi calato in una dimensione fatta di grugniti, movenze animalesche, in una rappresentazione viscerale e più sincera del carattere grindcore rispetto a quella social friendly che incontreremmo a un concerto degli Slug Gore, con le loro motoseghe, o dei Gutalax, con i loro gonfiabili da hangover di mezza estate. Venendo a mancare la musica, e non semplicemente il bassista, assente sul palco, e venendosi a creare uno spettacolo incentrato perlopiù sull’espressività del loro cantante Riccardo Ferrari, lo stesso dei Grumo per intenderci, è come se si fosse creato un divario insormontabile fra tutto ciò che ha preceduto il concerto dei Golem of Gore e tutto ciò che è stato rappresentato dallo stesso. Per intenderci meglio, il Masters of Gore all’Alchemica di Bologna, con i Vulvectomy, è stato con certezza una vetrina più adatta a presentarci i Golem of Gore.
Alla fine tanto freddo e tanta strada per il ritorno a casa, dal senese alla mia Sesto Fiorentino, e una domenica mattina in cui, al risveglio, mi sono ritrovato subito a pensare al concerto che avevo in programma in quella stessa serata. Dovrei forse darmi una calmata. (Marco Belardi)
Crawling Chaos – Ph: Marco Belardi
Golem of Gore – Ph: Marco Belardi


















